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Full text of "Il pellegrinaggio del giovine Aroldo poema di Lord Byron"

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IL 

PELLEGRINAGGIO 

DEL GIOVINE 
AROLDO POEMA DI 
LORD BYRON 

George Gordon Byron, 
Giuseppe Gazzino 



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IL 

PELLEGRINAGGIO 



DEL 



GIOVINE AROLDO 



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IL 

PELLEGRINAGGIO 

DEL 

GIOVINE AROLDO 
Doenia hi Covò %£Kòn 

TRADOTTO 

GIUSEPPE G VZZINO 

GEWOVES E 



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* . * J 



Il deviendra ce qu'il pourra 
jt l'abandonue soa «ort. 

!.. Sterne. 



GENOVA 

x i4o 0% A F I \. A r cÀ^# C O V ijt^ 
1836. 



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AD 

ANGELA CAZZINO 
QUESTO SUO POETICO VOLGARIZZAMENTO 
IL CONSORTE 



L' u ni ver* est une esp.Ve de li vre dont on a' a la que la 
premiere page , quand on n' a tu qae »ou pari. J' co ai 
fenilleté un aste* grand n ombre que j' ai trouvéVs égalemeot 
mauraises. Cet examen n'a point été infructueux. Je bai'ttais 
ma patrie : toutes lei ini pertinente* de« peuple» diirer» par- 
mi Ics qnel* j' ai récu m' oat reooncilié avec elle. Quand je 
n' aurau tiré d' autre Wnéfire de mei yoyagea que celui-ci , 
je n' en re gre Iterai» ni le* trai» , ni le* fatigne*. 

LE Cosmopolite. 



PREFAZIONE 



Mi Poema seguente fu scritto in gran parte in meuo 
alle scene che descrive. Fu cominciato in Albania : e le 
parti relative alla Spagna, ed al Portogallo sono state 
composte in seguito di osservazioni fatte dall' autore sopra 
queste contrade. Ecco ciò ch'era necessario avvertire da 
prima per far conoscere qual grado di esattezza potessero 
avere queste descrizioni. I luoghi che procurai di abboz- 
zare sono scene della Spagna, del Portogallo, dell'Epiro, 
dell' Àcarnania, e della Grecia (*). Colà per óra si arresta 
il Poema. L' accoglimento che riceverà dal pubblico de- 
ciderà , se V autore possa rischiarsi a condurre i suoi 
lettori nella capitale dell'Oriente, traversando l' Ionia e la 
Frigia. Questi due canti altro non sono che un puro saggio. 

Un protagonista immaginario fu introdotto nel Poema, 
onde avesse almeno un'apparente concatenazione, giacché 
non potevasi pretendere ohe riuscisse regolare. Parecchi 
amici , T opinione de' quali è per me di gran peso , mi fa 
cero osservare, che il carattere fittizio di Childe Harold 
poteva far supporre che avessi voluto dipingere un per- 
sonaggio reale. Mi sia permesso rigettare ora per sempre 
questo supposto: Harold è la creazione della mia mente, 

Ci In quett* Prefazione bob »i parla ché dei duè primi Casti. 



qui tratta allo scopo già indicato. In alcune particolarità 
triviali affatto, ed in altre semplicemente locali questa 
supposizione potrebbe avere qualche fondamento; ma nel 
maggior numero di oasi spero eh* ella sarà riconosciuta 
arbitraria. 

È superfluo il dire, che la voce Guide, come Childe- 
Watersj Childe-Childers, ecc. si adopera perchè più con- 
veniente alla vecchia struttura di versi per me adottata. 
Il Good Niglìt, o — Addio — posto al principio del 
primo canto mi venne suggerito dal Good Night di Lord 
Maxwell, nel Border MinstreUj. (Ballate antiche delle 
frontiere di Scozia, raccolte da W. Scott). 

Troverassi forse qualche lieve somiglianza tra il primo 
canto ed alcuni poemi dettati sopra soggetti spaglinoli; 
ma questa coincidenza non deve attribuirsi che al caso; 
mentre, ad eccezione di alcune stanze verso la fine, fu 
scritto tutto quanto in Levante. 

La stanza di Spenser, giusta il parere di uno de' più 
rinomati poeti , è capace di una grande varietà di tuoni. 
Il D.* Beattie fa la seguente osservazione : „ È gran tempo 
„ che ho intrapreso un poema nello stile e colla stanza 
n di Spenser. In esso poema mi propongo piena libertà, 
„ volendo mostrarmi or gajo, or patetico, descrittivo o 
„ sentimentale, tenero o satirico, come meglio mi ag- 
„ gradi; chè, se non m'inganno, la misura adottata 
„ ammette del pari qualsiasi genere di composizione. „ 
Confermato così nella mia idea da una tale autorità, e 
dall'esempio di alcuni de' più insigni poeti italiani, non ho 



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d'uopo di giustificarmi dell'essermi provato a combinare 
una simile varietà di tuoni nella seguente composizione , 
persuaso, che, dov'ella non riuscisse, ciò non verrebbe dalla 
forma sanzionata coli' esempio d'Ariosto, di Thompson, c 
di Beattie, ma soltanto dal modo di condurla a fine. 



AGGIUNTA ALLA PREFAZIONE 



Aspettai, onde aggiungere queste poche linee, che i nostri 
Giornali periodici avessero tutti distribuita la loro consueta 
dose di critica. Quantunque in generale convenga della 
giustezza delle loro osservazioni , crederei poco dicevole 
per me il disdirmi in seguito di tali censure veramente 
leggiere; dacché, forse, usando meco con minori riguardi, 
sarebbero stati più schietti. Ond'è, che offerendo a tutti 
in generale, ed a ciascuno in particolare i miei sinceri 
rendimenti di grazie per tanta cortesia, mi ristringerò 
solo a fare un'osservazione sopra di un punto. Fra le 
molteplici obbiezioni giustamente fatte riguardo al carat- 
tere indifferentissimo del Pellegrino Childe (che a mal- 
grado di tutte le opposte insinuazioni protesterò sempre 
essere un personaggio fittizio) fu detto, che, oltre l'a- 
nacronismo evidente , Childe non «era niente meno che 
cavalleresco, mentre i tempi della cavalleria erano tempi 
d'amore, d'onore, e via dicendo. Ora egli è noto questi 
giorni , allorquando V amour da bon vieux temps, 



t 



l'amour antique fioriva, essere stati i più corrotti. Chi 
avesse ancora alcun dubbio su di ciò , può consultare 
St. Palaye passim, ed in ispecie alla pag, 69 del secondo 
volume. I voti della cavalleria non erano meglio osservati 
di qualsiasi altro, ed ì canti de* Trovatori non più de- 
centi di quello che si fosse Ovidio ne' suoi, e certo erano 
meno eleganti. — Le Cours d'amour, parlemens d'a- 
mour, ou de courtoisie, et de gentilesse si distinsero ben 
più per V amore che per la cortesia, e la gentilezza.— 
Vedi, Orlando nello stesso soggetto di St. Palaye. — Per 
quante obbiezioni vengano fatte contro il personaggio poco 
amabile di Cliilde Harold egli fu cavaliere cosi perfetto 
ne' suoi attributi come coloro de' quali dicevasi : Non ei 
fu un giovinastro dedito al bagordo, ma un cavaliere 
templario (*). Temo forte che Sir Tristram e Sir Lancelot 
si. mio stati migliori di quello che doveano essere, abben- 
chè personaggi poeticissimi, e veraci cavalieri sans peur, 
ma non sans reproche. Se quanto dicesi dell' insti tuzione 
della Giarrettiera non è una favola , i cavalieri di questo 
Ordine vestirono per più secoli i colori di una Contessa di 
Salisbury cui non monta il ricordare. — Ma basti intorno alla 
Cavalleria. — Non era necessario per Burke il lagnarsi che 
i suoi giorni fossero trascorsi, benché Maria Antonietta 
sia stata unto virtuosa quanto furono presso che tutte le 
Dame in onor delle quali si ruppero lance, e si atter- 
rarono cavalieri. 

(•) No waitr r , but a knight triti piar. 

( The Rorer».-An<i jfteobia. ) 



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Prima dei tempi di Bayard sino a quelli di Giuseppe 
Bankes (i più illibati, ed insieme i più illustri cavalieri 
dell'antica, e dell'odierna età) rinverrannosi ben poche 
eccezioni colle quali contraddire si possa questa propo- 
sizione; e credo benissimo, che ben poco studio baste- 
rebbe onde apprendessimo a non più sospirare dietro 
queste stravaganti zannate del medio evo. 

Lascio adesso Childe Harold perchè viva finché potrà. 
Sarebbe stato per certo più gradevole e più facile il di- 
pingere un amabile carattere. Potevasi benissimo velarne 
i difetti, dargli azione maggiore, e far meno riflessioni: 
ma ponendo in iscena Childe Harold, non m'ebbi altra 
mira che quella di far conoscere come la corruzione pre- 
coce dello spirito e della morale ne tragga alla sazietà 
de' piaceri passati, e ne vieti gustarne de' nuovi; e come 
eziandio le bellezze di natura, le attrattive de* viaggi, e 
tutte le molle del cuore umano (meno però l'ambizione 
la più possente di tutte ) vadano perdute per un' anima 
siffatta e così traviata. Dove avessi proseguito questo 
poema , avrei meglio svolto il carattere di Childe Harold 
e datagli una tinta oscura di misantropia, come s' è già 
potuto rilevare in parte verso la fine del secondo canto : 
l'abbozzo, che mi prefiggeva di ordinare essendo a un 
dipresso il saggio di un moderno Timone, o forV anco 
di un Zeluco poetico. 



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AD YANTHÉ * 



Mn mezzo a queste regioni che io percorsi pocanzi , e li 
cui bellezza parve gran tempo impareggiabile: in queste 
visioni che rivelano al cuore delle forme dietro alle quali 
ei duolsi sospiroso indarno, che in un co' sogni svanirono, 
nulla mi si affacciò che in realtà, od in immaginativa 

potesse a te compararsi. No; dacché t' ho vista, tenterei 
inutilmente di dipingere que' vezzi che sono varj pur unto 
ed incantevoli. Per chi non ti conosce, e non ti vede, 
deboli e vane riuscirebbero le mie parale : per chi ha la 
ventura di contemplare la tua faccia, come varrebbero esse 
a degnamente celebrarti? 

Oh! possa tu sempre essere quale ora sei: né rendere 
fallaci le promesse della tua primavera! Sempre mostrarti 
in quelle forme soavi, e nudrire un cuore cosi tenero 
sempre e cosi puro: serbarti immagine in terra dell'amore 
senz'ali, ed innocente più ancora de' pensieri della spe- 
ranza! Oh certo! Colei che guida adesso con tanta tene- 
rezza la tua gioventù, già vede in te, adorna di sì grandi 
attrattive, l' iride de' venturi suoi giorni, che fuga ogni 
nube di tristezza co' celesti colori. 

Giovine Peri d'Occidente! — Buon per me che il novero 
degli anni miei sia doppio di quello de' tuoi ; il mio sguardo 
può (ìsarsi in te , ora che più non teme d' amore, e de- 
liziarsi senza danno, nelle tue beate sembianze. Me felice, 



* Ladr Carlotta Harteigh. 



se non mai abbia a vederle oscurarsi I E più felice ancora , 
mentre tanti giovani cuori languiranno, di poter salvare il 
mio dal crudele destino che i tuoi occhi preparano a co- 
loro i quali dall' averti ammirata proveranno 1' angoscia 
che si mesce ben anco alle più care dolcezze dell'amore ! 

Oh! questo tuo occhio, che, vivace come quello dell* 
gazzella, ora superbamente ardito, ed ora soavemente mo» 
desto, seduce quando errante si volge, abbaglia quando 
a* arresta : oh ! quest' occhio miri a' miei versi , e non ri* 
cusi loro quel sorriso cui il cuore sospirerebbe forse in- 
darno , dov' io potessi essere per te qualche cosa più di 
un amico. Cara fanciulla, — assentimi, deb! questa gra- 
zia! Non chiedermi il perchè dedichi i miei canti ad una 
m giovine bellezza : ma lascia eh* io aggiunga alla mia ca- 
duca corona un giglio incorruttibile, immacolato. 

dosi il tuo nome saia unito a' miei versi : e 6n tanto 
che un occhio indulgente guarderà alle pagine d'Aroldo, 
il nome d' Yantlai consecrato in questo scritto si offrirà ad 
esso pel primo e sarà 1' ultimo obbl'iato. £ compiuti che 
sieno i miei giorni, possa questo antico omaggio invi- 
taro le tue gentili dita a toccar la cetra di colui' che lì 
ha celebrata in tutta la pompa di tua vaghezza! Questo 
è quanto m' avanza a bramare per la mia memoria: la 
speranza non ardisce riclamar tanto ; ma 1' amicizia pr» 
tre bb' ella mai chiederti meno? 



CANTO PRIMO 



o Musa 1 — in Grecia dita ! O da! possente 
De' vati immaginar surta , tu eui. 

De' menestrelli il vii carme cotanta 
Crebbe vergogna — oh ! da' tuoi sacri poggi 
Te cotesto appellar non osa. Eppure 
Dell' Ippocrene anch' io sulle ridenti 
Sponde già trassi, e lacrimando in Delfo (1) 
Vidi 1' are diserte , ove con basso 
Murmurc or sol la tua sorgente il cupo 
Rompe silenzio : — pur — non io le nove 
Donzelle a risvegliar n'andrò, chè troppo 
Semplice suona e disadorno il canto. 

D' Àlbion sulle rive un giovinetto 
Visse, cui nulla mai porse dolcezza 
Di vii-inde il sentier. Contaminati 
Di sozzure per lui scorreano i giorni : 
E nelle ore notturne a lui le vaglie 
Forme de' suoi piacer movean turbando 
Il placido sopor. Quanto di turpe 
Havvi quaggiù , sino alla feccia , tutto 
— Chi Ha che '1 nieghi? — assaporò : d' onesto 



- 16 - 

Sentir 1 ebbrezza disdegnava ; solo 
Con putte ei si piacea; pago, se folto 
Stuol di tristi garzon, qual che ne fosse 
11 grado o la prosapia, a sè compagni 
Trarre impudente al lupanar potesse. 

\ rokìo ei si nomava: a che qual era 
La sua stirpe cercar? Basti che furo 
Non senza gloria gli avi, ed onorati 
Nelle vetuste età ; ma , dove sorga 
Di chiari eroi degenere un nepote 
Quelli deturpa sì, che in nero obblìo 
Quanto più grandi pria , tanto gli affonda. 
Ciò eh* aura vana di saper disserra 
Da' tacenti sepolcri , numerose 
Carte cercando, o menzogne r di vate 
Blandimento gentil, mai non potrebbe 
Caro il biasimo far, sacro il delitto. 

L'estate de' suoi dì rapida eorse 
In grembo del piacer: né mai la mente 
Gli affannava il membrar come de' mali 
Tosto sventura il balzerebbe in fondo. 
Ma della vita un breve stadio appena 
Precorso avea quel misero, e, maggiore 
Fra quanti a noi sorte ministra, il colse 
Tormento — il tedio del fruir. — Ben anco 
Pel terreno natio covò nell' alma 
Odio segreto, e più che trista cella 
D'anacoreta uroil, deserto il tenne; 



l 



Chè già tutto di colpa ei corse il lungo 
Vìi labirinto, e del rimorso il grido 
Ignora ancor. Di mille amante , sola 
Una donzella vagheggiò, né mai, 
Fuor che V aspetto, altro ei godeane. Oh 
Lieta ella fu d'aver potuto ai sozzi 
Abbracciamenti di coiai sottrarsi 
Che dell'alito sol beltà si pura 
Contaminar potea: di lui che tosto 
Quelle dive sembianze, a turpi in braccio 
Volgari voluttà, neglette, tutto 
Disperso avria, sol che a mina estrema 
Altri nel porti, disdegnoso al dolce 
Domestico gioir volgendo il tergo. 

Vinto nel cor da nova inedia , lunge 
Da lor che socj ebbe alla colpa trarsi 
Ben volle Aroldo, e anco talvolta al ciglio 
Improvvisa una lagrima gli corse , 
Ma il fero orgoglio la ghiacciò repente. 
Mesto , pensoso , in solitaria parte 
Si ritraea: — quando alla patria il vale 
Ultimo dar risolse, e i climi adusti 
Di là da' mari visitar vagando. 
Di gioire ornai stanco, ahe amarezze 
Col desìo sospirò: purché di sua 
Sorte mutato il tenor fosse, lieto 
Degli abissi nel seno anco sarebbe. 

Ei del castello esce del padre; vasto 
E gotico edificio, e si vetusto, 



Che mirabile è ben se vòlto tutto 
In ruìne non è; ma ancor le «aldo 
Mura il tempo rispetta. Asilo un giorno 
D'alme dilette al cielo, — oggi profana 
Di colpe stanza: — ove l'incenso al Nume 
Arder solca , canti lascivi or solo 
Di Pafb modular odi fanciulle 
Dal riso seduttor. D' orgie a sembianza 
Quai nelle prische età, se falso it grido 
Non suona a noi caiunniator, già fero 
Quelle all' ara devote anime pie- 

Pur nell'ebbrezza delle feste, spesso 
Oscura nube di dolor la fronte 
Ad Aroldo offuscar parve , siccome 
D' un evento fatai ve la traesse 
La rimembranza , o nel suo petto a un tempo 
Fosse un' acerba passion ridesta. 
Ma miei secreto alcun non sa: — ne alcuno 
Penetrarlo ha pensier, cbè, diffidente, 
Delle amarezze sue giammai quell'alma 
D'un fedele nel sen non seppe un dolce 
Lenimento cercar. Qual che T affanno 
Fosse onde il cor gh palpitava , aita 
0 consigliar dell' amistà rifugge. 

* 

Amarlo? — Oh! nullo il potè mai: pur d'ogni 
Parte donzelli bordellieri accolse 
Nel suo caste! ; di lusingar fallace 
Prodighi nel convito, a lui da canto 
Cor prezzolalo ognor recaro: — affetto 



Un sol non gli nutrì; — di quante intorno 
Svergognate fanciulle ebbe, per lui 
Nessuna sospirò; ch'auro e potenza 
Vuol la beltà : questi cui sol V infame 
Putta quai numi venerò. Simile 
Ad errante farfalla, ove maggiore 
Si diffonda fulgor, tosto è rivolta; 
E il dèmone dell'auro un ©or ttavolve 
Dove un angiol farla sue prove indarno. 

Tenera madre Aroldo avea, né mai 
Dalla mente gli uscì , ma a lei l' estremo 
Addio dir non s' intese : — amala suora 
Pur diegli il ciel, ma pria che al lungo suo 
Vagar desse principio ei non la vide. — 
Amici al sen, se alcun n' avea, non strinse. — 
Non sia però tal che I* incolpi d' alma 
Dura, crudel. Voi che per prova amore 
Ben intendete , oh ! dite voi se acerbo 
Fosse quel vale , e come un cor n spestai 
Cui speme sorridea di far men crude, 

Presso gli oggetti del su' amor, le pene. 

- 

Terre, — castello, — e dolce in gio venirne 
Delizia , vaghe dagli azzurri sguardi 
Donzelle a cui ricciuto crine, e quasi 
Neve le palme candidette, tanta 
Gentilezza crescean, che, qual più salda 
Chiude virtù nel sen vinto ne fora , — 
E del più raro nettare ricolma 



I 



— 20 — 

Sino all'orlo la tazza, — e quanto m fine 
Possa i sensi allettar, — tutto abbandona 
Nè sospir move. Ei lungo il mar si spinge 
Col fervido pensiero, e già le amene 
Piagge trascorre d' oriente , e quasi 
Della torrida zona il sol vagheggia. 

♦ • 

Già spiegansi le vele, e le rigonfia 
Dell' aura lo spirar propizio Unto 
Che tutta intesa par lunge a portarlo 
Dal suo nido natal. Fuggenti al guardo 
Vede ornai farsi le bianchiccie rupi, 
E poco a poco de' sonanti flutti 
Tra le spume celarsi ! — Ahi l forse allora 
Del suo proposto si pentì: — ma chiuso 
Il pavido pensici- nel più profondo 
Del cor restò, nè alcun gemito mai 
Dalle labbra gli uscì; mentre piangente 
Orni altro nasseppier , che impetuoso 
Fosse d'Euro il soffiar, facea lamento. 

• 

Ma neir istante che ne' flutti il sole 
Ascondersi parea, l'arpa onde spesso 
Solea svegliare un suon negletto, allora 
Che celato ad ognun credeasi , strinse. 
Van le sue dita negligentemente ' 
Destando un' armonia mesta , che possa 
Il canto accompagnar, mentre più dense 
L' ombre il crepuscol della notte aduna. 
Solca il naviglio I' umido elemento 



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Celere sì che par di renai in vece 

AJe al volo spiegar. Dietro gli fugge 

La riva , e canta Aroldo il vale estremo : 

■ • 

Vale, oh vale ! — Lo man sotto le azzurre 
Acque s'asconde la natal mia terra; 
Odi il muggito de' marosi , e il soffio 
Della brezza notturna: acute strida 
L'airone mandò; vòlti sull' orme 
Siam noi del sol che fugge. — Addio, perenne 
Astro, e voi pur paterne sponde, — Addio!! 

Per poco ancor, e fia ch'ei neda, e seco 
Il dì novello: un'altra fiata il cielo 
E il mar saluterò, ma non la terra 
Che vide il nascer mio. Deserto, mulo 
È il mio vecchio castel; freddo, solingo 
N' è il focolar : lungo le grigie mura 
Cardi selvaggi sporgeranno, e fido 
Abbajcra presso la soglia il cane. 

Qua, mio paggio diletto: a che quel pianto? 
Questi gemiti a che? Forse de' fiotti 
Temi il furor? O tremi forse al fero 
Rombo del vento? Oh! va — tergi la stilla 
Che dall' occhio ti pende ; agile , o stolto , 
Ben connesso è il vascel ; noi vedi ? — Appena 
Qual de' nostri falcon pia ratte al volo 
Spiega le penne , giungerlo potria. — 

— Fìschii pur forte l' aquilon , muggiti 
Dicno pur l'onde tempestose, io sfido 



E venti c flutti. O mio signor, se tanta 
Mestizia in volto mi si pinge, alcuno 
Non ven prenda stupor; io mi dilungo 
D'ogni mio bene in terra: un padre io lascio 
Ed una madre ; oh ! pari al vostro , amore 
Chi mi darà fuorché i miei padri , e Dio? 

Teneramente al sen mi strinse , e solo 
Poche versò , di benedirmi in atto , 
Lagrime il padre mio — ma dolorosa 
La madre gemerà fin eli' io ritorni. — 

— Cessa, o mio paggio, cessa! — agli ocelli tuoi 
Ben il pianger conviensi : oh ! se innocente 

Io pur mi fossi, piangerei con teco. 

■ 

E tu, forte garzon, vien, mi t'accosta: — 
Onde il pallor sulla tua fronte ? Alcuno 
Franco nemico temi forse ? O forse 

De» venti il fischio? Oh! chi vel disse, ch'io 

Morte paventi, o mio Signor? Si vile 
Alma non ho ; ma il rimembrar 1' assente 
Compagna egli è pensier cruccioso tanto 
Che allo sposo fedel V anima agghiaccia. 

Là del vostro castel presso le mura, 
Del cheto lago sulla sponda, stassi 
Mia Donna, e i cari fanciulletti : oh! quando 
Chieggan di me, che dirà lor la madre? — 

— Deh! basta, o mio fedel ! Chi tua tristezza 
Biasmar potria ? Sol io che meno accorto 

Ho in seno un core, io sol, mentre la mia 
Patria terra lasciai, rido c folleggio. 



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Ah! di sposa chi mai, rhi mai d* amante 
Credei puote al sospir? Feste novelle 
Quegli occhi che di pianto umidi ancora 
Vedemmo al dipartir, allegreranno. 
Non che di ben perduto io l'acerbezza 
Risenta , o di perigli a cui vo contro 
Tema quest' alma, ma che nulla io lasci 
Che una lacrima sol merli, cotale 
M' è pena al cor che tutte pene avanza. 

■ 

E or che d' immenso pelago ricinio 
Sol nel mondo son io, mover sospiro 
Potrei per altri mai, quando nessuno 
Per me sospirerà? Forse lamenti 
Sul mio partir trarrà, finché straniero , 
Noi nutra, il can ; ma se il reddir fra tardo 
Sbranerà primo il suo signore antico. 

Teco sulla spumosa onda , o veloce 
Nave , io meu fuggo lietamente : — dove 
Mi tragga tu, non calmi. — Oh! purché almeno 
U terrei» primo ov' io starò non sia 
Quel che mi vide in cuna. Onda azzurrina , 
Salve ! — e quando di là dall' oceàno 
Starommi, — oh salve! — ridirò : deserti 
Grotte , salvete ! E tu, mia patria — Addio ! ! 

Sparve il suol , vola il pin : già di Biscaglia 
Lungo la baja tempestosa i venti 
Ben quattro giorni l'aggiraro; al quinto 
Nova proda s' aperse al desioso 
Guardo de' lieti naviganti. Il sommo 



Già di Cinlra apparta: veggonsi a fronte 
11 Tago che de' suoi flutti dorati 
Porta tributo al mare. Un lusitano 
Nocchier sale il naviglio, e alle feroci 
Contrade il drizza là Ve copiosa 
All' industrc colon messe risponde. 

Oh ! con che gioja nel soave incanto 
L' occhio s' affisa , di che il ciel con quella 
Beau terra fu cortese ! Oh ! quanta 
Copia di frutta saporose a un tempo 
S' incolora sui rami ! Oh ! quai dall' alto 
Delle colline all'occhio stupefatto 
Scopronsi scene maestose ! Ed avvi 
Empio così che saccheggiar quest' almo 
Terren s'attenti? Ohi it calice riversi 
Iddio su lui nel di dell' ire : ardenti 
Di triplice furor me legioni 
Il tristo Gallo inseguano , e , francata 
Da' suoi tiranni , alfin rida la terra. 

Quante, o Lisbona, e quali in pria riveli 
Beltà ! L' immago tua rifletton l' onde 
D'altero fiume che non più si piace 
Dell'aureo letto onde onoràrio i vati. 
Mille ci sostiene poderose antenne 
Dal dì che ad Albion la lusitana 
Donna amica si fea, terra d'orgoglio 
Tumida e d'ignoranza: ora la mano 
Bacia ed abborre insiem che sul feroce 
Nemico ruoti, onde serbarla, il brando. 



Pur questa che da lungc appar celeste 
Cittade, al viator che in lei novelle 
Orme imprima, nell'alma un sentimento 
Desta che il tragge a sospirar ! Qui tutto 
Quanto ei scopre l'affligge; abbietti in vista 
Son palagi e tugurj; atti gentili 
Dispregia il cittadin vile, incurante, 
Forte o ricco sia pur, mentre più crudo 
Su d'Egitto su lui l'orrendo affanno. 

Popol di schiavi ! — K che sulla tua cuna 
Tanto riso di ciel? Oh! perchè i suoi 
Tesori a tal genia largì natura P — 
Pari ad Eden novel di Chi tra i colli 
Lei fanno, e le vallee col molli forme 
Aspetto. E qual potrìa man sulle tele, 
Od in carte spiegar quanto da quella 
Vista tripudio in ogni petto ferve? 
Men leggiadre di lei, quelle ridenti 
Sci vette fur, s'io non m'inganno, cui 
Pinse il Vate gentil, che già si piacque, 
Con arte arcana ond'uom si meraviglia, 
Gli elisj disvelar sacri recessi. 

Qua una roccia scoscesa, e al sommo, aulico 
Gotico monister: più là un dirupo 
Cui veste intorno di sue bianche fòglie 
Fra dense macchie il sughero; di nero, 
Sotto P ardente ciel , muschio coverti 
Vedi i monti apparir: valica profonda 



Mille arbusti rinverdono 've sole 
Non entra mai : V interminato azzurro 
Dei placido oceàn ; de' melaranci 
Ai verdi rami i frutti d* ór sospesi ; 
Torrenti che riversansi spumando 
Da' balzi nei vallon : verdi sul poggio 
Pampini serpeggianti, e in sulle rive 
Delle fontane il salice pendente — 
Tutto al loco beltà giunge novella. 

Ma se ardilo aggrappandoti po' massi , 
Delle montagne al vertice ti spingi, 
Spesso il capo volgendo onde una nova 
Scena scoprir — vi giungi appena , ed ecco 
Che tosto all'occhio estatico si para 
Maestoso teatro. Ivi in modesto 
Aitar Colei da' popoli s' onora 
Ch' è di duol Madre : monaci devoti (i) 
Sacre t' addileran reliquie , e pie 
Godran leggende a le ridir. — Punita 
Qui giacque I' empie là ; molli e moli' anni 
Chiuso Onorio là stette entro d'oscura 
Grotta , ii ud rendo in cor speme di cielo , 
Mentre vita traea di cruccio eterno. 

Qua è là pel calle discosceso , osserva 
Rozze croci apparir; pur non devote 
Are elle son , né il creder no : di crudi 
Masnadieri il furor n'additan questi 
Fragili monumenti. Ovunque estinta, 



V. 



D'efferato assassin sotto il coltello, 

Una vittima giacque , ivi un' informe 

Croce di secchi rami ergesi , e tutti 

Di tai dogliose rimembranze pieni 

Sono i boschi e le valli , in quest' infida 

Terra di stragi sol feconda, dove 

È frale schermo al cittadin la legge. (5) 

Sul declivio de* colli , o in mezzo ad ime 
Valli, i castelli raffiguri, stanza 
Di regi un tempo; or sol piante selvagge 
Cingonli intorno, e dell'onore antico 
Altro più non riman che poche sparse 
Macerie. E là splendido al cielo pria 
Un palagio s' ergea pel lusitano 
Prence; e tu pur, che in Albton sortisti 
Ricco il natal, Vathek , tu pur qui un tempo 
Movesti, e qui d'ogni speranza, e d'ogni 
Voluttuoso tuo desir ponevi 
L'adempimento, ahi! di mutevol sorte 
Gli avvolgimenti non pensando, e come 
Rechino a' suoi favor l'alma contenta 
E perfetto gioir abbian sol quanti 
Han vòlte all' empia voluttà le spalle. 

Qui dove in bel pendìo colla ridente 
Valle ha il monte confin , teco lo stuolo 
D'ogni piacer visse compagno, ed ora! — • 
Qual se soggiorno di sventura quello 
Fosse per l'uomo, al par di te tacente, 

» 



1 



— 28 — 

Solitario si mostra: ispidi rovi 
Ognor crescenti appena appena incerto 
Lasciano un varco ver le abbandonate 
Stanze, e i portici ognor patenti! Oh! quanto 
Vero ad un cor che mediti traluce 
Dalle mine ! Ahi ! vana larva in terra 
Voluttà, se nel vortice degli anni 
U tempo inesorabile l' inghiotte ! 

Ma il palagio non è questo ove furo 
Raccolti or dianzi i nostri duci , ahi ! troppo (4) 
Per I'Anglo abbominato? Ohi che maligno 
Genio dal riso schernitor s'affaccia 
Ritto alle soglie? Esili membra, e il fronte 
D'elleboro gli cinge una corona. 
Clamide ei veste d'aurei fregi; accanto 
Ha l'impronto reale: inscritti sovra 
Nero papiro stan nomi famosi 
Tra cavalieri , e mille arcani segni , 
Cui sogghignando il tristo Nano accenna. 

Conveiuion si noma il genio infido 
Che irride a quanti cavalieri assembra 
Il palagio Marialva. Ei d' ogni senno 
— Se pur n' ebbero mai — spogliarli , e in duolo 
D' un popolo mutar la folle ebbrezza 
Potèo: del vincitor trasse il famoso 
Pennacchio a calpestar V iliade, e quanto 
Fu premio dianzi del valor, la fredda 
Politica riebbe. Ahi ! come indarno 



Per colali guerrier 1' allór s' edùca ! 
Oh ! più che a' timi , ai vincitor sul capo 
L'onta ricada, or che vittoria «tette 
Disdegnata del Tago in sulle sponde. 

• 

Dal consesso fatai , Cantra , è sgomento 
Il tuo nome a* Britanni : i pochi a cui 
D' Anglia le sorti è di librar concesso 
Fremono , ed arrossir pur li vedresti 
Se potesse giammai sulla lor fronte 
Palesarsi il rossor. Quale i nepoti 
Appelleran l'atto esecrando? E quanto 
Spregio a color non metteranno i mesti 
Ch'ebber consorti all'onta nostra i padri , 
Senza fama guerrier ! Dacché fu 1* oste 
Vinta sul campo pria, poscia vittrice 
Parve là dove suonerà per noi s 
Nel volgere di secoli, perenne 
De* popoli sul labbro il vitupero. 



Tal d' Araldo il pensier era , e sui colli , 

Solitario movea. Gioja nel petto 
Tanta beltà gli desta, e dilungarsi 
Già in sua mente volgea, mobil più assai 
D' irondine che intorno al ciel volteggi. 
Pur di arcano pensier che lo travaglia 
Spesso il vedi in balìa: non chiuse Araldo 
Al freddo meditar l'alma per anco; 
E secreta una voce al cor gli parla, 




Che gli rimembra in suon di cruccio i primi 
Anni , pur troppo ! vaneggiando spesi : 
Poi quando il vero a contemplar s' avvia 
Fitta nebbia i piangenti occbi ravvoWe. 

— „ \1 corsiero , al corsier „ — grida, e per sempre 
Una terra abbandona ove celeste 
Provò dolcezza il cor. Dall'affannata 
Mente ogni egro pensier cacoia: non cb'ei 
Alle gioje d' Amor rieda , o di Bacco 
Le colme tazze ancor aneli; ei fugge, 
E del lungo errar suo la fine ignora. 
Mille dinanzi a lui varie, ammirande 
m s' apriranno anziché morto 
nel petto il desir che vagabondo 
Di terra in terra il mena, e pria che s'abbia 
La pace, e saggio esperienza il renda. , 

Pur mena ben che pochi istanti almeno 
Mafra il rattenga. Un dì la lusitana (5) 
Sventurata rema e trono ed ara 
Ivi adunò, gonne e cocolle, arcani 
Riti , e fèste profane : — estrano invero 
Misto 1 - ma pur di Babilonia quivi 
Ricco così la prostituta Donna 
Palagio ergea, che di qual sangue lorda 
L' empia si fosse obblìa l' uomo , e devolo 
Al cospetto di lei piega e s' atterra 
Che di gemme adornar seppe i delitti. 

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D' ogn' intorno i rapiti occhi rivolge 
Araldo, e valli fertili contempla, 
E romantici colli. — Oh! perché questi 
Siti ameni cotanto abbietti schiavi 
Avran, retaggio indebito? — Dal lezzo 
Ove poltre l'uom vii, folle pur gridi 
Chi '1 patrio ciel si scorda, e meravigli 
Ch'altri, più ardito molto, in obbllo ponga 
1 morbidi origlieri, e si commetta 
A perigliosa via , lunga sfidando 
Vicenda di dolor. Oh ! qual soave 
Balsamo ha 1' aere sovra i colti , e quanta 
Di vita ebbrezza sen diparte ! E mai 
Alma indolente a tal gioir s' allegra. 

* 

Biancheggia — di lontano indi si cela 
Delle montagne il vertice, e più liete 
Valli, benché men ricche assai, d' Aroldo 
Svelansi al guardo indagator; — immense 
Pianure , cui sol dà ronfi ri V azzurro 
De' cieli interminato. Ispana terra, 
Lunge così quanto penètra acume 
D'occhio mortai, saluta, ove ne* campi 
Mena agnelle il pastor per ricche lane 
Famose; — ed or sol da nemiche offese 
Armato il villanel ripara il gregge , 
Che un'oste invase formulata il vago 
Terreno ibero, e a' popoli sol resta 
La scelta della pugna o del servaggio. 



Là dove il lusitano al lido ibero 
Si giunge, oh! qual v'ha limite che parta 
Le due terre rivali? Il Tago forse 
Co* suoi flutti superbi alle gelose 
Genti frapponsi ? 0 di sue rocche antique 
Schermo lor fa Sierra Morena? 0 posto 
Argine ad arte già vi fu simile 
All' alto propugnacolo che cinge 
Il cinese terren? — Non è mortale 
Ante murai che le protegga, o largo 
Fiume profondo, o di scoscese rupi 
Orribile riparo; e non le serra 
Quella che il Gallo audace , al freddo Ibero 
Giogaja insuperabile nasconde: — 
Ma semplice ruscel, che inosservato 
Con basso mormorio 1' argenteo flutto 
Volve, e appena si noma. A lor comuni 
Son le rive fiorite , e là ricurvo 
Sul vincastro il pastor medita air onda 
Che ognor lenta discorre in mezzo all' ire 
De' popoli nemici. Altiero al paro 
Del più nobil fra* suoi duchi il più vile 
Colono ispano sa quanto soprami 
Al Lusitan che tra gli schiavi è schiavo. (6) 

Stroscian non lunge i fragorosi flutti 
Della veloce Guadiana, a cui 
Tante i vati sacrar ballate un giorno. 
Già del superbo fiume in sulle rive 
Cinti di maglia rilucente il petto 



Sietler ben mille cavalier rincontro 

Al Mauritano indomito: e qui furo 

Morti i più prodi infra i guerrieri; e quanti 

Agili al corso ebber le membra , ahi ! sempre 

Immoti si restaro: orientali 

Bende e divisi elmi piombar nell'onda 

Che al tonfo de' cadaveri gemea. 

Iberia! O vago, oltre ogni dir famoso 
Romantico terreno ! Ov' è il vessillo 
Che il fier Pelagio alto spiegava il giorno (7) 
Quando nel patrio suol mille straniere, 
Della Cava traea l'iniquo padre, 
Orde nimiche , ond' è che i tuoi montani 
Rivi scorrean di goto sangue infetti? 
Le bandiere ove son che sanguinose 
Stetler sul capo de' tuoi figli allora 
Che di vittoria ebbri cacciar V insano 
Assalitor fin dentro alle sue cupe 
Rupi native? Aureola in ostro tinta 
Raggiò la croce intorno, e sbigottito 
II lunato vessillo impallidio. 
Quando F eco affricati© i dolorosi 
Lamenti ripetè che dalle maure 
Sponde mettean le vedovate donne. 

Ed oggi ancor queste guerresche imprese 
La romanza volgar celebra. — Ahi ! solo 
Premio al guerrier la fama ! — Allor che infranti 
Cadono i marmi , e van perduti i fasti 

3 



die l'istoria vergò, pur tuttatia 
Eterna vive de' pastor nel canto. 
Orgoglioso mortale. I In te per poco 
L' audace sguardo a tòsta, c vedi t cone 
Un'umile canzon serbi a' nepott 
11 nome degli eroi 1 Nutrì tu fórse 
Speme che i libri» le colonne, e gli archi 
La tua grandezza eternino? Oppur credi 
Che di te a' figli tuoi debba 1' antico 
Vegliardo favellar, quando travolti 
Nella notte d' obbiio dormano i tuoi 
Parassiti con teeo, e abbominato 
Varchi il tuo nome ai secoli venturi? 

Sorgi, Ispano, ti sveglia! Ecco t'appella 
La prisca di tua mente inspiratrice 
Cavalleria. Gridar non l'odi — All' ai mi? — 
Non quale un dì solea V asta temuta 
Ella squassa , né più I' elmo a' adorna 
Del vermiglio pennacchio all' aura aparso. 
Ma su globi di fummo ella s' affaccia 
Che dalle ardenti folgori di guerra 
Svolvesi , c parla , e la sua voce è tuono : — 
Su destatevi; — all' armi ! — Ella più (toc* 
Suonar s'udrà che non suonava allora 
Quando per tutte le andalusie sponde 
I bellici intuonar canti s' udio? 

De' cavalli non senti ai concitati 
Passi scossa la terra , al piallo il fero 



Strage contempla, chè 1* istante è presso 
Che tre possenti nazioni a «era 
Convengano tenzon, perchè di questa 
Barbara deità così s'appaghi 
L' alma che sol <T uman sangue si pasce. 

Mirabil vista ! — ove non sia tra quelle 
File amico o fratel — «piegate ai venti 



\ 

\ 

\ 



- 1 



D'armi cozzar? E quanti al suolo infranti 
Tronchi rimbalzin dall' acciar non vedi ? 
Né vorrai tu d' estrema aita i tuoi 
Fratelli confortar, pria che gli atterri 
La rabbia del tiranno, o de' suoi crudi 
Sgherri il compro pugnai ? — Già mille intorno 
Fuochi di morte divampar: dovunque • 
Fere il bellico tuon. — Di rocca in rocca 
L'atro rimbombo ad or ad or n'eocheggla 
Onde spenti cadean mille gagliardi. 
Tra sulfurei vapor morte imperversa ? 
E delle stragi il dio pei sanguinosi 
Vostri campi discorre > « fraddo^ ingombro 
Son popoli sgozzati a r passi suoi. 



Ve' su quel monte minaccioso, orrendo 

N' è il folto orin; con man di foco afferra 
Roventi aste di morte; il cupo sguardo 
Venefico ogni cosa arde , consuma , 
Chè 1' orbita sanguigna ove si volga 
Mille folgori avventa; al di lui piede 
Distruzion s' asside empia , e la dira 



.4 



— 36 - 

Osservar d' alto le bandiere , in vari 
Color distinte , e incontro a' rai del sole 
Luccicar l' arme ! Simili a rabbiosi 
Mastin che i denti digrignando, il cielo 
Co' latrati feriscono , e da lunge 
Già minacciali la preda, ecco avventarsi 
Immense schiere infra i perigli; e solo 
Breve drappel fia che risenta il grido 
Della vittoria, e qual di prode ha vanto 
Ingojerà la tomba. Appena il fero 
Nume di guerra numerar le spente 
Falangi può, tanta é la gioja — ahi cruda 
Infernal gioja ! — che gli avvampa in petto. 

Tre qui pronte già stanno avverse schiere 
Al sanguinoso sacrificio: grida 
S' ergono fino al ciel da tre diverse 
Favelle uscite, ed altrettanti in alto 
Stendardi sventolar. Odi d' intorno 
Francia, Spagna, Albion, gridar — Vittoria \ 
Vedi sul pian di Talavera accolti 
Coir aggressor la vittima , e fra quelli 
L' alleato pugnar onde s* accresca 
Negli animi vigor — come se troppo 

Non scendesse la morte ! — e agli avoltoj 
Grato pascol daranno; e di lor salme 
Saran coverti i contrastati campi. 

Gioco d' insana ambizìon fien tutti 
Freddo ingombro sul piano , e gloriosi 



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37 - 



virgulti n' andran di lor solinghe 
Tombe intorno cresciuti. — Ingannatrice 
Lusinga ! — E eh 1 altro mai son questi prodi 
Fuor che abbietto strumento onde il tiranno , 
Che a mille a mille struggerli non pavé , 
De* cadaveri lor disseminata 

S' apra una via, che il meni — ove ? — ad un sogno ! 

Forse i despoti trar potranno in mezzo 

Di serve regioni unquà un sol passo, 

O volgersi a una terra , e dirsen donni , 

Se orrenda strage pria compra non 1* abbia ? 

Albuféra ! — Od' eccidio e di ruine 
Campo famoso! Allor che il tuo terreno 
Aroldo chino in sul corsier premea, 
Oh ! chi detto I' avria che poscia vólto 
In teatro saresti ove s' aduni 
A vincere o a perir nemico stuolo? 
Pace agli estinti eterna ! Oh 1 po<*san queste 
Lagrime eh' io verso al valor de' prodi 
Far che eterna di lor fama sen voli ! 
Fino al di ch'altre vittime, novella 
Faccian contrada di lor sangue rossa, 
D' Albuféra avverrà eh* ogni gentile 
Il bel nome ripeta , e sempre fia 
Nobil soggetto alla canzon del bardo. 

Or di guerra non più : — lascisi a' forti 
Per bramosìa di fama alle spietate 
Ire di marte il petto espor : non fia 



Che la gloria a destar valga a novella 
Vita lor salme, e caggiano pur mille 
Onde a' accresca onor d* un solo al nome. 
Pur crud'opra sarìa questi felici 
Mercenari sgannar , che credon , folli ! 
Cader pugnando per la patria terra; 
Abbietti ! — che I* avrien di vitupero , 
Vivendo ancor contaminata , o turpe 
Sedizion tentando , o per distorti 
Campi con vili masnadier confusi. 

Sempre ne' suoi pensier chiuso , alle terre 
Volgesi anelo Aroldo , ove orgogliosa 
Siviglia appar, perchè non doma. Ancora 
Devota è a libertà questa che il Franco 
Far sua preda vorria , ma ohimè ! s' appressa 
L'ora fatai, quando tra '1 foco e M sangue 
Fero il conquistator piombi e i superbi 
Suoi palagi distrugga, e lo spavento 
Dovunque il segua, e V esterminio e il lutto. 
Inevitabil ora ! — Indarno al fato 
Resister vuoisi aitar che a maledetta 
Terra i crudi suoi figli eccidio manda: — 
Nè , se ciò fosse , in cenere conversi 
Foran Pergamo e Tiro , e tuttavia 
Laude avrebbe virtù , morte il tiranno. 

Eppur F inerte Sivigliese ancora 
Della ruìna sua lontano il giorno 
Crede , e alle feste s' abbandona , e cura 



Dì lieti canti c di piacer sol premi e : i 
E ogn' istante per lui di sempre novi 
Godimenti è foriei . Ché non potrìa 
Suon di nemico accìar scoter quel molle 
Petto giammai: né di guerriera tuba 
Squillo s'intende, ma soave arpeggio 
Caro ad amante cor. Incensi e voti 
Porgon suU' are a vanita e he scria 
Per essi è diva. Orgie notturne anela 
La gioventù d' amori ebbra , e da quante 
Follie deturpali le citta seguila , 
Erra la volultade, e regna, e intanto 
Di Siviglia cader sembran gii spaldi. 

Non così il campagnnOl , — ma Ove s* asconda 
Cerca, e seco la pavida consorte 
Mena fuggendo, né lontan s'affida 
Volger gli occhi piangenti , pauroso 
Che tratto trailo sbarbicata innanzi 
Gli si affacci la vite , o dall' ostile 
Foco consunta. \hi ! più non son que' giorni 
Quando al chiarore di propizia luna 
Il fandango danzar godea , scotendo 
Le liete castagnette. Oh 1 se potesse 
Di quel vivo gioir che per voi vólto 
È in fatale velen sola una stilla , 
0 monarchi , nel cor scendervi ; mai 
Di gloria il menzogner grido sedurre 
Polria vostr'alme, e non s'udrebbe il roco 
. Suon de' tamburi che i placidi sonni 
Rompe , e felice V uom forse saria. 



Quale 'or del mulattier gagliardo è il canlo? 
Religione , amor suonano forse 
Nell'alpestre romanza, onde al frequente 
Del campanel de' muli suoi tintinno 
Cerca al lungo cammin tessere inganno? 
No ! — ma T odi ad ognor queste parole : 
— Viva el Rcy\ replicar; ed interrompe (8) 
Spesso quel canto , e Gaudoy e l' antico 
Re Carlo maledice, e impreca al giorno 
Quando il donzel dai negri occhi la prima 
Volta d' Ibcria la reìna scorse : 
Adultero commercio onde principio 
Ebbe l'infame orribil tradimento. 

Su questo piano interminato, cui 
Fan le rupi corona , e dove ancora 
Sorgon torri moresche, ovunque pesto • 
È il suol dall' orme de' cavalli ; e adusta 
L' erba dai foco , assai mostra che scese 
In Andalusia il ficr nemico. Questi 
Gli accampamenti , e gli avamposti , e i fuochi 
Della guerra qui furo. E qui l' ardito 
Colon rapìa del rio dragone il covo; 
E il loco ancor con trionfale orgoglio 
Addita e queste rupi erte che furo 
Conquistate in un di spesso e ritolte. 

Quanti incontri per via, vermiglia nappa (9) 
Recan sul capo onde qual fugga , e quale 
Giunger possa conosca. Maledetto 



Chi questo segno d amistà non reca 
Per battuto sentici*. Pronto c l'aguzzo 
Pugnai , subilo il colpo : oh ! se ti' ascose 
Daghe sotto al manici giammai la punta 

I brandi a rintuzzar valesse, e il fummo 

De' cannoni affrontar, vedresti — e tosto — 

II nemico abbonir le sue conquiste. 

Lunge cosi quanto uman guardo puote 
Giunger, le cupe di Morena alture 
T appresentano al guardo ovunque feri 
Bronzi di guerra : e vie dirotte , e spesse 
Palafitte, e fossati ampj di torba 
Onda coverti , e gli avamposti , e ferme 
Le scolte alle vedette , e vittuaglie 
Nel fesso ascose delle nipi , e sotto 
Un asilo di stoppie, impazienti 
I bardali corsieri, ed i fatali 
Di piramide in guisa ammonticchiati (10) 
Globi, e le miccie ardenti: — indizj questi 
Certi ben son che l'inimico é presso. 

• 

Ma il braccio di Colui che tutto move , 
E sol d'un guardo crolla i troni, e i vili 
Tiranni atterra sbigottiti, ancora 
Un istante ristassi anziché scoia 
La verga ria dell' csterminio, e mite, 
D' un istante il fatai cozzo rallenta : 
Ma ben tosto in fticor di mezzo a queste 
Falangi minacciose i suoi campioni 



Fia che s'aprano il varco, e l'occidente 
Il fero ludo infesti. Oh ! come acerbo 
Sarà, Iberia, per te quel dì che a volo 
Stenda il gallico augel le vincitrici 
Penne , ed i mille tuoi figli ravvolga 
Delle tenèbre sue Torrida notte! 

* * 

S' immolerà così dunque l' altera 
Tua prode gioventù, perché di crudo 
Duce resti il furor pago e l'orgoglio? 
E fian nella crudel lolla i meschini 
A soggiacer dannati ? e non v' ha meno 
Tra il servaggio e la tomba? e trionfante 
L' ingiustizia vedrassi, ed in ruine 
Vòlta Iberia sarà ? L' Ente che i savi 
Onorano quaggiù , commessa forse 
L* estrema ora ne avrìa , nulla del suo " 
Appello supplichevole curante? 
E de' prodi il valor fia vano? e i sani 
De' vegliardi consigli , e delle patrie 
Rive l' affetto intemerato , e il brìo 
Di giovinezza, e dell'età matura 
Il non domabil cor, tulio fia vano? 

E fia vano non men, che generosa 
Sorga l' ibera vergine , e sospeso 
Del salce a' rami il tenero liuto , 
Del sesso ad onta, al molle fianco cinga 
La spada , ed il guerrier cantico , esposta 
A qual maggior stringa periglio , iniuoni ? 



Colei che già pallor coprìa letale 
Sol che spicciar fuor da ferita il sangue 
Scorgesse, cui della cornacchia il grido 
Inorridir già feo , de' brandi il truce 
Lampo or sostiene, e il luccicar di mille 
Bajonette non teme in ordin mosse 
Quasi mobile selva; e calpestando 
Salme spiranti , a Pallade simile , 
Tragge fin là 've forse avrìa temuto 
Volgere i pasti il fier Mavorte , ei stesso. 

Tu che udendo di lei ti meravigli, 
Oh ! se in più lieta età vista 1' avessi 
Quella pupilla sua più nera assai 
Del vel che la coprìa l Se ne' riposti 
Boschetti il modular giunto ti fosse 
Della diva*sua voce, e que' disciolti 
Capei veduti avessi a cui ritrarre 
Arte umana non vale, e la prestante 
Forma, e la grazia oltre ogni dir perfetta: 
Oh ! avresti detto mai , che un dì la torre 
Di Saragozza lei vedrebbe un riso 
Mover di scherno in faccia de' più cru<* 
Perigli, e trar le spesse file dove 
Di gloria appar più periglioso il varco? 

Cade l'amante; — né di vane stille 
Sparge le gote; e, il duce suo trafitto, 
Succede al fatai posto. — Turpemente 
Dansi alia fuga i militi — resiste 



— 44 — 

Sol essa, ed i fuggenti iosiem rappclla. 

L'oste s'arretra: — ad inseguirlo è prima. 

Qual più di essa poirìa quotar lo spirto 

Dell' amico fedel ? Qual di più pronte 

Vendetta ri merlar di generoso 

Duce il morir? Qual donna mai potrebbe, 

Se non ella , nutrir di speme un raggio , 

Quando per 1' uom non v' ha più speme ? O quale 

Sarebbe nel ferir di lei più crudo 

Che il nemico fugò presso alle mura 

Già de' bromi al tuonar arse e distrutte? (11) 

Pur d' amazzone il cor non ha l' ibèra 
Vergine , chè a' piacer creolla amore ; 
E se audace lalor nelle battaglie 
Co' fratelli gareggia, e minacciosa, 
Alle falangi §amUklà^m^ 9 ^A^ 
Incede alteramente , altro cotesto 
Bellico ardir non è che di colomba 
Amoroso furor, in ver la cruda 
Destra villana, che minaccia il dolce 
Sposo rapirle. E di valor l' ibèra 
Donzella, e insieme di dolcezza avanza 
Quante soli' altro ciel crescon famose ; 
Ma in petto più sublime alma rinserra, 
Né seducente è men la sua beliate. 

kJ&b vii ;<#rt&fH*> l *tb>../ 

Questa pozzetta che d' amor la dia (12) 
Mano sul mento le imprimeva , tuitt^) 
Di venustà la lusinghiera imprt|*^#^^ 



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Mostra, ed i labbri ove a scoccarsi presti 
Stan mille baci , in cor del giovinetto 
Destan la speme pria che nullo ancora 
Merto se n' abbia. Oh ! come bello e fero 
Appar lo sguardo a un tempo 1 e come invano 
Scemarne s'attentò, mentre alla gota 
Corse Febo col raggio, il bel primiero 
Candori Quanto più splende or che da quei 
Ra$ji amorosi si ripara ! E ancora 
Tal vi sarà che a tanto bel preponga 
Le nordiche beltà pallide, emunte? 
Oh I come ingrato n' é 1' aspetto , e quanta 
Fral languidezza da que' volti spira I 

Voi che inspiraste de' poeti il carme, 
O sponde avventurate, e voi di questa 
Spiaggia narèm fortunati, ov' io di lode 
Cantico innalzo alla beltà lontana 
Che fora ad ammirar stretto egli stesso 
11 cinico sever, ditelmi voi 
Se d' iberia alla vergin dalle nere 
Pupille scintillanti le gentili 
Vostre Uri comparar giammai si puonno 
Cui sommo bene par che non conteso 
L' 8er del cielo abbiate lor, cotanta 
Tema v' assai che sulle ali de' venti 
Scenda amore in que' petti, e li seduca. — 
Ohi non vi gravi il confessar, siccome 
Per noi s' apra colà del vostro accorto 
Profeta il paradiso, allor che delle 



Da' neri occhi celesti alme fanciulle 
N'allieti il santo vcrginal sorriso. 

Oh! tu, Parnaso, ch'io, non nel deliro (13) 
Di fantastico sogno, o ne' concetti 
Di mitica canzon, dia tal ravviso 
Qual nel terren natio t' ergi gigante 
Colla fronte di diacci, e in un di grevi 
Vapori incoronata , — oh 1 nella pompa 
Di tua selvaggia maestà , superbo 
Monte, che il nome tuo nel canto splenda 
Chi fia che meravigli? Un sol v'ha forse 
Vialore , e il più uraìl , che delle tue 
Falde intorno s'aggiri, e non sia vago 
L'eco tacente ridestar cantando? 
Benché alcuna non v' ha deMe gentili 
Muse che l'erto giogo ornai passeggi. x 

Oh ! quante volte io te , colle famoso , 
Vidi ne' sogni miei ! Non sa dir quanta 
Parte di ciel I' umana mente accolga 
Chi '1 tuo non sa sublime nome: ed ora 
Che ti contemplo, ohimè! de' fiochi accenti 
Onde laudane io pur volea m' adonto. 
S' io penso quai ne' secoli che furo 
A te diedero onor, tremo , ed umile, 
— Ch'altro non posso — innanzi a te mi prostro. 
Nè più voce mandar , nè spiccar vano 
Volo m'attento, e attonito m'affiso 
In quel che sul tuo capo ergono eterno 



Padiglione le nubi , e taciturno 

Nel pensier mi ricreo che a me dappressc 

Stai vera forma, e te qual sei contemplo. 

Più avventurato ami di tanti egregi 
Cui , poiché visser sotto stranio cielo, 
Tanto mirar niegossi, i sacri moghi 
Insensibil vedrei , che di devote 
Cantilene onorar sforzansi quanti 
Noi vider mai ? Benché più non alberghi 
Apollo le sue grotte, e tu soggiorno 
Già delle muse or non sii lor che tomba: 
Pur questi ermi recessi anco penètra 
Qualche spirto gentil, e le aure pure 
Gode spirar: — silenzioso in questi 
Antri vocali posa, e coli' ignudo 
Piede la sacra armonie' onda tenta. 

Di te poi narrerò. — Pur dilungarmi, 
A farti omaggio, dal cantar mi piacque. 
Dell' Iberia dimentico, e di sue 
Verginelle e garzoni , e de* suoi fati 
Cari a libero cor, — a te, non senza 
Una lacrima pia , volsi il saluto. 
Or donde torsi rìederò ; ma pria , 
Del tuo sacro terren deh ! non niegarmi 
Un pegno che di te mi parli : almeno 
Concedi eh' io d' una sol fronda spogli 
L' arbor di Dafne intemerata , e 1' alto 
Desir che in sen mi freme , oh ! fa che n 
Appaja pueril vano trastullo. 



No — di Grecia a' bei dì , le torreggiami 
Tue cime non iscorsero giammai 
Starsi a tue falde un sì leggiadro coro ; 
Né mai, qualor scossa dal Dio, l'arcano 
Pittico inno suonar la furibonda 
Sacerdotessa fea , Delfo simile 
Stuolo non vide di donzelle, e a cui 
Tanto negli occhi ardesse amor, siccome 
Queste d'Andalusia ch'ogni più forte 
Nutron desir neh" agitata mente. 
Oh! perchè non le fu dell'ombre chete 
Cortese il ciel , di che s' abbella ancora 
Grecia, benché d'ogni sua gloria ignuda? 

Pregio di leggiadria vanta 1' altera 
Siviglia, e braccio poderoso, e molto 
Oro, e vetusta origine, ma senza (14) 
Che di tanto laudar suono la vinca 
Pur attraente più dalle lontane 
Rive Cadice appar. Qual dolce move, 
O voluttà , da' tuoi sentieri incanto 1 
Mentre in giovine petto ardente e pieno 
D' affetti il cor trabalza, oh! chi potrìa 
Al fascino del tuo magico sguardo 
Sottrarsi? A noi di serpentine avvolta 
Ingannevoli spire, a cui divino 
Giugnesi il capo di cherubo , scendi ; 
E il seducente lusinghiero aspetto 
A seconda d ogn'uom muti e confòrmi. 



— 49 — 

Quando Pafo cadea — che inesorato 
La strusse il tempo — (oh l'esecrando veglio! 
Infin la dea che tutte cose al suo 
Volere inchina a te piega ! ) — repente 
S' involar© i piaceri , un altro amico 
Asil cercando; e Venere cui solo 
Diletto è il mar domi' ebbe vita , in questi 
Lidi si piacque avventurosi, e Tare 
Ripor qui dove una città di mura 
Candide cinta si scorgea, dispose. 
Ben mille templi a lei sorsero, a lei 
Mille altari sacrarsi ù dei misteri 
Fra i riti arcani eterna arde la fiamma. 

Dal mattino alla notte, e dalla notte 
Al rorido mattili che col novello 
Raggio mille rischiara alme , beate 
Nel giocondo pensier che le avvalora 
Di lor gioje notturne — ovunque — canti 
Odi amorosi, e intessere di fiori 
Vedi leggiadre ghirlandane , e giochi 
Novelli pullular, nove follìe. 
Chi di Cadice al bel lido s' arresta 
Lungo a composto tripudiar un vale 
Dice, che nulla qui rompe l'allegro 
Gavazzar d'ogni guisa, abbenchè, solo, 
Di vero culto invece, arda sull'ara 
L' incenso monacai : congiunto spesso 
Colla prece è l'amor, ed a vicenda 
Religione e amor si parton l'ore. 

4 



-so- 
li dì festivo sorge: ecco il beato 
Istante del riposo 1 Ohi la ledete 
Terra qual compirà rito solenne 
Che la raccosti al ciel? Osserva! — Sacro 
Al tripudio il di fia. — Silenào ! — 11 fero 
Muggir non odi tu che manda il rege 
Delle foreste? Ei l'aste spessa, e il sangue 
Che spiccia fuor dalle squarciate vene 
A' cavalli non mcn che a' cavalieri 
Cui col corno fatai pur diami spense , 
Lambe feroce: a nova pugna invito 
Move con alto strepito incessante 
L' arena popolosa : e V insensata 
Ciurmaglia plaude , allor che sparsi osserva 
1 palpitanti visceri. Né torse 
Pur la beltà l'intento sguardo, ch'ami 
L' alma non parve a unto orror commossa. 

Sorge il settimo di — gaudio agli umani ! — 
Tu questo di sacro alle preci, assai, 
Londra, conosci. Allor movono insieme 
Col pulito borghese, artier, famigli 
Parati a festa, od a spirar la pura 
Aura sen van , che ogni altro di noi puormo. 
Cocchi , berline , whiskeys i numerosi 
Tuoi quartieri attraversan strepitanti 
Che ad Hampstead , a Brentford , a Ha ito w soti vólti: 
Finché spossata pel cammin la rózza 
Resta, e le rote cessalo .studenti. 
Mentre intanto il pedon dalla sua via 
Cento mette ver lei voci di scherno. 



d b y Goo gle 



Quei «ul Tamigi, d'ogni vezzo adorna 
Tragge beiti : questi al regal sentiero 
Più cauto si commette; altri il bel colle 
Di Richmond sale , a Ware altri s' avvia ; 
E <T Highgate al bel poggio immènsa schiera 
Giunger s' affretta. E a che ? — - V ombre diranno 
Della Beozia. — Ad onorar l'arcano (U) 
Sacro corno solenne. (*) Iti i gattoni 
Convengono e le vergini; e dappoi 
Che al temuto giurar suo nome , in tresca , 
Sin che giunga il maltin, cioncando stanno. « 

Son dovunque follìe — pur terra alcuna 
Non avvi che le tue vinca o pareggi , 
Cadice bella, che nel cupo azzurro 
Del mar t'ergi sublime. Appena il tocco 
Della campana mattinai la nona 
Ora segnò , che a' lor salmodie danno 
I devoti principio, e istantemente 
Alla Vergin pregar gii ascolti — sola 
Cui nulla macchia appanni — onde le ree 
Vergogne lor purifichi, che tante 
Son, quanti sono a venerarla; in fòlla 
Poscia al circo s' avviati. L' età fiorente 
Della canuta al par, ricchi e mendichi, 
Al comune gioir là traggo» tutti. 

S' apre la lizza ; — spaziosa e vota 
Appar l'arena, e intorno a mille a mille 

(») Festa simbolica , temuta da' miriti. 



S' accalcano ansiosi i riguardanti. 
Moli' ore scorreran pria che lo squillo 
Delle trombe s' intenda , e già per tutto 
Gremito è sì che ornai pe' sorveglienti 
Loco non resta. I Do« e le Grahdkze (' ) 
Molti qui son: molte le dame il cui 
Occhio scaltrito di tal luce brilla 
Che chi mal cauto vi si affisa incende: 
Pur non evvi tra loro alcun, negletta 
Vittima dell'amor, siccome spesso 

J] trovator lunatico s'intinge. 

*ì - . 

Cheto è l' insano murmurc : — di snelli 
Destrieri in groppa, candido sul capo 

aurei recando, 

Ben quattro cavalier, che in gentil atto 

À dritta a manca a riverir son vólti. 

Di nobile lavor ondeggia», ricche 

Di moli' oro le ciarpe, e destri e gai 

S' impennano i corsier : se vincitori 

N' andran , compiuto il periglioso gioco , 

Fia che il lungo plaudir ne li rimetti 

Delle addensate turbe , ed il sorriso 

Della beltà — premio alle grandi imprese ; — 

Nè d'altro mai van duci e re superbì 

Che d'ottener ciò ch'ei lottando avranno. 

* 1 t^mk^^r^^- -, > vii c eicp "6 
'jfi&*'*àm*mMti-* ^nw'i v*rf/ 

H Titoli de' nobili i B I.pag.a. 




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Di ricche vesti ornato, e di fastoso 
Mantel gli òmeri cinto — a piè — nel mezzo 
Lanciasi dell' arena , impaziente 
Che ornai col re de' greggi arda la zuffa 
L' agile matador : ma cauto il loco 
Osserva pria , se mai v' abbia non visto 
Intoppo al suo fuggir: sola difesa 
Ha un dardo — e lunge pugna — altro non puote 
L' uom , se con seco agii corsiero , ahi ! spesso 
Per lui dannato anco a perir, non abbia. 

Tre volle risuonar le squille: — oh vedi! — 
Dato è il segnai. Disserrasi il selvaggio 
Antro: — sospesa palpita la pressa 
Lungo il circo tacente. Appena tocco 
11 robusto animai mugge , e fcroce- 
- mente guatando a sé d' intorno , batte 
Il suol colla sdegnosa unghia : nè cieco 
Però si slancia incontro all' uom , ma d' una 
In altra parte pria la minacciosa 
Fronte volge , onde al primo urto s' accinga, 
(lolla mobile coda ad or ad ora 
I fianchi si travaglia , e dalla vasta 
Orbita schizza fuor l'occhio rabbioso. 

0 

Ad un tratto ristà : fisso è lo sguardo. — 
Arretra, incauto giovinetto, arretra! 
La lancia afferra , ecco V istante; — o spento 
Cadi, o se destro assai , nel sanguinoso 
Urto il ratticni. Hanao i corsier, leggeri 



— 54 — 

Balzi spiccando, di schermirsi il destro. 
Spuma il tauro in furor; — torsi ai mortali 
Picchj pero non vale. Ecco a torrenti 
Da' fianchi aperti il nero sangue sgorga: 
Ei fugge, si ravvoltola, fremente 
Per eroe' ohe trae dardi confitti al dosso. 
Strale a strale s'aggiunge, e delle lancie 
Il tempestar s' addoppili, e la percossa 
Belva dolenti manda alti muggiti. 

Ma già Iena ripiglia, e dardi e lancie 
Noi ratti iranno ornai, né violento 
Divincolarsi di destrier cui stringa 
L'ultim' ambascia. Invan colle possenti 
Armi l'uomo l'assai; vane le picche, 
Vano è il valor. Scisso cadaver giace 
Corsier superbo in sull'arena steso; 
Un altro , orribil vista ! spalancato 
Mostra l'immane ventre, e per gli aperti 
E sanguinenti fianchi le minugia 
Si veggion palpitar: — morente — ancora 
Le estenuate membra al trascina 
Che ogni ostaool sormonta, e barcollante 
Trasporta il cavalier fuor da' perigli» 

Vinto ed ansante a stento, e nel supremo 
Punto ancor furibondo, in mezzo al campo 
11 toro immobil sta ; fra suoi nimici 
Che la pugna cessar tremendo ancora, 
Ad onta di sue piaghe, e degli strali 



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Nelle cuoja confitti. — Ecco I* istante 
Che il rosso manto il matador scotendo 
Volgesi intorno a lui, mentre il suo leve 
Quadrello vibra. Ultimo sforzo ei tenta: 
Già s'apre 11 passo — ahi furor vano! Iniqua 
Destra il manto abbandona, e gli occhi fascia 
Quegli s'avvolge, e sul terren procombe. 

Là 've alla 6pina vertebral s' aggiunge 
11 collo, qual nella guaìa/i brando, 
Immergesi lo stral: ei resta, e freme -r 
Di rincular sdegnoso — lentamente 
Cade fra i gridi t rionfali , e sema 
Mandar muggito o dar tremito — - spira. 
11 carro adorno già s' avanza : — suvvi 
La pesta spoglia ammontasi -r- gradita 
Vista ad occhio volgar ; — quattro selvaggi 
Destrier robusti traggonla , di freno 
Intolleranti ancor : cosi la grave 
E negra mole allo spiar s' invola 
Della stupida calca, inosservata, 

Tal è iì crudo spettacolo che spesso 
Le ibere assembra giovinette* e gaudio 
Desta in seno al pastor cui sin da' primi 
Anni nudriro a' sanguinosi ludi. 
Di vendetta al pensier s' allieta , e vede 
Le altrui pene e sorride. Oh ! qual ne' borghi 
Rea gavazza discordia , e li sommuove , 
Gli atterrisce, gì' insanguina ! Se viste 



— 56 — 

Già fur mille falangi incontro «tarsi 
Dell' invasore , ahi ! che d' Iberia assai 
Rimangon figli ad aguzzar furtivi 
Lungc dal campo quel pugnai che debbe 
Punir di morie il più leggero oltraggio. 

Or gelosia non più: — ceppi, catene, 
Scolte feroci a custodir vegliami , 
E ciò che in alma generosa un cupo 
Fremito desta, ed al senil marito 
Fu atroce mezzo a sicurar l'oggetto 
Del terror suo — le sbarre — in muto obblio 
Il secolo che fu tutto ravvolse. 
Qual donna ornai di liberta si vanta 
Quama n* avean le ibere giovinette 
Pria che di guerra il rio furor — qual arde 
Vulcan repente — s' accendesse , allora 
Che colle sparse trecce altri le vide 
Starsi sui prati verdeggianti in tresca, 
Mentre del raggio suo Y ilari danze 
Che amor movea, schiarò l'astro notturno? 

Oh ! quante volte al sen d' Araldo il foco 
D' amor s* apprese — oppur d' amar s' illuse — 
Chè il più vivo gioir che nutra amore 
— Ulusìon — altro non è: — ma chiusa 
A ogni dolce sentir s' era queir alma , 
Poiché air onda letea non anco ei bebbe; 
Ed apprese poc'anzi — c vero il crede — 
Amor di prezioso al par dell' ale 



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— 57 — 

Nulla serbar per lui. Chè — sia pur quanto 

Vuoisi bello, gentil, florido — sempre 

Dalle sorgenti del piacer diparte 

Un non so che d'amaro, e sui più vaghi 

Fior si distilla, e gli avvizzisce, e strugge. (16) 

Pur di beltade al seducente aspetto 
Cieco ei non è ; ma non que* vezzi puonno , 
Più che sul saggio , in lui. Non che Sofia 
Della casta sua luce un cor sembiante 
A quello, s'abbia irradiato mai; 
Ma della mente il delirar feroce 
O s' acqueta o s' estingue. E da gran tempo 
Ogni sua speme , a tal che più non sorga , 
Sepolta il vizio avea , che sotto a' passi 
Scavasi ognor voluttuosa tomba. 
Vittima infausta del piacer ! Ahi ! lento 
Lo strugge il sovvenir tristo de' suoi 
Abbominati di, tanto che mostra 
Sulla livida fronte la bestemmia 
Onde l'alma a Cain sempre frenica. 

Stranier fatto quaggiù — più colla folla 
Ei non si mesce — e pur non l'odia: — forse 
Un desiro talor gli arse nel petto 
Di danze e feste, — ma può mai sorriso 
Affacciarsi sul volto a lui che geme 
Vinto dal suo destin? Nulla di quanto 
Vede, il cupo martir temprar potria. 
Pur del demone rio contro la possa 



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Leva* un dì : — menlre m riposta stanza 
A una Grazia devola, abbandonato 
Stavasi a freddo «editar repente 
Mormora l' arpa — «- ed incensalo un carme 
RipQton l' aure, -»- Ei la bellezza onora - 
Ma (al , che ancor gli avventurali giorni 
Quando ammirata ei pur l'avea, rtmeaibra. 

* • 

AD INE Z 



Oh ! all' ansia fronte non sorrider — cessa 
Che render, lassa! il riso tuo non sa: 
Ti guardi U eie) che dal bel ciglio espressa 
Cada una slilla ignota alla pietà. 

Tu clùcdi qual secreta doglia gli anni 
Attoschi di mia gaja gioventù? 
Oh! perchè saper vuoi si crudi a (Tamii 
Cui lenir non polria diva virtù? 

Non odio, non amor, e non abbietto 
Che mi divori il sen desio d'onor, 
rianimi il mio fato a maledir costretto , 
E fuggir lei per cui stniggeasi il cor; 

Ma quel tristo languor che, ovunque miri, 
Intollerante affacciasi al pensici. 
Più non puotc beltà far eh* io sospiri ; 
Fiu gli occhi tuoi me» belli a m<* si fer. 



Egli è quel fero intimo cruccio eterno 
Che del ramingo Ebreo V alma turbò: 
Oltre la fredda tomba altro uon scerno ; 
Speme , pria eh' io vi scenda , altra non ho. 

Qual esul può fuggir sè stesso? Errante 
Volga alle zone più remote il pi$, — 
Dovunque — 1" atro demone ho davanle 
Ch' ardemi l' ossa — è il mio pensicr con me. 

Altri alle larve del piacer s'arresti, 
E gusti quel che più bramar non so; 
Duri eterno 1' incanto, e ov' ei si desti, 
Non sia del duol che V alma mia provò. 

Me da membranze maledette scorto 
Veggo , a qual terra traggami il desjr; 
E solo nel pensiero io mi conforto 

Che il più grave provai d' ogni marlir. 

i. 

- 

— E qual? — Noi chieder per pietà! - Paventa 
D' interrogarmi — oh! tu sorridi ancor! 
Se il rio verme infemal clic V uom tormenta 
Svelar non vuoi, deh! non tentarne il cor. 

* 

Addio, Cadice bella! ab si, per lungo 
Volger di tempo — Addio ! — Scordar la tua 
Costanza nel lottar, oli 1 ehi '1 poi ria? 
Mentre d' intorno a te tutto a novello 
Sir piegava, fede! fosti tu sola. 
La liberlade a conquistar tu prima, 



Ultima ad esser doma: e se fra l'alte 
Scene di morte, e il fero «contro, il sangue 
D'alcun de' figli tuoi le vie t'allaga, 
Un sol empio cadea sotto il coltello. (17) 
Là magnanimi tutti eran, se sola 
La nobiltà ne togli , e al carro infame 
Nessun di voi, fuorché la tralignata 
Cavalleria — neasun — curvò la fronte. 

Tali di Spagna i figli sono : e oh ! quanto 
Strano il destin ne fu: per libertate 
Pugnan quei che non fur liberi mai. 
Popolo senza rege, aita al fiacco 
Monarca e muor per lui : dove rivolti 
Sieno i grandi a fuggir, pugna il vassallo: 
Allo schiavo più vii che al tradimento 
Venda l'avara man, fidi, una terra 
Aman che lor non dié più della vita. 
Le vie di libertade, il vanitoso 
Animo accenna lor , sicché rispinti 

Nelle battaglie, e oppressi sempre: — guerra! 

Gridan, — guerra!— al colte! — s'altro non puossi. (18) 

Tu ehe saper quale Tlberia, e quali 
N' erano i figli aneli , i sanguinosi 
Volgi suoi fasti, a meditarli inteso. 
Quanto adoprar per ria vendetta contro 
Nemico estranio puossi , ivi de' Franchi 
Alle vite attentò: dal nobil brando, 
Al celato pugnai, tutto nell'atra 



Mischia, di guerra fu strumento: — oh! eh* ella 
Suora e consorte almen ne serbi, e intero 
Degli oppressor si versi il sangue , ed abbia 
Qual v' ha conquistator sorte simile. 

Se chiedi al Castiglian, perchè dal ciglio 
Pietà una stilla non gli spreme: — Ohi vedi, 
Ei ti dirà, quel pian fumante, e in vòlta, 
Bruttate neirostil sangue le destre, 
Donne aggirarsi : e abbandonati a' cani 
E agli avoltoj cadaveri insepolti. 
Ciò che al vorace augel preda non ha — 
Le ossa spolpate — e dell'orrenda strage 
L'indelebile traccia, — ohi della pugna 
Serberà ancor le dolorose impronte; 
E tanta guerra membreranno i figli. 

Né ancor tocca al suo fine. Orde novella 
Piomban da' Pirenei : chi delle stragi 
Può il terrain presagir? Vòlte all' Ibero 
Son le tremanti nazioni: oh! s'egli 
Libero sorge, sorgerai! con lui 
Tanti, onde il tristo novero fia vinto 
Di lor che un dì traea Puzarro in ceppi. — 
Strano di sorti avvicendar ! — Felice , 
1 mali che patir di Quito i figli , 
La Colombia ripara, e si travaglia 
La madre ancor fra orribili sciagure. 

• * 

Di Talavera non poteo lo sparso 
Sangue a torrenti , o di Bassora al campo 



— ni — 

Le alte imprese d'onor, o d'Albufera 
La strade interminata i sa<?ri dritti 
Rivendicar dell'egra Iberia. Ohi quando 
Vedrem ne' campi «usn fiorir l' olita ? 
Quando Ha mai quel dì che da' guerrieri 
Stenti alfin posi? Ohi ohe crudeli in pria 
Giorni ravvolgerà l'ombra notturna 
Che il francese ladron lasci la preda, 
E lo stranier di libertà germoglio 
Nelle montagne sue metta radice ! 

E tu, amico fedeli poiché dall'alma (19) 
Inutile dolor fugge , ed a' miei 
Canti si mesce , - oh 1 il brando alroen t' avesse 
Tratto a perir co' generosi , e queste 
Amare stille all'amistà l'orgoglio 
Terger forse potria. Ma che tu scenda 
Senza un serto di lauro, entro la tomba, 
Obblìato da ognun, fuor che da questo 
Cor solitario, e, non piagato, all'alme 
Cui morte dianzi gloriosa incolse 
Sul campo del valor, giungerti, mentre 
Cotanti abbietti hanno per fama onore 1 I 
Ch'hai tu fatto, o mescli in, che sotto a' tuoi 
Passi sì cheta si schiudea la tomba ? 

0 degli amici miei primo, e fra tutti 
Quel eh' io meglio estimai ; tu cui perenne 
Amor quel cor serbò , eh' altri pur volle 
D'ogni affetto nudar; benché perduto 
Senza speranza io t'abbia, ohi ne' miei sogni 



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— 63 — 

Vien talora , ten prego ! Allor ridesta 
La coscienza del mio duol, sul ciglio 
Nova trarrà stilla secreta , e sovra 
L'avel tuo freddo aggirerommi spesso 
Col caldo immaginar, fin che disciolto 
Rieda il frale alla polve onde fu tratto: 
E l'amico, e colui che mono il piange 
Dell' ombre neh 0 asil dormano insieme. 

Ecco d' Aroldo peregrino un canto. — 
Oh I se pur v' ha chi più saper desìi 
Altro carme novel fia eh' egli intenda , 
Se il vate di più scriverne s' attenta. 
Deh! la severa critica non abbia 
A dir del primo — è troppo! — Oh! non si tolga 
Che d' Aroldo narrar possa ciò eh' ei 
In altre terre vide ove dannato 
Peregrin s' aggirò — terre che ancora 
I monumenti additano che furo 
Pria che la Grecia e le arti belle avesse 
Barbaro ferro debellate e strutte. 



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CANTO SECONDO 



Vieni aspettata, o dagli azzurri «guardi 

Vergin celeste — vien: — ma, ohimè! il tuo riso 

S' ebbe giammai canto morta I ? 0 diva 

Che presiedi al saper — a te devoto 

Tempio qui sorse, e invan le guerre, e il foco (1) 

Divoratore , e I* indomabil possa 

De' secoli che il tuo culto disperse, 

Struggerlo s' attentaro : — ei tuttavia 

Sussi. Ma più che il foco, il ferro, e l'onte (2) 

Del tempo edace, paventato e duro 

È l' impero dell' uomo a cui nel freddo 

Petto non allignò giammai quel sacro 

Sentir che ogni alma a civiltà nudrita — 

Sol che a te, o a figli tuoi pensi — avvalora. 

Antiqua , augusta terra — Atene ! — Or dove 
I tuoi genj s'aggirano, e i famosi 
Tuoi spirti eccelsi? Ahi! più non sono, e solo 
Trapelan fuori dalle vote larve 
Degli eventi che fur. Primi alla lizza 
Ove premio di sé la gloria fea 
Conseguirla, e disparvero: — ammirati 

5 



- 66 



Vieterei un' ora , e questo è unto ? Tema 
Or sol di scole fien. De' forti il brando 
Ricerchi invano e de' Sofisti il manto. 
Sovr'ogni torre ruìnosa cui 
La nebbia oscura dell' etate, ancora 
L'ombra del prisco onor pallida posa. 

Sorgi — t'appressa o Monsulman — ma d'onte 
Non deturpar, per dio! quest'indifesa 
Urna: — oh contempla! — di famosa gente 
Quest'è la tomba. — Ve' l'asil de 1 numi 
E Tare abbandonate: — a) cielo istesso 
Dunque il cedere è fòrza? — Ecco di sacri 
Riti le pompe avvicendarsi: quivi 
Giove un tempo regnò; di Macometto 
Or solo il nome è venerato, e forse 
Colle venture età vedransi nove 
Sorger credenze, infin che Tuoni s'avvegga 
Che invan sul! ' are arde gì' incensi , e invano 
Offre cruenti sacrifici. — Ahi ! gramo 
Delle dubbiezze figlio, e in un di morte, 
A fragil canna il tuo sperar s' attiene. 

Debile creta ! — oh ! perché il guardo audace 
Sospingi al ciel? — (he tu, misero, vivi 
Noi sai ? Che vuoi di più ? Fora' egli è dono 
Grato così la vita tua, che debba 
Desiar di protra ria oltre la tomba? 
E indagar col pensiero irrequieto 
Soggiorni ignoti .... e errar.. , . dove? noi sai. — 



Ohi perchè dal terre n che t'alimenta, 

Vinto da reo desir, cerchi coli' etra 

Mescerli, o stolto? B perchè tuoi presagi 

Di remote Tentare or liete or gnm 

Rappresentarti alla commossa mente? 

Pria che i Tenti la sperdano, cotesta 

Polve raccogli — e pensa — e, d'uman labbro 

Più dotta assai, dirà quest'urna il vero, 

Oppur — r altero monumento sperza 
D' eroe che più non è, cui die* solinga 
RiTa lontana asilo; ei cadde, e intere (3) 
Nazioni al cader suo diergli tributo 
Di funebre onoranza. Ed oggi, un solo 
Non v' ha che pianga alla sua tomba, o in questi 
Lochi , che già — pur com' è fama — albergo 
Eran di semidei, raccolto in pio 
Arcano meditar guerrier nessuno 
Di Teglia a lui dona conforto. Oh! questo, 
Fra le ossa sparte, ignudo teschio stringi; — 
Tempio ei sarà che d'abitar sia pago 
Spirto divin? Pur quella stanza, allora 
Ch' è sciolta in polve il Terme istesso abborre. 

Vedi! — Rotta è la Tolta, e rulnosc 
Le pareti ne son: l'interna chiostra 
Desolata, romita, ed il marciume 
1 portici ricopre: — eppur — superba 
D'ambizion stanza fu questa — altero 
Soggiorno del peosier — magion dell'alma! — 



— 68 — 



Mira le vote occhiaje, asti ridente 

Pel genio un tempo, e di saggezza e d'ogni 

Fomite rio che al fren s'irrita. Or quanto 

Santi, «aggi, sofisti ebber concetto 

Col vasto immaginar questa deserta 

Sede ripopolar, o alla primiera 

Ri tra ria venustà giammai potrebbe? 

Oh bene, oh ben — tra quanti eccelsi spirti 
Vanta Atene il più saggio — oh ben dicesti: 
„ Ciò sol I* uom sa, che nulla sa „. Temuto 
Or perchè -fia ciò ch'evitar l'umana 
Non può fralezza ? — Ha doglie ognun ; — ma vile 
Di mali che nel cerebro deliro 
Concepe spesso , uom si travaglia , e geme 
Come il pungesse un duol verace. Oh ! lutto 
Che a te il destino offre di meglio afferra ; 
Chè d'Acheronte in sulle rive in pace 
1 mortali staran. Là nullo il labbro 
Sazio alle dapi porgerà costretto 
D' ingannevol convivio , e là felice 
Q silenzio daranne etema calma. 

Pur — se di là dal nero stagno, amico 
È un soggiorno delle anime, siccome 
Vaticinaro i saggi, onde confuso 
De' Saducei fosse il saper , e il folle 
Scuoi de' Sofisti tumidi d' orgoglio 
Per l' insano dubbiar , oh ! come dolce 
Fora il prostrarsi, e venerar con quelli 



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Che più leve ne fér l'umano incarco; 
E delle voci il suon noto, onde nulla 
Lusinga V alme ne molcea , ridato , 
A faccia, a faccia nelle generose 
Ombre affisarsi, e contemplar di Sarao 
Il saggio antico, e il Battriano, e quanti 
Di virtude già furo archimandriti. 

•- 

Te allor vedrei — te pur! — che amore e vita 
Perdesti a un tempo, e me lasciavi in terra 
D'amor pieno e di vita — indamo! 0 primo 
Di questo cor sospiro — oh ! come posso 
Creder che più non sii , quando perenne 
Di te memoria nel pensier mi dura? 
Oh ! verrà dì eh* io ti rivegga , e al tuo 
Fianco mi posi: nel solingo petto 
Sol questa dolce illusimi vagheggio ! 
Se nulla pur di nostre giovanili 
Memorie avanza , oh ! certo pegno a noi 
Resti dell' avvenir , ché assai felice 
I* mi sarei , se accor giammai di tua 
Felicità certezza in me potessi! 

« ■ * 

Qui — un istante — su questa io Vito' sedermi 
Scavezzata marmorea colonna 
Cui non infranta ancor sporge dal suolo 
La base. — 0 figlio di Saturno ! trono 
Avesti qui fra tutti eletto : o sommo (4) 
Fra gì' immortali Dei che al prisco tempo 
Ebbcr di culto onor, deh! non vietarmi 



Ch» io le ▼esiigia del tuo sacro tempio 

Cerchi, — Ahi! lo tento invan, chè non la stessa 

Mente con calda fantasia potrebbe 

Rinnovellar ciò che struggean del tempo 

Le penne infaticabili; ed or queste 

Orgogliose colonne al passeggiero 

Un sol sospir non traggono: — s' asside 

Stupido l'Ottoman sovra i riversi 

Fusi neglettamente , e V incostante 

Greco d' intorno si raggira , e canta. 

Ma di tanti predon vili che fóro, 
A questo che d'Acropoli sul dorso 
Tempio s'innalza, oltraggio, onde costretta 
Palla si dilungò del suo vetusto 
Dominio lamentando , il più feroce , 
Il più dannoso e V ultimo qual fue? 
Cai edoni a arrossisci ! — un de* tuoi figli. — • 
Ben io m'allegro che da le non venne, 
Anglia, tant' onta: i cittadini tuoi 
Cresciuti in liberlade, a quanto pria 
Libero fu nuocer non san. Pur — guasti 
Giacquer per essi, e violati i mesti 
Penetrali de' templi abbandonati, 
E trasser le are sovra i flutti, a lungo 
Per quest'orrido eccesso tempestosi. (5> 

Ma di Pici novello il vile orgoglio, 
Quanto al furor scampò de' Goti , e il tempo, 
E il turco rispettò, strugger si vanta. (G) 



Fredda siccome le natie sue rocce 
Chiude un'anima in sen, stèrile quanto 
Barbaro ha il cor colui che in mente accòrre 
Potè il crudo pensiero, e mover 1* empia 
Man non temè per depredar d' Atene 
Gli avanzi venerandi. Ahi ! troppo abbietti 
I figli suoi, forse potean que' sacri 
Monumenti serbar P Allor le doglie 
Onde alla madre trambasciava il petto 
Infelici! partir, ed un martino 
Ignoto ancora gli affannò — de' ceppi (7) 
Che U tiranno apprestò P incarco orrendo. 

Ecchè? — Sì ardito fia labbro britanno 
Che d'Atene al dolor Albion dica 
Felice mai? Benché il suo nome usurpi 
Di schiavi empia genia che il vago seno 
Sì le deturpa , oh ! denso vel quest' onta , 
Onde arrossir vedriasi Europa , avvolga. 
Donna de' mar la Ubera Brettagna 
L'ultima, a un suol che sanguina, divelle 
Grama spoglia. Colei di che laudato, 
E da ognun benedetto è il generoso 
Braccio , con man d' arpia queste sì tolse 
Gloriose reliquie a cui gelosa 
Perfin P età che tutto strugge , o P ira 
Di despota crudel , nuocer non seppe. 

L' egida allor Pallade ov' era , ond* ebbe 
Nel suo devaslator corso sgomento 



Il barbaro Alarico? Ove il Peli de? (g) 
L' ombra sdegnosa iman le stanze interne 
Minacciando scotea perchè concessa 
Del dì la lampa ancor le fosse in quello 
DI formidato, e nelle armi fatali 
Sfolgorante apparì. — Che? non potea 
Pluto all' invitto eroe dar che d' averno 
L' ostello doloroso un' altra volta 
Lasciasse , onde , mozzati i crudi artigli , 
Al novello ladron tolga la preda? 
Desidioso errante in sulla stigia 
Riva, non scese, cpial solea, di questo 
Suol difensore , in che si piacque , Achille ? 

Bella Ellenia gentil ! — Alma di ghiaccio 
Ben ha chi in te s' affisa , e non risente 
Quel fremito secreto onde all' amante 
Sussulta il cor quando la fredda polve 
Di quella ond' arse guata. Istupidito 
È l'occhio che non dà stilla veggendó 
1 diruti palagi, e rùinosi 
Gli augusti templi , e T are tue divelte 
Dall' empia mano de' Britanni — cui 
Più che ad altri serbato era le sante 
Reliquie custodir — Oh 1 maledetto 
L' istante allor che dall' isola avara 
Que' barbari salparo, onde novelle 
Ti bruii. isserà il scn turpi ferite, 
E i desolati tuoi lari nel grembo 
Accogliesse un' austral terra abborrita. 



Ma Araldo ov'è? Non scorgerò sull'onda 
Il mesto viator? Poco quell'alma 
S' affanna nel partir di ciò che tanto 
Amareggia il mortai. Finte querele 
A lui non mosse alcuna amante , ond' abbia 
D' intenerirlo il vanto ; e non prostesa 
Amica man nel duro vale scórse 
Pria che vólto a lontan clima si fosse 
Questo freddo stranier. Fero é qual chiude 
Alle lusinghe di beltade il petto: 
Ma d' Araldo nel sen non più 1' usato 
Turbamento si desta; — ei parte — e tutto 
Di guerra sozzo e di delitti il suolo 
Ibero lascia, e un sol sospir non move. 

Miro portento a chi lunghesso il tetro 
Azzurro mar vogando erra, talvolta 
S' affaccia ; allor che rugiadosa brezza 
Tende le bianche vele alla leggera 
Nave eccelsa; e le antenne, e le sporgenti 
Campane da' pinacoli , e la riva 
Retro s'asconde, mentre il mar dinante 
Lontan lontano si protende, e della 
Flotta vogano i pin pari a selvaggi 
Cigni. Qual v'ha men presta navicella 
Or par che voli , così spesse l' onde 
S'avvolgono, s'attergano spumose 
Scherzosamente ad ogni svelta prora. 

Or l' interno non men di questa ammira 
Mobile cittadella; il lampo osserva 



De' lisci bronzi , e di solecchio in guisa 
Tese le maglie in sulla tolda: i cenni (9) 
Che rauca voce intorno manda; il sordo 

De' marinari strepito incessante 

Allor che al profferir d'un motto, tutti 

Vólti in alto 8' aggrappano : l' appello 

Odi del mastro, e le giojose grida 

De* mozzi , cui dalla callosa mano 

Scorron le funi cigolanti: osserva 

Cotesto imberbe condollier, che appena 

Il ginnasio lasciò, come la voce 

Aspra rallenti, o acceleri, secondo 

Che approva o danna. E già quel garzo n puote 

Docile trar vecchio drappello all' opra ! 

La tolda al guardo qual cristallo splende , 
Cui nulla macchia appanni; e grave in atto 
Vi passeggia alla guardia intento il baldo 
Luogotenente. Or là ti volgi a quella 
Eccelsa parte del naviglio, solo 
Asilo al capitan che altero avanza 
E taciturno, e da ciascun temuto. 
Egli ritroso a suoi volge il dimando, 
Onde il severo sovra lor conservi 
Dominio, che, perduto, a lui varrìa 
Gloria, trionfi insiem; ma fier Britanno 
Raro o non mai dipartesi da questa 
Legge, quantunque sia dura , che tanto 
La valentìa dell'animo rinforza. 



Oh spiri ! — oh spiri ognor placida questa 
Breiza propina, e il navigar secondi 
Sin che i raggi affraliti 'il sol ne celi. 
Allor le vele a ripiegar costretto 
La capitana fia, perchè i più lenti 
Vascelli la raggiungano. Penoso 
Importabil l' indugio che allo spiro 
Del vento amico ne ritoglie ! Oh ! quanto 
Spazio pria varcherà che rugiadosa 
Mostrisi l'alba in cielo e all'ansioso 
Sguardo sull'onda placida, le tarde 
Navi attese gran tempo alfin riveli ! 

La luna è all'orizzonte. — Oh ciel ! Qual vaga 
Notte tranquilla ! vivida a torrenti 
Sui marosi diffondcsi la luce. 
Ecco l' istante in cui sulla tacente 
Riva il garzone a sospirar s'accoglie, 
E la donzella credula l'orecchio 
D' amore intende ai giuramenti. Oh ! allora 
Che giunga il dì del rieder nostro, sulle 
Sponde native ugual deslin n' accolga 1 
Pur di rozzo Arion pronta risveglia 
La mano un' armonia fòrte che scenda 
Grato a' nocchieri , a lui d' intorno accolti 
In festevole cerchio; o se una noto 
Cadenza ai salti li richiami, come 
Se al lido in liberto fossero , tutti 
In preda del piacer tesson carole. 



— 76 — 

Lungo l'angusta Calpe Araldo osserva 
Rocce sublimi : di colà 1' Europa 
Neil' affrican lido si affisa ! — Ei scorge 
D'Ecate al raggio pallido, la terra 
Che la vergin dai neri occhi nudrica , 
E quella insiem laddove il Mauro alberga 
Dal nericante aspetto. Ohi come vago 
D Iberia sulle rive è del notturno 
Pianeta il raggio I Ei rupi accenna, e colli, 
E verdi selve, cui l'occhio discerne, 
Abbenchè il lume dell' argenteo disco 
Non tutta schiari la costiera: mentre 
Le ombre giganti delle mauritane 
Rupi le creste minacciose innalzano 
E fin del mare ai lidi si protendono. 

È notte : — allor che il meditar nell' alma 
Desta amorose rimembrarne , quando 
Fuggì dal petto amor. I) solitario 
Cor che pensa gemendo alla tradita 
Speme , benché privo d' amici , in sogno 
Ch'ebbe un amico penserà. Qual mai 
Sotto la soma dell' età vorrebbe 
Curvarsi , se all' amor la giovinezza 
E alla gioja sorvive? Ami quando il dolce 

Tenero nodo d'amistà, che due 
Alme giungea si spezza, ed obbliato 

Nel tempo irrevocabile si volve, 

Che avanza onde rapir ne possa morte ? 

0 felici que' di ! perchè la pura 



Gioja infantile in noi si rinnovclli 
De' pargoli l' età chi non desia? 

Cosi pendente sulla curva sponda 
Dell' agii pino a contemplar nell' acque 
Riflesso il disco di Diana, obblìa 
L'alma le vane ambiziose cure, 
E l'orgoglio imperante; e suo malgrado 
1 dì che furo a riguardar si volge. 
Mortai non v'ha così diserto, cui 
Una cara persona — assai più cara 
Che a sè stesso ei non è — talor non desti 
Un arcano pensiero, o col pensiero 
D' una lagrima pia chiegga l'omaggio. 
Angoscia tormentosa onde pur tenta 
L'anima oppressa liberarsi, — indamo! 

• 

Sulle rupi sedersi ed ai torrenti 
E agli abissi pensando, lentamente 
In mezzo a selve maestose, dove 
Ogn' impero dell' uom tace — che raro 
Presse uman piede — o mai — smarrirsi : o sovra 
Ispido monte inerpicarsi, al volgo 
Mal noto, dove in libertà selvaggi 
Errano greggi che dell' uom la destra 
Non alimenta; ed alle frane, ed alle 
Da inacessi dirupi acque cadenti 
Sospesi soprastar — non é cotesta 
Inerte solitudine: è soave 
Rapimento dell' alma alla vaghezza 



Di natura ritolta, — è un affisarsi 
Ne* tesori che a noi prodiga syela. 

Ma della folla al mezzo, ore gli umani 
Urtami strepitando, — udir — sentire — 
Veder — moli' oro ratinar — la fila, 
Qual fastidito cittadin del mondo, 
Trar di nessuno amico, a nessun caro; — 
In faccia al vile cortigian cui solo 
Fortuna è diva, e all'appressar di grami 
Giorni s' arretra, ognor starsi: — non uno 
Amico noverar che di sincero 
Affetto ti ricambii , sì che mesto 
Al tuo morir si vegga, assai più eh' altri 
Che a te giungea sordido lucro, e vano 
Di lode suon, oon labbra al falso avvezze, 
Ti profferta, — quegli fia solo — e piena 
Solitudin sarà solo co testa. 

Più avventurosi assai scorrono i giorni 
Dell'eremita pio che il viandante 
D' Atos per le solinghe orride rupi 
Incontra spesso, allor che in queta sera 
Sull'ardue vette a meditar s'arresta. 
Ei r azzurro del mar di là vagheggia, 
E un ciel puro così, che quale a tanta 
Ebbrezza di gioir solo un istante 
L' alma schiudesse , ciò che ancor gli avanza 
Di vita , trarre ei sol vorrìa fra questi 
Incantevoli siti, e dalle dive 



Scene mesto disviasi incontro al fato 
Pur lamentando perchè a tai dolcezze 
Noi serbava dal nascere. — Ei ritorna — 
Ed al mondo in suo cor vie più furente 
Di che quasi obbliato erasi — impreca 1 

A che narrar lungo cammin cui mai 
Scena novella non allieta, e spesso 
Da numerosi viator ricorso, 
Senza che nullo serbisi de' loro 
Passi vestigio? E ì venti, e poi la calma 
Tacciasi, e in guerra ogni elemento, e quanti 
Volve Tonda in furor nembi e procelle: 
Nè le gioje si membrino, o gli affanni 
Che nel petto ai nocchier con lotta alterna 
Fervono, allor che lui la fluttuante 
Chiude alata magion ; e qual letizia 
Accolgano nell'alma ove seconda 
Spiri la brezza al lor desiro, e quanta 
Disperazion, se avversa, li consumi: — 
E il rider nella calma, e il maledire 
Nel muggir de' marosi , insin che P alba 
Sorga del lieto dì quando s' intenda 
— „ Terra — terra „ — gridar , e ognun sia pago. 

Ma non delle ridenti alme isolette 
Di Calipso si taccia, somiglianti (10) 
A gruppo di donzelle in mezzo a' flutti. 
Là agli stanchi navigli ancor sorride 
Amico sen, benché dalle sue rocche 



— 80 — 

Già da gran tempo la vezzosa diva, 

Qual solea più non pianga, allor che invano 

11 riedere attendea di tal che seppe 

Ad essa preferir mortai consorte. 

E qui nell'onda il periglioso salto, 

Che sino al fondo risuonò, spiccava 

D' Ulisse il figlio per la man possente 

Di Mentore sospinto, onde trafitta 

In vedovili panni un' altra volta 

Di cari naufragati orbata giacque 

Quella cui fu la ninfa Eucari ancella. 

i', ipriti 3 . rv T*jt»f':'i f'r r>, .> rt titnt ni s >. laaioo^ * 

Or colei più non regna , e le divine 
Grazie svanirò, e gli amorosi suoi 
Incanti più non son : pur non t' abbuj 
Cupa tristezza, o giovinetto, ond'arse 
Troppo facile il cor; maggior periglio 
Qui si para per te — trema I — Mortale 
Una reìna or della dea s' asside 
Sul trono formidato, e ancor potresti 
Nova Calipso rinvenir su questo 
Lito. — Vaga Fiorenza ! Oh se potesse 
Questo sviato cor, che più non ama, 
Alla beltà commuoversi — rapito 
Fora in te sola: ma da si crudeli 
Angosce lacerato , a te non oso — 
Di te men degno — erger tributo, e meno 
Chieder che un puro cor — siccome il tuo — 
Provi per questo mio sola un' ambascia. 



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Così Aroldo pensava, — immoto ì vaghi 
Occhi ammirando di colei che solo 
Col pudico guardar valse innocente 
Estasi viva a suscitargli in petto. 
Era in disparte Amor , benché di poco 
Tratto discosto: chè se Aroldo spesso 
Si tolse al suo poter, spesso per anco 
Lo rimembra caduto. Ed or V accorto 
Fanciul ben sa che noverar più mai 
Tra gli amanti costui non de'; che vani 
Fieno suoi sforzi a ritornarlo in ceppi : 
E inutile sarìa novello in seno 
Suscitargli un desìo, mentre oggimai 
Non dubbia che sarìen sue prove a vuoto. 

Vide Fiorenza — e ne stupì — che solo — 
Mentre tutti ver lei, qual che si fosse 
Reale o mentitor nudrìano affetto 
Tratti da' vezzi suoi — sol ei , che a tutte 
— Se verace di lui suona la fama — 
Le belle sospirò , vedesse, e nulla 

« 

Fiamma nel seno ancor desta gli fosse. 
Quella che de' garzon la speme in pugno 
Recasi e il fato a grado suo; — che puoie 
Leggi imporre — dannar — e quanto chiede 
Agli schiavi beltà , — si meraviglia 
Che il giovinetto non sentisse, o almeno 
Non simulasse queir ardor che spesso 
Violento , indiscreto , alle gentili 
Dame sul labbro la querela, e mai — 
0 radamente sol — suscita V ira. 



Ma questo cor eh' ella credea di smalto 
Qual sia non sa. Benché in silenzio cupo, 
Dall' orgoglio compresso, a lui non sono 
Ignote l'arti di sedur: chè un tempo 
Più d' un laccio d' amor tese ; ne pria 
Ritorse il piè dal lubrico cammino 
Che fatto intero il suo desir non fosse. — 
Ma i mezzi infami Aroldo or sdegna : e s' ei 
Di Fiorenza ne* vaghi occhi ristretto 
Rinvenne amor, de' molli adoratori 
Colla folta giammai "non si confuse. 

•Appien non sa qual cor femmina in seno 
Chiuda , colui che trarre in ceppi spera 
Sol co' sospir quel lasciviente oggetto. 
Che più le vai se a lei del sentimento 
Salga il tenero omaggio, allor che nullo 
De' suoi favor negò? — Scegli qual vuoi 
Dono agli occhi offerir di lei che adori; 
Pur, le non vegga umìl troppo, o di sprezzo 
Ricambio avrai: — nè accetti fian que* miti 
Parlari , abbenchè in lor splendano mille 
• Eloquenti figure, — anzi — prudente, 
La tenerezza tua simula: — ardita 
Una parola ben vincer potria 
Rigor di donna; — suscita a vicenda, 
O ne rattempra il fier despitto, e tosto 
Fia che la speme tua coroni amore. 

Vieto concetto ! — e ver : — ché tale il tempo 
Ben l'appalesa — e più colui ne piange 



Cui noto è meglio. Allor eh' ogni desìo 

Fu pago, ahi tristo par di tanti acerbi 

Sacrifici il compenso: giovinezza 

Consunta — alma invilita — onor macchiato — 

Ecco d' amor felice i miserandi 

Frutti. Che s'anco una fatai ventura 

Tosto deluda lo sperar, la piaga 

Si riapre , s' inaspra , e fassi eterna ; — 

Chè amore infausto, altrui piacer non degna. 

Che mi dilungo io più? — Diffuso troppo 
II mio cantar non sia, chè ancor n' avanza 
Erte giogaje a superar, e in molte 
Coste aggirarci da penosa tratti 
Mestizia, e non da finta alma; — contrade 
Belle così, quai mente d' noni giammai 
Immaginar varrìa del pensier stretta 
NelF angusto confin: blande, siccome 
Quelle cui tanto dier nove utopìe 
Rinome , acciò che V uom qual è, qual possa 
Essere o debba apprenda, ove il corrotto 
Morule a trarne utilità valesse. 

D'ogni madre miglior, bella natura, 
Tu sei pur sempre, benché ognor mutata 
Ne* varj aspetti tuoi : — soggetto al canto 
CIT io da te prenda soffri ! — io che da' tuoi 
Favor fui scorto in ogni età: — pur — mai 
Me prediliger non sapesti. Oh I quanto 
Là più vaga non è dove si mostra 



In sue selvagge maestose forme; 

Là dove nulla umana cosa i cheti 

Suoi recessi conturba: — o il dì sfavilli — 

O il cici copra la notte — ella a me sempre 

Par che sorrida; e puf, sol negli acerbi 

Giorni della sventura io la conobbi; 

Ed anelante più l'amai nell'ora 

Che più fòrte amarezza il cor mi vinse. 

0 Tsriu d' Albagìa ! — Dove il possente 
lskander nacque, le cui gesta sprone 
Sono alla giovinezza , e scola al saggio. 
Patria di tal che in pari nome apparve 
Di genti domator , cui diè l' islessa 
Oste spesso pel suo braccio dispersa 
Laude di sue cavalleresche imprese. 
0 terra d'Albania! — Deh! almen ch'io possa 
Contemplarli m' assenti , o di selvaggia 
Gente, selvaggia genitrice. — Bando (11) 
S' ebbe la Croce * — i minareti intorno 
Ergonsi alteri, e della blanea luna 
Infra i mille cipressi onde ogni parte 
S'orna della città penètra il raggio. 

• 

Sempre Aroldo vogava. Ei rade il masso 
Arido 've Penelope solinga 
A contemplar movea V onde marine. (12) 
E più lontano il rinomato scórse 
Promontorio agli amanti ultima speme, 
E alla Lesbia sepolcro. — Ahi sventurata ! — 



I tuoi carmi, o gentil Saffo, quel petto 
Non valsero a serbar che d' immortale 
Vampa struggeasi? Oh! perché mai costei 
Ond* altri vita avea giacque, se speme 
D' eternità dar può la cetra, solo 
Gel cui V uomo aspirar valga qui in terra ? 

i 

• 

Era di greco autunno amabil sera , 
Allor che Aroldo salutò da lunge 
Di Leucade il pendìo : vivo dell' alma 
Desidero l'avea scorto a quel sacro 
Terreno, ond' or dolente si partìa. 
A teatro campai si volse spesso , 
Ed Azio vide, e Lepanto , e il fatale 
Trafalgar; nè pur una a cotal vista (13) 
Commozion sentì , chè stella d' alti 
Sentimenti di gloria inspiratrice 
Al nascer suo non scintillò. Di guerre ( 
Sanguinose , di gesta , e di valore 
Ogni racconto egli disdegna : tutte 
Odia de' bravi le prodezze , e solo 
Pel fasto marzial serba il sogghigno. 

Ma poiché l'astro della sera sulla 
Rocca leucadia, che lontan sull'onde 
Protendcsi brillar scórse, ed a quello 
Di disperato ardor rifugio estremo (14) 
Volse il saluto, il cor olire T usato 
Ebbe Aroldo commosso — o tal gli parve: — 
E poiché il pino maestosamente 



— 86 — 

L'ombra varcò di questo masso antico, 

Nel flusso melanconico dell'onda 

Fissò lo sguardo , e benché assorto tutto 

Nel consueto meditar, tranquillo 

Più assai l'occhio n'apparve, e men di doglia 

Accerchiata la sua pallida fronte. 

Sorge r aurora , e d' Albania con seco 
Parver gli alpestri monti, e le pendenti 
Rocche di Suli, e mezzo ricoverto 
Da fitte nebbie il vertice di Pindo 
Cui la neve brumai dall' irte spalle 
Soluta in onda volvesi; ed il raggio — 
Bello a mirarsi ! — in strisce l' incolora 
Purpureo-azzurrc , mentre a poco a poco 
Sciolte le nubi circosunti, al guardo 
Svelan del montanar l'orrida stanza. 
Quivi urla il lupo , V aquila gli artigli 
Aguzza , e augelli , e depredanti belve , 
E — più selvaggio assai — l'uomo — un asilo 
Si contendono in guerra: ivi s'addensano 
1 turbini più rei, che furibondi 
Imperversano allor che l'anno cade. 

Là Aroldo alfin che solo era s' accorse; 
E un lungo addio gemeva alle soavi 
Favelle onde fcdcl terra s'allegra. 
Ei s'avventura per contrada ignota 
Di che parlando i passeggier compresa 
Mostrano l'alma da sliipor, e cui 



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D'essi gran parte visitar non osa. 
Pronto a- lottar col suo dcstin, di nulla, 
O d' assai poco ha d'uopo, e non affronta 
Periglio, e non s'arretra ov'ei s' affacci. 
Questa che innanzi gli si para , scena 
Selvaggia eli* è , — ma nuova — e del cammino 
Lo sottra ofje alla noja , e foite il rende 
Contro il verno, e rattempra il caldo estivo. 

Qui la Croce — che ancor , benché da' vili 
Circoncisi spregiata, e d'ignominia 
Coverta , sorge — obblìa l' insano orgoglio 
De' pontefici suoi : — ministri e culto 
Qui van del pari inonorati. — Ahi vana 
Superstizion 1 — sia che in tuoi veli ascosa - 
Idolo , o santo , vergine , o profeta — 
L' uom ti accarezzi , o a lui perchè 1' adori 
Spieghi la luna triplice, o la croce, 
Sacerdotal traffico fosti, e peste 
E mina del mondo. Oh! del verace 
Culto l'oro scevrar chi dalla ria 
Mondiglia può che tutto lo ravvolge P 

Vedi d'Ambracia il golfo, ove perduto 
N'andò per opra d'una donna — oggetto 
Pieno di vezzi ed innocente — un mondo. 
Qui i romani guerrier, e d'Asia i regi (15) 
Le armate navi trassero ad incerto 
Trionfo , e a certa orrida strage. — Oh mira ! — 
Là del secondo Cesare i trofei (16) 



Sorsero , ed ora vanno in polve , come 
La man che gl' innalzò. Scettrati alteri 
Sol ligi d'anarchia, per voi s'addoppia 
Ogni umano martir. — Gran Dio ! creavi 
Tu forse un mondo , onde così restasse 
Ludibrio poscia a perfidi tiranni? 

* • • • * 

Dalle forti barriere onde si cinge 
Questa d' orridi massi incoronala 
Terra, fin là dove d'Ili ni a ban centro 
L'erme vallee, ben mille maestosi 
Gioghi Aroldo varcò, molte in suo corso 
Piagge vedendo appena ad altri note. 
Pur raro è ben che in seno alla famosa 
Attica così ridano le valli; 
Nè Tempe è tal che d' un sol vezzo possa 
Andar fastosa , e là pur non s' accolga. 
E l' istesso Parnaso ai vati sacro 
Alcun de' luoghi a pareggiar non vale 
Nascosi dietro le sue rupi altere. 

Egli il Pindo, e lo stagno acheronteo (17) 
A tira versa : da parte il suol si lascia 
Che a tutte impera le altre terre — e il corso 
Prosegue, a visitar vólto il possente 
Capo dell'Albania, cui legge è il cenno, (18) 
E tal legge onde ognun trema : chè ardite 
Con sanguinosa mano, e turbolente 
Genti ei governa ; e sol qua e là disperse 
Orde di monlanar sdegnano farsi 



A lui soggette , ed in lor greppi chiuse 

SHdan da lunge, e lor sol donno è l'oro. (19) 

O di monaci pii , Zitza , ricetto ! (20) 
Stanza gradita al ciel ! mentre dal tuo 
Vertice ombrato il nostro occhio d' intorno 
Di su, di giù protendesi, qual alto 
Magico incanto ci si para, e quanta 
Di colori armonìa ! Rupi , foreste , 
Monti , riviere , tutto è quivi , e sempre 
Un ciel puro azzurrin coli' ammirando 
Quadro s'accorda. Al piè con torbid' onda 
Romoreggia un torrente, e par n'avvisi 
Che più sotto fra due rupi sospesa 
Precipitosa cateratta piomba 
Che col perenne stroscio una sublime 
Arcana emozion desta nell' alma. 

Fra i boschetti che vestono l'altura 
Di questo colle verdeggiante, cui 
Cingono i monti d'ogni parte, a guisa 
D'anfiteatro, ond'ei più vago al mezzo 
Splende — sull' erta — in bel modo le bianche 
Mura traspajon del convento. Quivi 
11 mansueto Calojer soggiorna (21) 
Ospite generoso: al pellegrino 
Cortese sì, che dov'ei nutra in petto 
Un cor che di natura ai sacri arcani 
Col palpito risponda , ci da cotesti 
Lochi non partirà che non sospiri. 



Salga quivi ne' dì della cocente 
Canicola , e vedrà che sono V ombra 
Di piante secolari — verdeggianti 
A lui le zolle s'offriranno; mite 
Il venticel fia che gli scota intorno 

I vanni rugiadosi, e profumato 
Aere a sue nari salirà: — lontano 
Svolvesi vasto pian ; — oh ! ad innocente 
Gioir l'alma ei dischiuda, allor che loco 
Gli si appresenta ù non penetra il sole 
Co' raggi pregni del venen maligno 

Di pestilenza. Il pellegrin di sue 
Cure stanco si posi , e a suo talento 

II mattin chiaro, il sol quando è al meriggio 
E una placida sera ei vi contempli. 

Buje, immense, giganti, anfiteatro 
Di natura vulcanico, nel vasto (22) 
Orizzonte, di Chimaro da lunge 
Scopronsi l'alpi, e sotto a lor vallea 
S' apre di vita ridondante ; greggi 
Saltellanti, scherzevoli; — dal vento 
Alberi scossi, — irrigui ruscelletti 
Che d' ogni parte scorrono , e montani 
Abeti eh' allo ondeggiano. La nera 
Riva contempla d'Acheronte, asilo (25) 
Dell' ombre un tempo venerato. — O Plulo ! 
Se ciò eh' io miro è il tartaro, d'eliso 
Sbarra le porte vergognose, ed abbia 
Qui sua stanza lo spirto, — altro non cura. 



— 91 — 



Non merli cittadin questa beala 
Sede a turbar s' affacciano : — di poco 
Si dilunga Giannina, — c tuttavia 
Non si rileva ancor — che a lei leggiadri 
Colli fan vel : pochi gli umani , e sperei 
1 casali son qui; rade, solinglic 
Le capanne , ma solo in sul pendio 
D' ogni dirupo il cavriuol sospeso 
Pascola, intanto che il caprar pensoso 
Guata il gregge qua e là sparso , nel suo 
Bianco pallio ravvolto , e V infantile (24) 
Faccia protende da scosceso masso: 
O all'appressar del turbine, d'oscuro 
Antro in sen si ricovra, in sin che Tira 
Del rabido uragan s' allenti e cessi. 

Dodona ! — Or dove son le tue vetuste 
Foreste, e la profetica sorgente, 
E r oracol divino? E da che valle 
L' eco moveva uso a ridir gli arcani 
Del Saturnio responsi? O qual dell'ara 
Sacra al rettor del tuon, vestigio resta? 
Tutto, ahi 1 tutto disparve! — E si querela 
L' uomo tuttor che si dispezzi il frale 
Nodo onde a vka effimera è congiunto ? 
Cessa , insensato , ornai 1 Co' numi istessi 
Pari hai destin, che più pretendi? — Ai marmi 
Sopravviver vorresti, e alla robusta 
Querce antica, se i popoli, e gì' istessi 
Mondi Telale inesorata inghiotte! 



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I 



— 92 — 



Dell' Epiro il confiti celasi , e lunge 

I monti si disperdono: affralito 

L' occhio per molto contemplar si volge 
Sopra valle gentil dove son tulle , 
Quante delizie ha primavera , accolte. 
Chè di rara beiti non men s'adorna 

II pian , se a mezzo strepitanti flutti 
Volga un torrente maestoso, ed alte 
Sorganvi ombrose piante affaticate 
Dal venticello, e la cui niobi I foglia 
Par coli' onde scherzar — o se 1' amico 
Raggio le investa della luna — mentre 
Chete al suolo s' incurvano , nell' atto 
Che la solenne ora notturna appressa. 

Già disceso era il sol dietro le alture (25) 
Del vasto Tomerit; — precipitosi 
Volveva il Laos i risonanti flutti; (26) 
E della sera a grado a grado intorno 
Protendeansi le usate ombre; quand'ecco, 
Traverso i seni dell'obliqua valle, 
Vide Aroldo — pur come in fra le nubi 
La meteora s'accende — i minareti 
Splender di Tepalin, ch'erte sul fiume 
Le mura estolle; e all'appressar — d'armati 
Voce lo fere, mista all'assordante 
Rombo che dalla valle aquilon manda. 

Presso la torre taciturna ei passa 
Del sacro harem , c dagli sterminati 



Portici gli si affaccia formiti. Ha 
La stanza di quel Sir la cui potenza 
Quanto avvi intomo presagìa. Ricinto 
Sempre di nova inusitata pompa 
Il despota si mostra, e d'armi ognora 
Ferve e d'armati la commossa reggia. 
Schiavi , ed eunuchi , militi , e il devoto 
De r vis, e il passeggi er, tutti dal cenno 
Pendon di lui. Palagio entro, e munita 
Rocca al di fuori è sua magione : e tolti 
Quivi a diversa region cotanti 
Convennero, che d' arte opra rassembra. 

Riccamente bardati ecco ben cento 
Destrier pronti alla zuffa, ed altrettanti 
Starni guerrieri in vasto, cerchio accolti. 
Dell' atrio al fondo armigeri , a dilungo 
Stranier pe'corritoj lati s'aggirano, 
E tratto tratto il Tartaro , cui largo 
Turbante orna le tempie, allor che i fianchi 
Col sanguinoso spron picchia al veloce 
Corsier d' Ucrania , rimbombar le sale 
Fea del romor della ferrata zampa. 
Qui il Turco, il Greco, l'Albanese, il Mauro, 
In dissimili aspetti erran confusi, 
Mentre del dì che muor con fragoroso 
Strepito porge il fier tamburro il segno. 

Colà selvaggio l'Albanese nudi 
Gli stinchi , e il capo d' aspre bende attorto , 



— 94 — 

D' aurate vestimenta , a cui da tergo 
Pende lucente carabina: e il molle 
Macedone di ciarpe in ostro tinte 
Superbo — e il Delhi che I* elmo s' allaccia 
Terror spirante, e la ricurva spada. 
Gajo il Greco e vivace, e dalla negra 
Pelle, di Nubia il mutilo conservo. 
E il Turco altiero a cui lunga dal mento 
Pende la barba, e dalle labbra appena 
Esce parola — e disdegnosa: — ei donno 
Di quanto avvi costì, troppo possente 
Perchè a' soggetti suoi mite si mostri , 

Tutti qui son, pur non confusi: ch'altri 
Crn-c misi in gruppi, una sì varia scena 
Vólti a mirar che lor si para innante. 
Ve' il grave Monsulman , che in atto giace 
Qual di chi preghi — ed altri — o gioca o fuma. 
Qui fier passeggia l'Albanese: — il Greco 
In basso suon colà garrisce. — Ascolta 1 — 
Solenne un suon dalla moschea si parte: — 
Del Muezzin da' minareti uscita 
Tuona la voce : „ — Iddio non v' ha che Dio ! — 
„ Alla prece ! alla prece ! — È grande Iddio 1 „ — 

Era nella stagion, quando il devoto 
Ramazan si festeggia. In penitenti 
Preci l' intero dì scorrea , poi come 
L'ora sorgea che l'ombre in eie) rimena, 
Del più vivo gioir ciascun dà segno. 



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Del palagio d' Ali per 1' ampie sale 
Solleciti qua e là scorrono i servi , 
Intenti tutti a preparar la pompa 
Di fastoso convito, e intorno intorno 
Servir le dapi numerose. Vano 
Non curato ornamento allor fu vista 
Starsi la vota galleria. Confuse 
Spesse grida movean sol dalle inteme 
Stanze, là dove affaccendati paggi 
Ivano , e schiavi , e ne reddìan sovente. 

Della femmina qui dal roseo labbro 
Voce mai non usci, che in appartate 
Sale, velata, e custodita, appena 
Sì le è concesso mover piè: — di sua 
Persona e del suo cor sol uno è il donno, 
Né libertà desia quest' incostante 
Àugel cui domo ha la ferrata gabbia. 
Ella neir amor suo doglia non sente, 
E di tenera madre a lei gradite 
Sono le cure avventurose. — Oh ! santo 
Queir affetto gentile 1 — Oh ! più sublime 
D' ogni altro sentimento! Ella, ella stessa 
Il concetto bambin soave nutre, 
Né da quel seno unqua il diparte, dove 
Veruna abbietta passìon s' annida. 

Entro sala marmorea a cui nel mezzo 
D' onda pura sorgea facil zampillo 
Che lutto intorno il bel loco cosparge 



D' amabile frescura , AH posata 
Sovra origlier morbidi sì che invilo 
Feano al dormir; — guerre , delitti , solo 
Pensa quel crudo, e pur nel venerando 
Aspetto ove dolcezza e cortesia 
Pingonsi a un tempo, disvelar non puoi 
Quante empietà quel duro cor ravvolga. 

Non che di giovinezza alle vivaci 
Passioni quella sua lunga sconvenga 
Candida barba, chè vegliardi ancora 
Stringe di lacci Amor: — HaBz mostrollo — 
E del veglio di Teo sovente amore 
Suonava il canto : — ma i delitti , cui 
Ogni pietoso maledice — atroci 
Delitti onde su lui che li commise 
Ogni uman odio piomba, — e più se grave 
D* anni si mostra , AH segna ro in fronte 
Della ferocia d' empio tigre. — Il «angue 
Sangue pur vuol — e chi col sangue impronta 
L' alba del suo corso mortale, infame 
Vie più si mostrerà presso al tramonto. 

Là in mezzo a que' sì varj e novi al guardo 
Ed all'orecchio oggetti, il nostro lasso 
Pellegrin si riposa, ed ammirato, 
11 lusso monsulman retata. — Ma tosto 
Di quel superbo asil tedio nel colse, 
Sede di voluttade e di ricchezze, 
'Ve tic" grandi la turba fastidito 



— 97 — 

Celasi al cittadin strepito insano. 
Lussureggiante men, meno pomposo, 
Vago il loco era pur; — ma dalle vili 
Fattizie gioje alma tranquilla abborre: 
E ove la pompa col piacer si mesce 
Va perduta d' entrambi ogni dolcezza. 

I figli d'Albania nutron feroce 
Alma — pur morta appieno in quc' selvaggi 
Petti virtù non é. Dove il nemico 

V ba che da tergo gli abbia scorti ? Dove 
Chi fi' ossi al par petto indurito al cozzo 
Rechi di guerra? E mai tranquilla è tanto, 
Come quando gli assai danno o periglio, 
Lor bravura natia. — Leal , costante 

N' è T amistà, V ira tremenda: e quando 
Alma grata, o valor gli apppella al sangue, 
Intrepidi, furenti, ove che il cenno 
Ne li tragge del duce si precipitano. 

Dalla del capitan merlata rocca 
Scagliarsi Aroldo li mirò, di fama, 
E di battaglie aneli sol. Poi quando 
In lor poter cadca , vittima ci stesso 
Di lieve affanno, ei li rivide; e in quegli 
Avversi istanti in che più crudo assai 

V uom malvagio diventa, asilo amico 
Negli ospitali lor poveri tetti/ 

Gli Albanesi gli offrian: — men generosi 
Foran stati ver lui popoli eh' hanno 

l 



Pi civiltade il vanto; e non curanti 
Quei che «eoo sortir patria comune. (27) 

Ailor che del mortai nelle stentare 

L' alma si prova , ahi ! «on pur rari i fidi. 

Avvenne un dì eh' aura nemica il suo 
Paliscalmo di Suli in sulla proda 
Perigliosa sospinse in mezzo ad aspri 
Scogli sporgenti; mentre buja orrenda 
Notte velava il ciel. Poco secura 
Era la costa, e più funesto assai 
Star de' tomi in balia. — Gran tempo incerti 
Furo i noechier dapprima — timorosi 
D' avventurarsi a un suolo inospitale 
Forse, dove potrìa per lor secreta 
Un' insidia tramarsi, — indi sul lido 
Calavo altìn, pur tuttavia dubbiando 
Se quest' orde che al par Turco o Fedele 
Pagano d' odio, incontro a lor le antique 
Non rinnovellerìan barbare prove. 

Vano timor! che i Suliotti amiche 
Porgean le destre; e per sentier mal noto 
Cauti scorgeanli dalle ree paludi 
Lungo dirupi orribili: — se meno 
Dolci — più assai d' ingentiliti schiavi 
Umani ei fur: — del cor seguendo i moti — 
Gli spenti fochi ravvivare, e colma 
Dieder la taiza , e offerser cibi , — abbietti ! - 
Pur quanto avean largìan. — Baro alla terra 



« 



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Esempio d' alme a pietà schiuse. — Al lasso 
Pellegrino soccorrere, — un amico • 
Porgergli ostello u' placido si posi; — 
Temprar la doglia all' infelice, — scola 
Ben esser de' per V uom saggio , c dell' empio 
Air indurito cor vergogna eterna. 

Quando Aroldo lasciar quelle ospitali 
Rupi avea fisso , d' ogni parte infesto , 
Precidendo il sentier , stuol d' assassini 
Per tutto diffonde» sterminio e morte. 
Tal che a scorta fedele onde le spesse 
Dell' Acarnania orribili foreste 
Varchi , Aroldo a' affida. Ad imprevisti 
Scontri ognor pronta , e alle fatiche avvezza 
È quella turba. — E sen parti sol quando 
Del limpido Acheloo giunto alle vaste 
Sponde si vide , e dell' Etolia i vaghi 
Clivi, e le valli di colà scoperse. 

Dove il splingp Utraikey dimostra 
Vòlto in cerchio uno stagno, in cui la stanca 
Onda a rifletter placida $' aduna 
Lo splendor de' tranquilli astri : — sull' erta 
De' colli verdeggianti allor che a mezzo 
Pende la notte, tremula, sospesa 
Sul cheto lago imbrunasi la foglia, 
Mentre con lene mormorio la brezza 
Da ponente si desta , e a fior dell' onda 
Soave spira, e quella increspa appena. 



— 100 — 

Qui dolce Aroldo ebbe accoglienza, e viva 
L' incantevole scena in cor gli scese , 
Ché gì' innocui piaceri a mille a mille , 
Mentre notte era in ciel, l'alma sentìa. 

Già delle faci in sulla riva il lume 
Scorgeasi, che del giorno al termin vólto 
Era il tripudio : e di purpureo vino 
Piena la coppa intorno iva: — repente (28) 
Rista da muta meraviglia vinto 
Aroldo, poiché sé d' allegro in mezzo 
Convivio osserva. — Pria che la tacente 
Ora volga che in due parte la notte, 
Della turba principio ebber gli usati 
Ludi. Ciascun de' Palikar, la spada (29) 
Posa : — ■ ogni mano ad una man s' annoda — 
Uomo con uomo — ebbri di gioja — spiccano 
Salti — e ff inni selvaggi intorno echeggiano. 

Tiensi Aroldo in disparte, e non gl' incresce 
Questa ch'ei mira a sé dinante alpestre 
Orgia: ché d'ogni innocua gioja — e rude 
Foss' eli' anche un tal poco — odio non sente* 
Né spettacol comune eran le feste 
De' Palikar , barbare sì — pur belle. — 
Batte riflessa in volto a lor la luce 
Delle notturne fiaccole; e le negre 
Scopre pupille scintillanti, — i passi 
Rapidi,— e il crin che inanellato pende 
Fin presso al cinto, mentre intorno misto 
Di grida e suoni insieme odesi un canto : (30) 

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— 101 — 

Tambourgi ! Tanibourgi ! — Al rombo tao fero (51) 
Di belliche imprese nell'alma al guerriero 
Rinasce la speme, — s'avviva il valor. 

E giù dai dirupi repente son tutti 
AI noto rappello qui i figli ridutti 
Di Chimari , e Suli , d* llliria in furor. 

Qual v' ha si possente che il campo non ceda 
Al prò' Suliota, se r alba si veda 
Sua tunica, e il feltro da lunge apparir? 

Al vulture, ai lupi da il gregge, e repente, 
Qual piomba spumoso da' rupi torrente , 
Precipite al piano lo miri venir. 

Di Chimari il figlio cui l'onta si grava 
Che fin dell' amico nel sangue la lava , 
All' oste domata la vita dark ? 

Inerti sul dorso staranno i moschetti? 
— Oh! bello il drizzarli del tristo nei [ietti! — 
E tanta vendetta delusa n'andrà? 

Invia Macedonia suoi figli possenti 

Che, tratti alla pugna dagli antri tacenti, 
Le caccie giulive per poco lasciar. 

Ma fia che più rossa lor ciarpa si faccia 
Pria che del conflitto lo strepito taccia, 
E al fodero inerte ritorni Tacciar. 

Allora il Pirata di Parga , che regna 

Sull'onda, e a' fedeli tremanti la insegna 
Qual sia tutta l'onta di vii servitù; 

Si spicca festoso, e le ampie galere, 
E i remi abbandona, per trar prigioniere 
Le turbe cui manca d' opporsi \irlù. 



■ 



Le giojc del fasto quest' alma disprezza : 
Sarammi il mio brando dator di ricchezza , 
Tal don che ai vigliacchi concesso non è. 

La giovine sposa rapir fia mio vanto 
Dai lunghi capegli; la veVgine in pianto 
Lontan dalla madre non speri metfcè. 

Di vaga fanciulla m' è grato Y aspetto: — 
Oh! fia eh' io riposi poggialo al suo petto! 
Lenito al suo canto mio sdogno vedrò ! 

Oh! venga, — e dell'arpa sposando ai concenti 
La diva sua voce, quel dì ne rammenti 
Che vinto ed oppresso suo padre restò. 

Quel di ti rimembra che vinta cadea 

Prevesa, ed il Franco nel grembo accoglici ; — (3*) 
Del prode il tripudio, — de' vinti il dolor. 

Rimembra gì' incesi palagi ; — sgozzati 
I ricchi, — partila la preda, — serbati 

I giorni alle belle viventi all'amor. 

Non sia chi di vano timor qui favelli : — 
Non sia chi pietoso si mostri a' fratelli : — 
Non abbia lai sensi chi è ligio al Visir. 

Dai dì del Profeta, giammai si possente 
Del sacro vessillo la Luna crescente 
Guerricr non iscorse siccome quel Sir. 

In riva al Danubio Mudar s' nppresenla : 

II Giaurro dai biondi capei si sgomenta, 
Che lunge le insegne del forte mirò. 

Allor che i suoi Delhis su lor piomberanno, 
Ben pochi tra i Russi quel dì scamperanno 
Al taglio dei brandi che Y ira moto. 



i 



Di 



Silitiar, — del duce lo stocco guerriero 

Impugna. — Tambourgi ! — 11 rombo tuo fero 
Ne cresce la speme, ne avviva il valor. 

Voi rìpidi monti che al piano accorrenti 
Pur or ne vedeste, ne avrete vincenti, 
O vittime illustri sul campo d'onor. 

Eliade vaga ! — Di caduto impero (33) 
Misero avanao ! — Oh ! ancor che più non sii 
Tu rimani immortal; benché caduta 
Pur grande ancor ! — Chi i figli tuoi sbandati 
Al conflitto or trarrà perchè si terga 
L onta del tuo lungo servaggio? Oh vedi! — 
Degl' invitti guerrier che si cacciaro 
Volenterosi ad affrontar la morte 
Di Termopile al ▼arco, ahi! più non hanno 
Sembianza i tìgli tuoi! — Ov'ha chi colga 
Di que' fòrti il magnanimo ardimento , 
E dell' Eurota slancisi alle rive, 
E te dal sepolcral sonno rappelli? 

Genio di libertà ! — Quando scorgesti 
Co' fidi suoi deir erta File in vetta (34) 
Trasibolo, il fatai giorno potevi 
Antiveder che le attiche contrade 
Desolate veduto avria? — Ne' soli 
La greca libertà trenta tiranni 
Gravan di ceppi; — dèspoti oggimai 
Son quanti il sacro suolo ha monsulmani, 
Né più i nepoti tuoi sorgono ! E solo 



— 104 — 

Con vano maledir, sotto la verga 
Del tiranno crudel tremano — schiavi 
Dalìa culla alla tomba: — ed evirali 
O l'opre ne riguardi, o la favella. 

Come tutto fra lor mutossi, e solo 
De' sembianti durar vive le forme ! 
Oh 1 chi 'l fulgor di quegli occhi veggendo 
Non crederla che un' altra fiata il tuo 
Foco immortale in quelle alme sfavilli, 
Perduta libertà l Talun vicino 
Sogna V istante in che riabbia il santo 
De' padri suoi retaggio; ed alle estrane 
Spade si volge col sospir, chè in seno 
Tanta virtù non ha che si scateni 
Sol , contro la feroce oste , o l' abbietto 
Nome da' fasti di dolor disperda. 

La terra che al Giaour d' Allah in nome 
Fu tolta — un' altra fiala al rio nepote 
D'Otman ritor potrassi: e del serraglio 
L' inaccessibil torre al Franco invitto, 
Che pria la conquistò , novellamente 
Dar ricetto saprà. Della ribelle 
Stirpe di Wahab — che del Profeta sulla 
Tomba strappar le ricche offerte ardio — 
Riiinosi potrien calarsi i figli; — 
Che giammai libertà quest' egra terra 
Non riederebbe ad allegrar, 've sempre 
Agli schiavi gli schiavi , in ria vicenda 
D' anni eterni di duol succederanno. 



105 — 



Pur ve' gli Elleni folleggiar nel tempo 
Che i dì santi precede, allor che in «acri 
Riti 8' avviano a penitenza, sola 
Che di colpe mortali a sperder valga 
In cor dell'uomo il lezzo, e i giorni in duri 
Traggon digiuni, e in salmeggiar le notti. 
Ma pria che il sajo penitente intorno 
. S'avvolgano, menar giorni fra tresche 
Ancor dovran che a suo talento , ognuno . 
Consumi nel piacer, — o se alla danza 
Mentir voglia sembiante , in viete avvolto 
Vesti bizzarre, o tragga ove s'accoglie 
Del carnascial drappello ebbrifestantc. 

Qual v' ha Cristian che più de' tuoi si lasci 
À insensato gioir , Stamboul , — un tempo 
Donna del loro imper? Forse obblìaro 
Che di Santa Sofia le sacre soglie 
Il turbante or profana, e che di Grecia 
L'are al suolo cadean? (Misera! ancora 
De' suoi mali al pensier s' attrista il canto. ) 
Lieto de' vali un dì suonava il carme 
Perchè in libera terra. — Ognun nell'alma 
Quella delizia risenlìa eh' or sono 
Stretti a mentir. — Giammai tanta di feste 
Pompa ammirato avea , né mai V orecchio 
Ferimmi un canto che a color s' agguagli 
Di che il Bosforo tutto ovunque echeggia. 

Grida s' alzan confuse : ognor novella 
Musica succedea; batter di remi 



— 106 — ' 

In cadenza sul mar ad ora ad ora 
V eco iterava , e dolcemente af lido 
Rotte in spume parean risponder Tonde* 
Delle marce la bianca dea dall' alto 
Complice intanto dif fornica la luce; 
E quando lusinghiera aura sub" onda 
Passò, sì l'increspava che parca 
Raggio dal trono candido divelto , 
Onde l' immago sua mostri reflessa ; 
Sin che , bagnate dagli alterni flutti , 
Fulgide a un tratto parvero le sponde. 

t 

Molti levi caicchi a fior dell' acque 
Traggono, e le fanciulle in sul natio 
Lido tesson carole. — Il giovinetto, 
E la donzella obblìano — ambo — che stanno 
In veglia , e lungo è la paterna stanza. 
Mentre d'occhiate languide cotale 
Ricambio fan cui ninna alma gentile 
Resister può te, ecco — una man tremante, — 
Cui dolcemente un'altra man costringe — 
Con premere gentil, pressa, risponde. 
0 amore! o amor de' primi anni! — T'annoda 
Con dolce fren rosea catena! Oh! gridi, 
Gridi a sua posta il cinico ed il saggio., 
Chè di quel vivo tripudiar compensa 
Un secolo di guai solo un istante. 

Ma in mezzo a questa festeggiarne schiera 
Esacerbalo cor non v' ha che frema 
W ira secreta, che, compressa a forza, 



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— 107 — 

Pur talora Iraépar? Protende all'onda 
V orecchio , e de' marosi il niorroor lento 
Gemito pargli e lamentio. — L'ebbrezza 
Di scherzevole turba in lui disdegno 
Freddo, e pensier tristi ridesta. — - Oh! come 
Maledette nel cor scendongli quelle 
Volgari feste! — e l' ore a scorrer lente 
Improvera , e a quel dì sospira , quando 
La splendida zimarra in bara ei cangi ! 

E s' abbia tal figlio di Grecia il petto , 
Se di veraci cittadini ancora 
Grecia vantarsi può: chè tal non merla 
Nome onorato, ohi sul labbro sempre 
Reca voci di guerra, e ne' diletti 
Di ria pace poltrì ; — pace di schiavo ! — r 
Ciò che perde sospira, e al suo tiranno 
Mente in faccia il sorriso, e alla servile 
Falce porge la man, che il dardo meglio 
lmpugnerìa di libertà 1 Men t'ama, 
Grecia! qual più ti debbe: — il nascimento - 
De' forti il sangue — e una progenie antica 
D'avi famosi, a cui ricambio solo 
Dier di vergogna i tralignati figli. 

Quando di Sparta la virtù severa 
Fia che rinasca, e sien ridati a Tebe 
Gli Epaminonda suoi ; — quando d' Atene 
Abbiano i figli un cor; — quando le greche 
Donne saran madri di prodi , — allora — 



- 108 — 

Ma solo allor — sarai qual forti. Mille 

Anni bastano appena onde un impero 

Sorga: — ad un Iratto — è polve. Oh! la caduta 

Gloria antica potrà forse una gente 

Per volger d ' anni riaver , il prisco 

Valore ridestar, e trionfante 

Trar domiti a' suoi piè tempo e fortuna? 

E pure , oh l come ancor ne' di dell* onta 
Bella tu sembri, o di divini ingegni 
Patria, e di numi che qual uom si more, 
Perirò anch' essi I — E i tuoi gioghi nevosi , (57) 
E le allegre vallee dal sempre verde 
Manto, pur tuttavia te prediletta 
Predican di natura. — I rovesciati 
Tuoi templi , e l' are tue , le cui ruìne 
Giacciono al cener degli croi commiste, 
Pesta or l'aratro vii. Così ogni umano 
Monumento si perde ! e così pere 
Tutto quaggiù ! — Sol la virtude , e il carme 
Ove onorata sta, vivono eterni. 

Sol poche ancora avanzano solinghe 
Colonne e par che delle suore al fato (58) 
Piangano , accanto a lor riverse : e il tempio 
Di Pallade che sovra i flutti innalza • 
L' altera forma , e di Colonna il masso 
Abbclla — e poche — non curate tombe 
Di prodi: — ancora quelle grigie pietre, 
E la non tocca zolla al tempo schermo 



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- 109 — 

Debile fan — non all'obbiìo: — chè solo 
Pochi stranier, qual mi son io, dappresso 
Movono a questi avelli , e col sospiro 
Mentre s' awìan van mormorando : — ahi lassi ! 

E sì eroe' cieli tuoi , Grecia ! son puri 
Sempre, e sempre le tue rupi selvagge: 
Freschi i boschi, e de' tuoi campi verdeggia 
La pingue zolla , e i frutti suoi !' ulivo 
Matura ancor , come ne' dì che a lei 
Minerva sorride. i. — ■ Di miele abbonda 
L* Imetto — e V ape industriosa ancora — 
Libera de' tuoi colli peregrina — 
L' arnie odorate vi compone; e il sole 
Pur come un tempo, le tue lunghe eslati 
Accende : — di Mendèli a' raggi suoi 
Scintilla il marmo ancor. — La gloria sparve, 
Sparvero l' arti , e libertadc , — e sempre 
All' occhio ammirator vaga è natura, 

0 sacra terra! ovunque i nostri passi 
Volgansi , — ah 1 tutto serba orme di gloria , 
E sacre desta rimembranze : — impero 
Vasto di meraviglia è quanto all' occhio 
Spiegasi intorno. — Qui ciò che le muse 
Finsero, in ver si cangia, insin che stanchi 
Dell' ammirar que' santi luoghi , cui 
11 caldo immaginar spesso ci pinse 
Di gioventù — dal contemplar si cessi. 
Poggi, vallee, colli, pianure, tutto 



— 110 — 

Irride a quel poter che rovesciati 

I luoi templi traea. — Scosse le rocche 
D* Atene il tempo , e invan di Maratona 

II sacro pian distruggere & attenta. 

Queir istesso gli é il sol, e queir tstessa 
La terra , ma non quel che su vi striscia 
Misero schiavo e vii: sol novo è in lei 
Che di novo signor a* è fatta ancella. 

I suoi confin pur serba, e la sua gloria 
Che confini non ha, questa felice 
Parte ove a mille sotto il sanguinoso 
Greco ferro piegar© il capo altero 

Le persiane vittime. — Oh ! gradito 
Alla gloria quel dì! — Magico incanto 
S' ebbe d' allor di Maratona il nome, (39) 
Che — ridetto — alla mente anco dimostra 
L' oste, il campo, la mischia, e la sconfitta. 

Fuggente il Medo, cui vóto di strali 
Pende a tergo il turcasso, e V arco infranto; 

II Greco invitto, e alla sua lancia appreso 
De' vinti il sangue j — *- sovra il pian sorgenti 
Monti — da un lato il mar — la morte in facoia — 
Nella fuga la strage, — ecco la scena 

Che Maratona offria. — Quale or ne resta 
Vestigio? Qual trofeo questa sacrata 
Terra distingue, e ci rappella il dolce 
Riso di libertà, dell' Asia il pianto? 
Di poche violate urne i rottami» — 



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- Ili — 

. La polve che del tuo corsier la zampa, 
Disumano stranieri per l'aèr manda. 

Pur — non mai lassi — pellegrini in folla 
Qui converranno a visitar del tuo 
Splendor vetusto le memorie. Il vento 
Che d'Ionia spirò, molt' anni ancora 
Cotesta a venerar per le guerriere 
Gesta , e pc ' vati suoi terra famosa 
Qui trarrà il viator ; — molt' anni ancora 
I tuoi fasti , e la tua lingua divina 
Apprenderà la fanciullesca etade. 
Orgoglio al veglio ! — al giovinetto scoia ! — 
Te cole il saggio, e il vate a te s' inchina, 
Qual se dal grembo tuo Palla e le Muse 
Disvelassero ancor celesti arcani. 

D' errante pellegrin palpita il petto 
Pel nativo terren, mentre un'amica, 
Nel patrio focolare , alma 1' attende. 
Ma chi per lui nel cor voti od affetti — 
Resti — o parta — non ha, la greca terra 
A visitar si tragga, e lei mirando 
Al par di se trista , dolente — esulti. 
A mondano gioir d'Elle ni a il vago 
Terren non si creò: sol chi d'arcana 
Melanconia nei sospirar si piace 
Qui meni i giorni suoi , ché appena il nome 
Fia che rammenti ei della patria, allora 
Che nel santo ricinto aggirerassi 



— ili — 

Di Delfi antica, c mirerà le zolle 

Che fur di Greci e in un di Perei tomba. 

Voli alla terra venerata , e in pace 
I deserti tacenti ove infinite 
Fur le imprese d' onor , varchi — ma i suoi 
Resti risparmii ! — A dispogliar non mova 
Con empia man questa contrada, ahi! troppo 
Misera ornai ! chè ond' altri le deturpi 
Non sorser l'are. Riverir tu dei 
Quella cui tutte s' inchinàr le genti : 
Cosi del suol nostro natio non abbia 
Disdor la fama! Oh! possa tu felice 
Della tua fanciullezza ai desiati 
Siti ridurli, e rinvenirvi tutte 
D' amor le gioje , e della vita accolte. 

E tu che d' ozio col prolisso carme , 
All'ore trarli in versi oscuri tenti, 
La voce tua si perderà con quella 
Di cento menestrelli ond' oggi tanto 
Grido si leva. — Oh! cedi lor quel lauro 
Che il tempo sfronderà ! — Mal lo contrasta 
Chi di critica al morso acre , od al plauso 
Non si commuove ornai , di men severa 
Turba, dacché ghiacciò morte que' petti 
Che sol cara potean fargli la lode. — 
Avvi forse quaggiuso a cui si piaccia 
Mentre ad amar nulla persona avanza? 



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— 113 — 

E tu pur più non sei ! Tu cosi bella , 
E amata Unto! Tu che a me si cara 
La simpatìa de' primi anni rendevi ! 
Che fosti nel mio cor, ciò che dappoi 
Verun altro non fu: che, abbenchè fatto 
Di te indegno foss' io, pur sui miei passi 
Tu mai* sempre venivi. — Oggi — te spenta 
Che è la vita per me? Là più non sei 
Ad accór nella gioja il pellegrino 
Che alla terra natal ritorna, e a cui 
Solo de' giorni andati il pianto resta. 
Perchè sì Keti gli passar que* giorni , 
Se rieder più non gli dovean? Venuto 
Un' altra fiata alle paterne rive 
Mai non sarla, perchè di là novella 
Nel ritraesse poi cagion d'affanno. 

Oh t cara sempre , riamata , amante I 
Com' è soave al cor che oppresso geme 
Da sue sventure, il riandar gl'istanti 
1) ' un ben che più non è ! Ma forse il tempo 
Fin la diletta immago tua dal seno 
Strapparmi attenterà. — Tutto m' hai tolto 
Quanto tonni potevi, inesorata 
Morte nemica 1 — e madre , e amico e , cara 
D' un amico più assai , vaga fanciulla. 
Giammai pronte così, così fatali 
Fur tue quadretta, e ria di duol vicenda 
Più incerta mi rendea la fragil vita. 



— 114 — 

Forse dovrei novellamente in mezzo 
Della folla giuanni, e ciò che un' alma 
Tranquilla sdegna, ricercar? L'appello 
Seguir di vomita nei romorosi 
Conviti, dove il lubrico caocbinno 
Lascia gelido il cor , e le incavate 
Guaneie raggrinza , e nella dolorosa 
Alma fuor che il martiro altro non lascia? - 
Composto indarno a falsa gioja il volto 
Mostra , e indarno sorridere s' infinge 
Chi il dispetto nel cor clùudersi tenta: 
Ché a mezzo il riso , involontaria al ciglio 
La lacrima ricorre , e mal represso 
Fuor dal labbro trapela un fier disdegno. 

Qual è il cruccio più reo che ¥ uom travagli 
Dell'età sul confili? che più profonda 
Lasci la ruga sulla fronte impressa? — 
È il membrar che dal libro della vita 
Tutti fur tolti i nostri cari ; — e solo — 
Quale appronto son io — vivere in terra. 
Appiedi di Colui che mi martini, 
E sul mio capo aggreva il ponderoso 
Braccio, e manda distrutte ogni mia speme, 
Mi prostro umile. -Obi presto varchi -ohi presto, 
Vano il tempo per me! non fia che un solo 
Metta sospiro, or che la morte ha sperso 
Quanto air alma già piacque , or eh* et m' attosca 
Co' guai d' età senile , il fior degli anni. 



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CANTO TERZO 



„ Afin qae cette application vous forcJt 
de peitóer à autre eh ose , il u'y a ru 
vérilé de remède que celili -la , et le 
tempi. " 

Lettre dti Roi de Pru*$€ k D'Alembert, 
Sept. 7. 1776. 



Vaga fanciulla ! Il tuo sembiante a quello • 
Di tua madre è simìl ? — Ada — oh ! del mio 
Petto solo desir, solo rampollo 
Di mia magion. — L'ultima volta, quando 
Ne» tuoi vivaci occhi cilestri tenni 
Fisso lo sguardo innamorato , un riso 
Cotal n' usciva... ! E men divisi allora — ■ 
Non come adesso — che di speme un raggio 
Tutto m'empieva. — Ansio, convulso, or balzo 
Da' sogni , e minacciose a me d' intorno 
S'accavallano l'onde, e il vento freme. — 

Vado e dove ? Noi so ; ma il tempo è corso 

Quando le rive d'Albìon da' miei 
Sguardi fuggieno, e m'agitavan l'alma 
Sensi confusi di piacer, d'affanno. 



116 



Una fiata ancor sull'onde, ancor» 
Una fiata, sì: — sotto a me spessi 
I marosi s' incalzano simili 
A snello corridoi- che sente al dorso 
L'usato cavalier. Ben venga il cupo 
Loro mugghiar , ben venga ! Ove eh' io sia 
Tratto, volvansi rapidi sonanti. 
E accada pur clic del naviglio curvo 
Qual fragil canna 1' albero tentenni , 
E de' venti in balia veggansi rotte 
Le vele, non però fia mai che a mezzo 
L' intrapreso cammin lasci sull' onde. 
Chè pari alla marina alga son io 
Dagli scogli divelta, e sulle spume 
Tratta dell' ocean , dove più s' erge 
Torbido il fiotto, e mugghia la procella. 

Sul fior degli anni miei d' un giovinetto 
Presi a cantar — ch'esul traea, dall'alma 
Sua crucciosa sospinto; or quel che appena 
Incominciai tema ripiglio, lo meco — 
Come i turbini in cicl tregge ed aggira 
Euro in furor — mei traggo sempre: e quella 
, de'pensier che più non sono 
i rammenta le treccie, e inaridite 
Stille m ' accenna , onde nuli' altro resta 
Fuor che vestigi sterili , su cui 
Gli erranti giorni miei, van della vita 
Lentamente a toccar le prode estreme; 
— Deserto ove non ha fior che l'allegri. 




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I 



— 117 — 

Dacché i giorni varcàr , quando nell' alma 
Tumultuante ogni passion fremea — 
Giorni di gioja e di martir, — ahi l forse 
Hanno dell' armonia perduto il vezzo 
La lira e il cor: ahi! fors' è invai» ch'io tento 
Scioglier, siccome un dì, la voce al canto. 
p ur — benché dura siane e tormentosa 
La prova — io vuo' cercar se , abbandonata 
L' anima in esso , alle incresciose possa 
Di contrario sentir larve strapparmi — 
Al piacere, al dolor, — o a me d' intorno 
Sparger l'obblìo. Questi miei canti allora 
Non fieno , almen per me , sema diletto. 

Quel che coli* opre, non cogli anni in questa 
Valle d' esiglio incanutì, varcando 
Le più intricate ambagi della vita, 
Sì che nulla v' ha ornai cui meravigli ; 
Che ambizion non ha, fama non cura, 
E all' amore , e al dolor sì chiuse il petto 
Che indarno vólto in lui fora V aguzzo 
Strai che in silenzio lacera e martira; 
Dir sol questi potrìa perchè ricovri 
Mesto il pensier nelle solinghe grotte 
Popolate per lui d' aèree forme , 
E d'immagini ognor vive, che piai 
Per età non si mutano, là dove 
L' alma in pensier profondi si raccoglie. 

Solo onde crei — e onde più bella a lui 
Rida la vita nel crear, — l 1 uom dona 



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Forma a' suoi sogni , ed a sè slesso a un tempo 
Tale un essere, qual la nella calda 
Mente sei finge: in me medesmo il sento. 
Che son io? Nulla — ma non sei tu nulla 
Alma del mio pensier ! Teco , o divino 
Spirto, io possente a contemplar, la terra 
Scorro , e acceso del tuo soffio , la tua 
Parto essenza immortai, ed un novello 
Sentir m'assale presso a te, che spento 
Per congerie di mali or or parca. 

A più saggi pensieri or si rivolga 
La menta : — ahi ! troppo errò preda d' oscure 
Melanconiche idee, sinché travolta 
Di fantasia nel vortice , mutata 
Fosse in ardente illimitato abiaso 
IV ombre e concetti oltre ogni dir funesti. 
Si» non domito il cor in gioventute, 
Attoscate di mia vita le pure 
Sorgenti vidi. — Ahi ! troppo è tardi adesso ! — 
Pur ben mutato io sono; e assai m'avanza 
Vigor che a tollerar, quanto non puote 
Struggere il tempo , valga ; e di più amari 
Frutti a nutrirmi, senza trar sul labbro 
Vane querele ad incusar la sorte. 

Basti di ciò : — troppo già dissi ; ed ora 
Tutto è trascorso, e ogni ditello tace 
Chiuso per sempre con letèo suggello. 
Già da gran tempo assente, ecco sen riede 
Aroldo alfia: — non più sentir — è il voto 



— 119 — 

Che nel petlo gli freme: lacerato 

Qual fu d' aspra ferita ond' uom non mai 

Puote morir, benché insaoabil sia. 

Pur tuttavolta e gli anni, e il volto, e l'alma 

Mutati avea, chi tutto cangia — il Tempo. 

Chè il novero dei dì scema allo spirto 

Il suo foco primier; perdon le membra 

Il pristino vigore , e della vita 

Sol brilla all'orlo V incantata lazza. 

Troppo ratto la sua volava ÀroMo , 
E d'assenzio la feccia esser s'avvide; 
Ma a più pura sorgente un' altra volta 
Sovra un sacro terren V ebbe ricolma 
Pur nella speme che inesausta fora.,.. — 
. Ahi vana speme ! — d' importabil pondo 
I lombi gli avvinghiava una catena 
D' anclla ènee formata, e questi ceppi 
Di che il suonar non si sentia , men duri 
Non erano però. — Per l'aspra angoscia 
Che nel sen coraprimea, spossato, farsi 
Più la senlìa grave e pungente, ad ogni 
Passo che mover s'attentasse in quello 
Periglioso scntier cui si commise. 

. 

In sua fredda apatia fidente, s'era 
Alla sua specie ricongiunto , vana 
Recando sicurtà , che si indurato 
Avesse il cor, e invulnerati tanto 
Che se non dal piacer schermirsi almeno 



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— 120 



Potesse dal dolor. Qual pria confuso 

E nella folla obblito , ei ben potea 

Soggetti al meditar trarre, siccome 

In estranio tcrren tratti già n' ebbe 

Nelle ammirande opre del Nume, e in mezzo 

Alla beltà di che ride natura. 

Ma chi avvizzita può mirar la rosa , 
Nè dal cespo spiccarla?, Ov' è chi volga 
Rapito il guardo a contemplar di quanta 
Grazia a un tempo e splendor della beltade 
Adornisi 1' aspetto , e non comprenda 
Che intero il cor non s'affralisce mai? 
Ov' è colui , che , quale in fra le nubi 
Astro sfavilla , della fama il raggio 
Sovra un abisso sfolgorar veggendo, 
Ogni conato a giungerlo non opri? 
Aroldo ancor nel turbine ravvolto , 
Della stupida calca a mezzo il cerchio , 
A miglior fin di quel che in giovinezza 
Neil ' anelante cor nutria , si volse. 

Ma ben tosto scorgea sé men d'ogn' altro 
Coli' uom capace a soggiornar , con cui 
Nulla, o quasi che nulla ebbe comune. 
Insofferente che all' altrui desìo 
Il suo s'accomodasse, abbenchè l'alma 
1 suoi stessi pensieri avesser doma, — 
Libero d' ogni fren , — pur a colali 
Spirti ceder V impero ei mal sofferse 



- 121 — * 

Cui spregio sol nutria; fier, benché oppresso 
Da' rei martir, credea che in sé ristretto 
Fuor del mondo trovar potrìa la vita. 

Ove ripidi monti ergeansi , avea 
Colà suoi fidi : — ove più freme in guerra 
11 mar, ivi è sua stanza; e ancor sovente 
Ov' è più azzurro il cielo, ove più ricco 
Di luce il sole a un bel clima sorride, 
Salia, sospinto da vaghezza. — 1 cavi 
Antri, il deserto, la foresta, e Tonde 
Tempestose, sonanti, a lui gradili 
Compagni erano sol : — chè tal movea 
Da lor favella, che fra' libri indarno 
Della lingua natia cerca l' avrebbe , 
Cui sovente obblìar voi ria per 1' alme 
Di natura bellezze a lui riflesse 
Nel vago sen di cristallino umore. 

Gli astri pari al caldeo guata, né cessa, 
Chè pieni a lui non ridano di mille 
Esseri vaghi assai più dell' istessa 
Luce di che sfavillano; — e la terra , 
£ ogni umana follia scordasi intanto. 
Lui beato ! — se ognor reggersi a tanta 
Altezza col pensier potea; — ma questa 
Creta di cui V uomo s' informa , grave 
Fa la diva scintilla, e a lei contrasta 
L'ergersi a voi colà donde partìa. 
Inutile desio di che arde spesso 



i 

• 



Perchè spenato ogni uman laccio, a lui 
Che ci appella dal ciel, si ricongiunga. 

Ma oeir albergo del mortai s' ci fatto 
Inqueto Aroldo ed abbattuto: — in volto 
Tedio , tristezza mostra sempre; ei langue 
Pari a falco selvaggio a cui — tarpate 
Le penne — è tolto di levarsi a volo 
A spaziar nell'aere sua stanza. 
E allor che in sen gli è desto un subilano 
Di libertà desir — qual prigioniero 
Àugel che intorno alla ferrata gabbia 
Oprasi e invan , sinché le stanche penne 
N'arrossi il sangue — tal d* Aroldo in ceppi 
Stretta, dal sen che l'imprigiona trarsi 
A viva forza l' anima vorria. 

Or T infelice pcllegrin , cotesto 
Esule volontario, un'altra volta 
Lunge errerà, privo di speme, pure 
Men tristo. Interna suasion ei cova 
Ch' egli abbia visso invano , e si declini 
Tutto alla tomba, ood* è ch'apre un sorriso 
Disperato sorriso 1 — Estrano mollo 
Tal sentimento ! — pur — come in aspello 
Di sua sorte crudel ebbro il nocchiero 
Vedi ristar nel lacero naviglio 
Cui seppellir ad or ad or minacci 
L'onda in furor» colai ebbrezza in seno 
Sì gli destò che rigettar non cura. 



— 125 — 

■ 

Arresta ! — Quella che co 1 piè calpesti 
IV un impero è la polve ! E qui sepolte 
D'ampio tremilo to le ruìne stanno. 
Oh ! perchè un colossal marmo non sorge 

Che addili il loco, o trionfai colonna, 

Onde a' più tardi posteri V orgoglio 

Varchi del vincitor? — Sol qui più forte 

Favella verità, che tal rimane 

Questo campo qual era. — Oh ! come il sangue 

Corse a torrenti a fecondar le messi! 

Questo frutto, e non altro — o tu fra quanti 

Bellici campi furo — ultimo e primo — 

Ebbe il mondo da te; questo e non altro 

Da te, d'allori prodiga — vittoria? 

Là sovra il piano Amido sta , d ' umane 
Ossa intorno coverto, al Gallo tomba — 
L orrendo Waterloo ! Come una sola 
Ora il poter dona e ritoglie! E ratto 
Passa da questo a quel campo la fama ! 
Sospinta al colle arduo di gloria , al volo (1) 
1) ' onor qui sorse V Aquila , ed il piano 
Dilacerò co' sanguinosi artigli; 
Quando le nazioni in trista lega 
Strette contr' essa la ferirò , e nulla 
Valse la gloria onde ridurla a vita ! 
L' augello imperiai sol pochi sparsi 
Anelli nel cader seco traea 
Dell' infranta dell' orbe ampia catena ! 



I 



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— 124 — 

Quale orrenda fatai vendetta ! Morde 
Or Calila il freno , e in ferrei ceppi geme ! 
Ma per ciò forse è men serva la terra? 
Forse contro ad un sol mosser le genti ? 
O quivi solo, ond'ogni rege apprenda 
Fin dove aggiunga il dominar, s'unirò? 
Ecchè? La schiavitù dunque novello 
Pel secolo de' lumi idolo fia? 
O al lupo omaggi renderem perch'abbia 
11 ruggente lion prostrato? E fede 
Di vigliacco laudar dinanzi ai troni 
L ' incurvato farà servii ginocchio ? 
Ohi non ancor: — s'attendano le prove, 
Pria che plauso bugiardo in ciel si desti l 

O cessi il tripudiar con che caduto 
Il despota s' irride. Invan solcare 
Lacrime ardenti alla beltà le gote: 
E invan d' Europa i pampani e le zolle 
Nella stagion de' fior presse col piede 
Empio tiranno; invan dopo mill' anni 
Di tristo obblìo, fra le ruine e il sangue, 
E il servaggio, e il terror, a mille i prodi 
Ad esso incontro si levar; chè solo 
Più cara il mirto fa la gloria , quando 
Alla spada rawolgesi, con cui (2) 
Il tiranno d' Atene Armodio spense. 

Udìasi il suono di notturna festa, 
E la belgica Donna avea raccolte 



— 125 — 

Co' cavalier le dame in stanze adorne 

'Ve di mille doppier vedeasi il lume 

Ripercosse mandar sulle lucenti 

Mura , di prodi garzoncei lì immago, 

E di leggiadre donzellette. Mille 

Vedeansi palpitar felici petti ; u 

E allor che udir le lor voluttuose 

Cadenze feano i musici strumenti , 

Languidi gli occhi dell' amante spesso 

Nell'amata si volgono, mentr' essa t l ] h [ . } n 

Lui guata insiem di pari affetto ardente. 

Tutti al tripudio dannosi pur come (3) 

Fosse di nozze il di. — Ma che? — Silenzio ! — 

Odi? — Più tristo di funereo squillo 

Spaventevole intorno un suon si desta. 

• 

Dimmi, l'udisti tu? — Non io — che il buffo 
Era del vento, o il volver delle rote 
Di carro cigolanti in sullo spazzo. 
Si rinnovi la danza, e nulla il nostro 
Giubilo turbi: tutu scorra in veglia 
La notte , or mentre giovinezza , e amore 
Qui s'accoglie a cacciar que' che sì presti 
Hanno i vanni a fuggir, festosi istanti. — 
Ma , che mai fia ? — Quel suon cupo funesto — 
Odi ? — rintrona ancor : come se 1' eco 
Le nubi ripetessero — s' appressa — ^ 
Ognor più forte — più distinto. — AH' armi ! 
All' armi ! — È de' cannon quello il rimbombo ! — 



Di Brunswick nella vasta mila sedea 
Presso a un balcon lo sventurato Prence. 
Ei primo, fra il rumor di quella fetta 
Udì il rombo fatai , che gli ripiomba 
Qual suon di morte in cor: poi quando a lui 
Schernìan le turbe che 11 presso il tristo 
Suono sgomentator nunziar parea, 
Ahi! troppo ben previde allor qual fero 
Colpo mortale al genitor dovesse 
Schiuder la bara sanguinosa: il vide 
Una vendetta dimandar cui solo 
Potea compiere il sangue; e sorge, e ratio 
Nel campo irrompe della pugna, e cólto 
Da ferita mortai tra' primi spira. 

Già della danza pènetra alle sale 
Lo scompiglio , il tumulto , — paurosi 
Di qua di là s' affrettar! tutti: in pianto 
Stan le belle tremanti; e quelle gote 
Che pocanzi arrossir vedeansi mentre 
Plauso a beltade ornata e peregrina 
Feano i garzoni, or son pallide e smorte. — 
Qual repente scompar tratto alla pugna 
Dall' ardor giovanil , e manda intanto 
Fuor del petto soapir ~— forse gli estremi ! — - 
Chi può saper 'se mai quegli occhi ardenti 
D' amoroso desir altra fiata 
Riscontrarsi potran? Se orrenda unto 
A sì gioconda notte alba succede? 



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— 127 ~~ 

I cavalier solleciti adunar»! 
Là si scorgeano , e in bellica ordinania 
Star le falangi , e le «tridenti carra 

Precipitose volversi là dove 

Arde la pugna. Odi il cannon da lunge 

Rimbombar pari a tuon cupo profondo: 

Ed in mozzo alle mura in suon d' all' arme 

Strepitano i tamburri , e pria che surta 

La stella del mattin veggasi , scote 

Le schiere dal sopor. — Esterrefatti 

Frattanto i ciltadin s' adunan muti , 

0 in fioca voce, e colle labbra smorte: 

— II nemico ! — susurrano : — ci s' avanza ! 

La silvestre di Cameron melode 
Scorre l" aperto ciel ; questo è il guerriero 
Canto di Lochici che d' Albyn spesso 
Si diffuse sui colli, e spesso ancora 
Fcrìo l'orecchio al Sassone nemico. 
Ahi! quanto è questo carme aspro, selvaggio 
Nelle notturne tènebrel Pur come 
Lungo i fori del zufolo in allegro 
Suono T aèr riesce , ardir , coraggio 
De' montanari in sen così ridesta. 
Ch'ei tutti membra i dì che furo, e gode (4-5) 
Far sì che giunga ad ogni orecchio il grido 
Che d' Evan rechi e di Donald la fama 1 

IV Ardenna le foreste in sul lor capo (6) 
Scotono i rami verdeggianti , ancora 



— 128 — 

Così di stille rugiadose carchi , 

Che par (come se in lagrime dovesse 

Star , benché inanimata , anco Natura 1 ) 

Pianto che sovra i miseri si versi 

Scesi a pugnar, cui più veder la lieta 

Ora si niega del ritorno. — Pria 

Che in occidente il sol volga , finn pesti 

Dell' erba al par che dal lor pié compressa 

Langue avvizzita — e sovra lor fra poco 

Vedrassi rinverdir, quando furente 

Per guerriero ardimento, e d'ogni lieta 

Speranza confortata , in sul nemico 

Questa schiera precipite si cacci 

E F atterri , e la strugga il gel di morte. 

La veglia ancor — pieni di vita — e forti 
Per brìo di giovinezza, orgogliosi 
Di lor felicità , trasser là dove 
Sorridevan le belle: a mezzo il corso 
Giunge appena la notte , e il tuon de' cavi 
Bronzi il segnai dà della mischia; in campo 
Preparati a pugnar stanno sulF alba ; 
Stretti avanzarsi in splendida, minace 
Pompa gli scorge il sol , ma in ciel s* addensa 
Orrida nube che il rovente in grembo 
Cela trisulco fulmine — dall' alio 
Già scoppia — già di mille salme il suolo 
Copresi, cui fieno mille altre aggiunte; 
E col cavallo il cavalier , F amico 
Col nemico accòrrà la stessa tomba. 



Altra — più della mia — lira famosa 
Lor gloria celebrò : pur — cota! avvi 
Di que' prodi nel novero , di cui 
Tacer non so: sì perché meco in nodo 
Fu di sangue congiunto , e perchè inulta 
Avvi un offesa ancor che al padre suo 
Colpabile mi fa; sì perchè fassi 
Sacro quel canto ov' è de' prodi il nome , 
— E prode ei fu quant' altri mai. — Di morte 
Poiché sui nostri piovvero gli strali 
Tremendamente a diradar le spesse 
File , colà dove più orrenda strage 
Facea la guerra, un sol di que' gagliardi 
Che trafitti penano, un sol non avvi 
Che a te , invitto Howard , egual si vanti. 

E perchè al tuo morir v'ebber speziati 
Cuori, e cadenti lagrime, dov' anco 
Darlo potessi, inutile, non chiesto 
Il mio pianger sarìa. Ma allor che stetti 
Presso alla pianta dalle verdi foglie 
Che te vide morente — e a me dintorno 
Vidi dal vasto pian mandar novello 
La natura un sorrìso, e colle fronde 
(Chè aprii spiegata ogni sua pompa avea) 
Crescer la speme e le promesse — allora — 
Torsi da questa scena incantatrice 
Gli occhi , e al pensiero mi ricorser quanti (7) 
Il rinverdito suol più non allegra. 



— 130 — 

Di te membra va , e di quei mille a un tempo 
Prodi , per cui vóto tremendo il petto 
D'ogni cognato, e d'ogni amico arabe; 
Infelici! cui ben fora se trarli 
Uom valesse di' obblìo. — Chè sol la tuba 
Dell' Arcangelo , e non quella cui dona 
Fiato la gloria, rivecar gli spenti 
Alla vita potrìa. Bcncbè un istante 
Lor pene a mitigar valga la fama; 
Spegner però non sa la vampa ardente 
Di lor vane querele, e quanto il nome 
Suona onorato più, tanto più forte 
Ed amaro vie più fassi il cordoglio. 

Geraon essi — ma alfin toma il sorriso 
Sulla squallida guancia, e ancor ridendo 
Novi gemiti danno. Inaridito 
Gran tempo pria che schiantisi si mostra 
L'albero; ed il naviglio a cui spezzate 
Furon le antenne e lacere le vele, 
Pur voga: — ruinosa una tettoja 
Sussi, e appoggiata alla, sopposta volta 
Lentamente consumasi ; — sublime 
S'erge una torre ancor poscia che strutti 
N' ebbe i merli aquilon : — que' ferrei ceppi 
Al cattivo sorvivono, onde cinti 
Già s' ebbe i fianchi : — e tuttavia la luce 
Splende del dì benché le accavallate 
Nubi celino il sol : non altrimenti — 
Vinta da' suoi martir — V anima ha vita. 



Qi.nl d' un infranto speglio avvien , che in mille 
Minuzzoli V immago — una dapprima — 
Rifrange, e, più spezzato, più l'accresce; 
Entro all' alma così per duolo affranta 
Tante s' addoppieran memhranze amare 
Quanti fur dardi a dilaniarla: viva 
Come lacero avanzo, irrigidita, 
Tranquilla , e quasi senza molo , oppressa 
Dal diurno martir, dal tedio vinta 
Delle insonni tenèbre, innanzi tempo 
Langue, e vien meno, senza pur far motto 
D' un cruccio cui svelare alcun non puote. . 

Avvi fuor della speme una verace 
Vita, — un tosco vital; ferma radice 
Che i secchi rami , e senza vita nutre : — 
Che ove il morir dato ne fosse, nulla 
Ogni affanno saria; ma qual più amaro 
Dal cordoglio ne vien germe, feconda 
In sé stessa la vita, onde il più tristo 
Frutto poi sorge simile alle poma (8) 
Che d'Asfalto cresciute appo le rive 
Chi nel on ceneri sol. Oh 1 se potesse 
L'uom noverar dai lieti di la vita, 
E i pochi istanti venturosi agli anni 
Andati comparar, — dimmi — vorrebbe 
A molli lustri protrarla egli mai? 

Dal profeta regal dinumerati 
Furo i giorni dell' uomo: — ohi lunghi assai 



— 132 — 

Son essi — e troppo ancor, se a' fasti tuoi, 

O fatai Waterloo penso, clic tante 

Di sì labili vite a mezzo hai tronche. 

Or d' innumere genti a te s' eleva 

Il plauso, e fia che sul tremulo labbro 

De* nepoti rinnovisi : — „ Adunarsi 

Ei sclameranno „ a Waterloo le avverse 

„ Nazioni , e il cozzo de' nemici acciari 

„ Gli avi nostri affrontar nel memorando 

„ Giorno. „ — Sol questo fia sottragga il tempo, 

All'atra notte dell'eterno obblìo. 

11 più grande colà, non il più tristo 
De' mortali cadèo: — Tal che la mente 
D' ogni opposto informata , ai più sublimi 
Disegni, mai da uman pensier concetti, 
S'aderse, e il guardo a ogni più lieve evento 
Volse del pari, intrepido. — Mortale 
In tutto estremo! — Oh! se sapevi a mezzo 
Sostar, fora ancor tuo lo scettro, o mai 
Stretto l'avresti, chè l'ardir sul trono 
T'addusse al pari, e nella polve: — Ancora 
Il serto imperiai con guardo anelo 
Di riaverlo guati , e ancor riscosso 
Mandar V orbe minacci , un' altra volta 
Dalla tremenda tua folgore adusto. 

Tu donno , or servo della terra ! — Ancora 
Essa te pavé, che giammai cotanto 
Tremendo in cuor dell' uom suonò tuo nome 



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— 133 — 

ConT oggi , eh' altro più non sei che vile 
Bersaglio della fama , usa già un tempo 
Qual prediletto suo nato a blandirti. 
Schiava a* tuoi cenni eli* era, e alla crudele 
Ambizion che te vincea , gì' incensi 
Profuse, insino al di che sovra Tare 
Te qual nume locavi. E nume appunto 
Agli ammutiti popoli, che tale 
Creduli ti tenean qual profferirti 
A lor placcasi il tuo pensier, parevi. 

Oh ! tu da più sempre dell' uomo , c sempre 
Da men fosti di lui; — grande o meschino, 
Di nazioni domator , o lunge 
Dal cerume fuggente : o che di regi 
A te fessi sgabello , o a ceder presto 
Più assai d' abbietto milite ti fossi ; — 
Tu gP imperi a crollar forte , tu mastro 
A rialzarli , a dominarvi — inetto 
Tue passioni ad infrenar pur cri. 
Neh" arte istrutto appien per che s' avverte 
Quanto e qua|e V uom sia, tu mal te stesso 
Scoprir sapesti , o rattemprarc il vano 
Tuo di guerre desir, ignaro come 
Troppo spesso tentata, alfin si volga 
La sorte , e qual più vivid' astro abbuj. 

Pur tollerar di tua fortuna il danno 
Con tal potesti naturale innata 
Filosofia , che , sia saggezza , o fredda 



Indifferenza , od allo orgoglio, e amaro 
Fele pur sempre ad un nemico. Oh ! allora 
Che de' tuoi Y accanito odio ti cinse 
A vegliar minaccioso , e a dar sogghigni 
Su te prostrato, con serena fronte 
Tu d' un sorriso sol davi risposta , 
Altero ancor! — Quando al diletto figlio 
Strappò fortuna con ria man lo scettro, 
Al fero pondo che su lui gravossi 
Non fu visto piegar 1' alta cervice. 

Saggio più assai che a* dì di gloria , quando 
L' orgoglio ti traea fino a chiamarti 
Sulla fronte severa aspro disdegno 
Che all'uomo irrida e a' suoi pensier; fòrs'era 
Giusto il nutrirlo, ma non giusto il volto 
Sempre atteggiarne, e rigettar chi tratto 
T'ebbe a grandezza, e contra te si mosse, 
E a mina precipite ti spinse. 
Pur tuttavia merta assai poco ch'altri 
L'acquisti, o perda, il mondo: e tu ben festi 
L* esperimento , e teco il fcan pur quanti 
Mossero nel cammin da te segnato. 

Se, pari a torre ch'ergasi sublime 
Su discoscesa rocca, o sol sorretto 
Ti fossi, o almen solo caduto — avria 
Te forse questo tuo per l'uom dispregio 
L' onte cruente di nemica soile 
Aitalo a sostener; ma uman consiglio 



Di 



— 135 — 

Sino al trono t' avea scorto : temuta 
Più assai ch'ogni falange in te fu vòlta 
La meraviglia delle genti, e tua 
Era la gloria d'Alessandro; allora — 
Se la porpora pria non ti svestivi — 
Pari allo stoico Diogene , beffarli 
Non dovevi dell' uom; che a' coronati (9) 
Cinici immenso troppo antro è la terra. 

Ma ad un alacre spirto appar la calma 
Bujo d* inferno — e là di tua fatale 
Morte i germi nutrirsi ! — Una scintilla 
Avvi, — un moto dell'anima — che, schivi 
D'esser col frale in duri ceppi avvititi, 
Tcntan spezzarlo, e fuggono; ma tosto 
Fuor del retto Vaganti , oltre la meta 
Posta ai desir, si levano. Non pria 

Arser di questo ineslinguibil fòco 

L'alme, che a forti, perigliose prove 

S' addirizzati repente , e nulla tanto 

Come il sostar, le attrista: é febbre ch'arde, 

A chi V ebbe fatale , e a chi n' è cólto. 

Sorgo» d'essa gl'insani, onde poi tutto 
L' orbe infètto riman ; conquistatori , 
E regi insiem; mastri di sette, e d'ogni 
Sistema : arrogo lor sofisti , vati , 
Politici deliri, — esseri lutti 
Inquieti del par, che nell'arcano 
Dell'alme, troppo violenti i moli 



— 136 — 

Destano , e spesso son da quegl' istcssi 

Che ad insanir traevano, scherniti. 

V'ha chi gii invidia, eppur d'invidia oh! quanto 

Indegni son I — Quanta nel tristo petto 

Doglia covan segreta ! Ove mostrarsi 

Disvelato potesse un cor simile, 

All' uom scola saria — cotal — che nullo 

Di splendore, e d'imper nella sgannata 

Mente chiuder desir giammai saprebbe. 

Violento lo spiro, e n'è la vita 
Turbo che li travolve insin che vinti 
In sé stessi ripiombino ; pur tanto 
A questa latta tempestosa affetto 
Nutrono, che se awien mai che frapposta 
Sia la calma al periglio, in cheto, ingrato 
Crepuscolo ogni loro ardir vien manco. 
Da rio cordoglio lacerati , al varco 
Così son tratti della vita, oppressi 
Da mortale languir, qual d'alimento 
Priva la face muor, debile e fioco 
Lume intorno spargendo, o come acciaro 
Che nel fodero stretto, inoperoso 
Di ruggine si veste e si consuma. 

Chi all' ardue vette inerpica de' monti 
Fia che i più eccelsi pin vegga di densa 
Nebbia ravvolti: -— tal chi s'erge altero 
Su debellati popoli — la rabbia 
Di que' che al basso si lasciò , s' attenda. 



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- 137 - 

Benché di glori» il sole a lui sul capo 
Sfavi 11 i , c lunge — a' piedi suoi — si prostri 
La terra e V oceàn — di diacci , orrende 
Rupi ha d? intorno , e la cervice ignuda 
Sorgono a minacciar atre bufere. 
Tal danno ria mercè le audaci imprese 
Onde insano il mortai tant' alto poggia ! 

Oh! fuggiamli, per sempre! — Chè la vera 
Sapienza in se stessa un orbe finse, 
0 solo in te , benefica natura ! 
(V ha dovizia che s' eguagli a quella 
Che sì varia dispieghi in sulle rive 
Del Reno maestoso? E là divina 
Scena Aroldo contempla — in un congiunta 
Tutta quanta beltà: — vallee, ruscelli , 
Frutti , e piante fronzute , e rupi , e boschi ; 
Campi ove ride la dorata messe, 
E montagne, e vigneti, e derelitte 
Castella , che da' merli ove serpeggia 
L' edera antica , e la mina alberga , 
Flebilmente par che dican : — vale l 

Là sorgono tuttor, siccome altero 
Spirto da reo destin domo che sdegna 
Nanti il volgo chinarsi. Ivi pel fesso 
Delle crollanti mura, il vento fischia 
Solo; chè vacui d'abitanti, nullo 
Hanno confin fuor che le nubi. E pure, 
Giovinezza ed orgoglio un giorno anch' essi 



— 138 — 

Ebbero, e dalle lor torri fur viste 
Bandiere sventolar , e sotto a' forti 
Baluardi sovente arser le pugne. 
Ma chi al lor combattea , nel sanguinoso 
Tumulo or posa, e le spiegate ai venti 
Lor bandiere son polve. — Or le vetuste 
Merlate rocche assalitor non hanno. 

Da queste torri alle soggette ville 
Una possa regnò che sol fea legge 
Dell' arbitro voler. Colle rapine 
Ne IT orgoglioso dominar fur tutti 
Questi tiranni a sostener concordi 
Le lor sedi turrite, a nulla meglio 
Che ad appagar le insane voglie intesi : 
Fieri assai più de' generosi eroi 
D' antiquissima fama. Oh 1 che più manca 
Agli effrenati sir perch' abbian nome 
Pari a conqtiistator ? Forse di compra 
Istoria un foglio che lor dia l' ingiusto 
Nome di prode? o più vasto domino? 
0 adorna di trofeo vano la tomba ? — - 
Né ambiziosa men fu in lor la speme, (10) 
Né pronta o forte meno ebbero V alma. 

< 

Nelle risse feudali onde fra questi 
Valorosi baroni ardean le pugne , 
Quante eroiche prodezze , e generose 
Imprese nell* obblio giacquer sepolte! 
E anch' ei — V Amor — che di sottili emblemi , 



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Cui sovente licitava orgogliosa 

Tenerezza le lor larghe scolpia , — 

Amore ei pur, benché di ferrea maglia 

11 duro cor cingessero , li vinse ; 

Ma in que' petti feroci una tal fiamma 

Nutrìo selvaggia che destò sol pazze 

Discordie , onde seguìen mina , e lutto ; 

E oh ! quante — perché sol d* amor contesa 

Tra lor mura sorgea — vider castella 

Ai baluardi demoliti il Reno 

Volver d* appresso sanguinose V onde. 

Ma tu , fiume superbo , che de 1 tuoi 
Flutti bagni le rive, e le fecondi; 
Di beltà cui nessuna altra é simile 
Vanto perenne avresti tu , se a mezzo 
Troncarle V uom non s' attentasse , e ree 
Guerre mescendo non struggesse quante 
Nutre speranze il suol beato: — allora 
Le irrorate da te valli ubertose 
Veggendo , uom crederia d' ogni più eccelso 
Dono del ciel la terra ricoverta. — 
E onde per me d' Eliso abbia sembianza 
Che manca? — Che sien tue l'onde di Lete. 

Innumere battaglie han le tue rive 
Deso|ate, distrutte; ed or 1' obblìo 
Le pugne , e mezza la lor gloria spense. 
Cumulati cadaveri ben mille 
Per ria strage qui fur: or l'ossa ignude 



— 140 — 

Dove son elle ? ove le tombe ? — I tuoi 
Flutti del di che tramontava appena 
Tersero il sangue, nè rimase alcuna 
Bruttura , e il sole nelle limpid' acque 
Novellamente riflettèo V immago. 
Ma sicn pur atte a depurar , indarno 
Sperdcr vorrìen le rapid' onde il fero 
Doloroso membra r che ognor m' affanna. 

Questi i pensier furon d'Aroldo, mentre 
Del fiume errava in sulle ripe : e intanto 
Insensibil non era a ciò che i canti 
Lieti ridesta de* pennuti , in mezzo 
A valli gajc si che di far bello 
Perfin F esiglio avrìen possanza. Austero , 
Abbenchè il duol sulla pallida fronte 

- 

Posasse, ed una insiem calma severa, 
Da più gagliardi assai, ma gravi meno 
Affetti surta : — pur — talora in volto 
La gioja, qual balen, mentre si care 
Scene s voi v eansi innanzi a lui , rifulse. 

Diserto appien ogni d' amor desio 
Già non F avea, benché per sé consunti 
Gli amorosi suoi di fossersi. Invano 
Fredda calma nel cor — dove leggiadro 
In volto alla beltà sieda il sorriso — # 
Serbar vorriasi — invan ! chè tosto ai cari 
Rieder palpili suoi si riconsiglia 
Ali* incanto rapito , anco se F abbia 



D' ogni gioja scevrato il pentimento. — 
Araldo appunto ciò sentia , che dolce 
Nutria ricordo, e tenera assueta 
Dimestichezza a un cor preso d' affetto 
Cui già d'unirsi ebbe desìo — nell'ora 
Che tristemente meditava — il suo. 

Appreso avea — perchè non so , chè strano 
In quel torbido cor parrà tal moto — 
Bambino ancor , nell' innocente riso 
Dell' infanzia a bearsi. Onde si mosse 
V alta cagion che sì mutar queir alma, 
Ove tanto per l'uomo odio fremea, 
Valesse — l'indagar che giova? — Vero 
Non men si fu , — che, dove un cor solingo 
Gli spenti affetti a ravvivar non vale, 
Questo in Araldo ridestossi, quando 
Ogni altra passion era sopita. 

Eravi ancor — se vi rimembra — un core 
Tenero — al suo con più tenaci avvinto 
Nodi di que dell' ara appiè formati. — ' 
Inlegittimo nodo — eppur smembrato 
Da qual che siasi infingimento, pura 
Quest' amor fu. Già testimone un tempo 
Di nimistà mortali, e non apparve 
Affralito giammai: — di femminile 
Sguardo al periglio — il più temuto — ci fatto 
S' era forte vie più. Fedele Araldo 
Eragli ancor; da estrania terra or volge 
Alla diletta, dell'assenza il voto. 



— 142 — 

Di DvAcbsnfels l' altera rocca pende (11) 
Del sinuoso Rcn Hill' ampie sponde, 
Che nelle valli pampinose scende, 
E vi reca il lesor di limpid' onde. 

Alberi in fior v'hanno su' poggi a mille 
L* uva pe' campi e V aurea messe abbonda ; 
E da lungc qua e la sparse le ville 
R idoii, cui muricciuol bianco circonda. — 

Tutto in bel quadro mi si affaccia, quanto 
Più leggiadro pai riami a te daccanto. 

Forosette gentil le cui serene 
Pnpille azzurre in vaga luce splendono 
Di rugiadosi fior le man ripiene 
In questo del pensiero Eden protendono. 

Sorgon sui colli innumeri castelli 
Cui 1' edra tortuosa i muri serra; 
Più d'un' erta clic par che si sfracelli, 
E più d'un arco minalo a terra. 

Qur sta vòlta che altera un di s' ergea, 
Per man del tempo screpolata or cade ; 
E par d'alto la fertile vallea 
Mirar beata di vigneti e biade. 

Ma in riva al Ren — fra tanto bel, desia 
Giungersi indarno alla tua man la mia. 

Questi l' amico tuo gigli t' invia 
Ch'altri gli die freschi, odorosi, invano! 
Se avvizziti saran gran tempo pria 
Che li tocchi la tua candida mano. 

Pur, non sdegnarli, deh! — che a me diletti 
Sovra tutt' altro fur, mentre pensai 
Siccome forse un dì ne' tuoi perfetti 
Riscontrarsi potrien vividi rai; 



— ite- 
li, come nel tuo sen memoria viva 
Serberesti di me sol che dimessi 
Questi còlti del Reno in sulla riva 
Fiori a te presso illanguidir vedessi: 

Questi pegno di fervido desio 
Clic offerire al tuo cor piacquesi il mio. 

Spumeggia il fiume, e maestosi move 
I flutti in mezzo ad incantevol lito: 
E lungo i mille suoi seni di nove 
Beltà fa sempre al passeggiero invito. 

Posto ogni altro sperar la più severa 
Alma trarrebbe qui giojosa vita: 
Chè sede non avria la terra intera 
Più di questa a natura e a me gradita, 

Dove in me vòlto il guardo tuo sereno 
Vie più giocondo mi rendesse il Reno! 

Giace presso Coblentz semplice e breve 
Piramide , che il vertice incorona 
D' una collina verdeggiante , e chiude 
Sotto la base d' un eroe la spoglia. 
Nostro nemico ei fu: — ma non per questo 
Fia che minor venga a Marceau l'omaggio. 
Sull' immaturo suo sepolcro in pianto 
Stetter ben mille militi feroci 
Dolenti, e in un del fato di colui 
lnvtdi , che pel suol franco , disceso 
Onde i suoi dritti vendicar, morìa. 

Di gloria onusti e di valor, ma furo 
Brevi , ahi troppo ! suoi dì : presso al feretro 



Oste ed amico insiem, contrarie schiere 

Trassero a lagrimar. — Qui mova, e prono 

Su quella tomba a meditar s' arresti 

Il pellegrino , e all' anima del forte 

Pace implori dal ciel. Di libertate 

Propugnator caldo ei mostrassi, ed uno 

Di lor — breve drappel — che non osaro 

1 dritti oltrepassar che sopra il vinto, 

L'ultrice spada al vincitor concede. 

Pura Marccau sempr'ebbe l'alma, e giusto (12) 

Tributo a lui fu de' mortali il pianto. 

Ecco Ehrenbreitenstein dalle cadenti (15) 
Mura e annerate dall'orrendo scoppio 
Di rannata polve. E quella rocca 
Mostra qual era il di che senza possa 
Rimbalzato da' suoi fianchi non tocchi 
Vedea V ardente fulmine di guerra. — 
O di vittoria asil ! — Tu senza speme 
Verso il piano fuggir precipitosi 
Gli assalilor vedesti: or ciò che indarno 
Sperder le pugne s' attentàr , la pace 
Strusse, sponendo alle meteore estive 
Le altere vòlte che molt' anni salde 
Ressero e molti al grandinar di mille 
Ferrei globi per V etere fischiami. 

A te , bel Reno , addio 1 — Qual prova arcana 
Voluttà lo stranier che sulle tue 
Rive s' arresta I A questo appien simile 
Che irrigan l'onde tue, cerca un asilo 



— 145 — 

■ 

Coppia d' anime 6de, o cor solingo 

Vago del meditar. Oh ! se una voka 

Degli a voi tori inesorati il crudo 

Artiglio , ond' è che un cor da rei crucciato 

Rimordi menti affannasi, cessasse; 

Non troppo mesta qui, non gaja troppo, 

Selvaggia, e pur non ruvida natura, 

Non fòrmidata, benché altera, alle altre 

Contrade della terra ella saria 

Ciò eh 7 è per l' anno il pampinoso autunno. 

Vale una volta ancor ! — Intuii vale ! — 
Nullo ve n'ha per la beau terra 
Che tu irrori coli' acque. Ahi ! sempre viva 
D' ogni bellezza tua nel cor profondo 
Resta F immago, e dove a forza gli occhi 
Dall' affisarsi in te cerchino , o vago 
Fiume, sviarsi, estremo allor lo sguardo 
Volgono all' onde tue di meraviglia 
Pieno, e d'amor. Ben tal puossi una terra 
Riscontrar che beltà più grandi accolga , 
Che sia splendida più , più seducente ; 
Ma nessuna ve n' ha che in sè raguni 
Bellezza a un punto e maestade, e tanto 
Splendor di fama ne' vetusti tempi ; 

Dignitosa, e in un schietta, ove si mostri 
Abbondevole più della propinqua 
Messe la speme, e le splendenti mura 
Delle città: torrenti che da' massi 

10 



~ 140 — 

Precipitar» spumosi, e il tetro bujo 
\y abissi interminati , e delle selve 
La florida verzura , e qua e là sparsi 

I gotici castelli , e le selvaggie 

Rupi che forma han di merlate rocche, 
— Qual se derise rimandar le umane 
Intraprese volessero, — ed al mezzo 
Di cotanta beltà, beati, quanto 

II circostante suol, gli abitatori. 
Tali i fertili son doni cui piacque 
Dar perenni natura alle tue rive, 
Benché ad esse d' intorno ancor s' intenda 
La ruìna inombrar di vasti imperi. 

Ma più il Ren non vegg' io. — Le alpi palagi 
Superbo di natura or al mio capo 
Sovrastar] colle lor eresie nevose 
Sino alle nubi ergentisi. — Là regno 
L'eternità ponca, che le inaccesse 
Giogaje avvolte di perpetui diacci 
Trono le fan — ve formasi l' orrenda 
Valanga — folgor d' ammontate nevi ! — 
Quanto l'alma sublima, e di terrore 
L' impronta , qui tutto s' accoglie a questi 
Vertici intorno , — qual se fòsser vaghi 
Di mostrarne siccome al ciel la terra 
Ravvicinarsi possa, e l'orgoglioso 
Uomo lasciar nel suo fango ravvolto. 

Ma pria che a queste senza pari alture 
Aggrapparmi confidi, avvi tal loco 



Che obblìarsi non de\ — Morat ! D' orgoglio 

Campo, e di patrio amor! — Dove gli orrendi 

Della morte trofei guata, né arrossa 

L' uom per color che vincitori in queste 

Pianure ri ma ne an. Qui la Borgogna 

Agi' ingordi avvoltoj pasto i suoi figli 

Commise 1 Di carcami ampia catasta , 

Che i secoli varcò, rimaser elli 

A sé medesmi monumento; — privi (14) 

TV un tumul che li copra , in sulle spopde 

Erran di Stige, ove in assidui lai 

Ciascun' ombra disfoga il cruccio interno. 

• 

Mentre di Canne al rio massacro, quello 
Di Waterloo contrasta , andrà indiviso 
Di Maratona e di Morat ai tardi 
Posteri il nome. — Senza macchia , entrambi 
Ebbero que' trofei di non fallace 
Gloria l'onor: chè cittadin, fratelli, 
Di libero sentir uomini alteri 
Vincenti in ambo fur, cui nulla in petto 
Privata cura ardea ; forte votati 
Ad una causa, — e non quella de' regi. — 
A gemer ei non trassero le genti 
Sovra il delirio di cruente leggi 
Che sotto fraudolento empio decreto 
Mandar tentano irrito ogni lor dritto. 

Presso a solingo muricciuol, solinga 
Vie più s'eleva una colonna, intorno 



— 148 — 

IV edra tenace ricoverta , ed una 

Traccia ancor serba de' vetusti giorni 

Estremo avanzo al furiar del tempo. 

Sembra in vederla un infelice, cui 

Il terrore impietrò, che un sentimento 

Di vita ancor ne' mezzo spenti serba 

Occhi travolti. Ella ancor sorge, e in seno 

Il passeggier pur tuttavia risente 

Del vederla stupor; mentre — mortale 

Opra che al par con lei sorse — V altera (15) 

Aventico dal tempo sterminata 

Di rottami ricopre il suol vicino. 

Qui fu — dolce per sempre e venerato 
Suoni tal nome I — qui fu dove a Dio 
De) figliale amor alia eroina 
Giulia votò sua giovinezza : tutti 

I più sacri dover che la superna 
Mente imponga al mortai costei compiti 
Vittima cadde in sul paterno avello. — 
Che andrian respinte le pietose stille 
Duro , solenne sacramento fea 
Giustizia, e colle lagrime la vita 

Giulia implorar ténta di quegli ond'«bbc 

Vita ella stessa, — iman! — chè non si piega 

II giudice incorrotto. — Allor daccanto 
Ella morio di chi serbar non valse. 
Semplice sovra loro, e senza fregi 

L' avel si chiuse, ed or queir urna serra (16) 
Uno spirito sol , sola una polve. 



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Fatti questi ben son di che perenne 
Deggia serbarsi la memoria , e nomi 
Che non mai periran, benché la terra 
Gl'imperi suoi, le lor mine istesse, 
Gli oppressi, gli oppressori, il nascimento, 
E P estremo lor dì sperda alP obblìo. 
Salda, inconcussa la virtù dovria 
Viver oltre a' suoi mali , e fia che viva , 
Ed immortale splenderà siccome (17) 
Questo al raggio solar delPalpi eterno 
Candido fiotto, che sublime Unto irm • 
Sovr' ogni cosa di quaggiù t' innalza. 

Ecco il lago Leman col cristallino 
Cheto flutto sorridermi, tranquillo 
Specchio entro cui vagheggiano la bella 
Lor forma gli astri, e i monti sì che pare 
Quanto sull'onda ergansi queste, e quanto 
E qua» da quelli almo splendor ne piova. 
E troppo quivi ancor V uom si rivela 
Perchè lo spirto intender possa appieno 
Quanto di grande gli si para innanzi : 
Ma tosto fia che tacilo solingo 
Gli obbliati alla mia mente rappelli 
Pensieri il loco, a me tanto or graditi 
Quanto un tempo Io furo anziché al gregge 
De' mortali frammisto , io parte avessi 
Nel miserando lor abbietto ovile. 



Perchè lo fugga , uopo non è che d' odio 
Arda per P uom , ma in ogni cor non sorge 



- 150 - 

Pari desìo che a mescerai con esso 
Nel tragga, ed alle sue fatiche il cresca. 
Misantropo non e colui che il freno 
Nei troppo vivi affetti air alma stringe 
Per tema che non erri , e neir ardente 
Calca si perde, là dove lo stesso 
Nostro li' avvolgerla genio maligno — 
Fin che tardo soccorra il pentimento, 
A trarne a lungo riluttanti invano 
Coli' iroso deslin, che d'uno in altro 
Marlir ci mena in seno ad un nemico 
Mondo dov' 4 ciascun debile e vile. 

Un istante colà strugger di molti 
Anni puotc il scrcn, ed invilita 
Farci l'alma, e mutar il piamo in sangue; 
O della spessa tenebrìa notturna 
Piogene V avvenir. — Fuga la vita 
In quel bujo si fa , non confortata 
D' alcuna speme mai. Per V oceàno 
11 più audace nocchicr voga , 'e pur sempre 
Ove T invita un desiato porto 
In suo corso s' avvia : mentre commessi 
D'eternità sul pelago, nocchieri 
i l..nvi sviati, il cui naviglio balza 
Ludibrio all' onda qua e colà , né mai 
Fia che 1' àncora sua gitti e riposi. 

Più saggio ailor non fia cui viver giovi 
Giorni solinghi, e sol nelle terrestri 
Sue 3i varie bellezze ami natura? 



In riva agli azzurrili rapidi flutti (18) 

Del Rodano sonante, al lago appresso 

Che nutre Tonde sue, come a fanciullo 

Leggiadro, e pur indocile, ministra 

Prodiga madre ogni sua cura , e i gridi 

Tenta quetarne appena è desto; — oh l saggio 

Non fia consiglio il trar semplice vita , 

Più che alla pressa strepitosa uniti 

Corier, perchè a destino empio si serva 

Che agli oppressor ne adegui od agli oppressi ? 

Più in me stesso quassù non vivo , e sono 
Parte di quanto mi circonda ; e V erte 
Montagne sol sonroi gradile , e ingrato 
Delle città lo strepito. Che nulla 
M' è intollerante più, quanto lo starmi 
Invito anel della catena, cui 
Ogni essere è costretto ; in mezzo ad enti 
Dall' archetipa man qual io mi sono 
Pur di creta informati , allor che a volo 
Polrìa 1' alma levarsi , e all' etra immenso 
Mescersi, e agli erti gioghi, e ai vorticosi 
Del mobile occàn flutti , ed ai mille 
Dell' azzurrino cielo astri lucenti. 

Sol chiuso in tanto immaginar, un senso 
M' assai di vita non illusa: allora 
Guato al deserto popoloso eh' io 
A tergo mi lasciai, come se trista 
Stanza di pugne , e d' agonia si fosse, 



— 151 — 



Ove in pena d'orribili reali 
Precipitato altri ni avesse a lenta 
Via di cruccio e martir , perchè nell' opra 
Trangosciasse quest' alma , e alfin più bella 
Rieder colà dond' esulò con nove 
Penne potesse. E già sul dorso stanco 
Agitarsi io le sento, e vigorose, 
Al par dell' atro turbine con cui 
Aggirarsi dovranno in cruda lotta , 
Qual vile incarco disdegnando il freddo 
Vincol d' argilla che quaggiù ne awolve. 

E poiché il di verrà che V alma insorga 
Affrancata da ciò che tanto ha in ira 
Neil' invilita sua forma primiera ; 
Allor che nulla del terrestre limo 
L' avvolgerà , se pur ne scevri quanto 
Avventurato più nel bruco, o nella 
Mutata esisterà vaga farfalla; — 
E gli elementi agli elementi antichi 
S'assembreranno, e fi a polve la polve; 
Integro allora io non vedrò — pur meno 
Meravigliato assai , — quanto , siccome 
Neil' ombre avvolto del futuro io veggo , 
L'incorporeo pensiero, e d'ogni gente 
Il genio tutelar con cui talvolta 
Il destino immortale anco divido? 



E i colli, il mare, il ciel, parte dell" alma 
Non ton, com' io son d'essi parte? E questo 



Che ad amarli m' astringe innato affetto 
Pura del cor non è passion profonda? 
Ogni cosa per me vii non sarla 
Se compararla a sì sublimi osassi 
Creazioni del ciel? Forse, qual avvi 
Più cocente martir non sosterrei 
Anzi che trar di mezzo al cor tai sensi 
Per la fredda apatìa di chi confitti 
I loschi in sul terreno occhi non puote 
Levarli un tratto, e il cui pensici- codardo 
A generoso volo unqua si spinse? 

Ma , perchè mi disvio ? Riedasi dove 
M ' appella il carme abbandonato. — Ov' ab bia 
Tal che ad un* urna meditar si piaccia 
Venga, e su questa mediti, la cui 
Polve già un tempo tutu fòco apparse. 
Colui che vólto in cenere qui posa, 
In questa rcgion nacque dov' io 
Aure, un istante sol, pure respiro — 1 . : _ 
Ospite passeggier. — Di qui robusti 
Col fervido desir mosse dapprìa 
Vanni alla gloria : — ambizion fallace ! 
Per cui goder sacrificò se stesso. 

Qui il selvaggio Rousseau — sofista ahi ! troppo 
Tormentator di sò medesmo, triste 
Apostolo del duol , per cui le umane 
Passioni vestirò un divo incanto, 
E arcana irresistibile eloquenza 



— 154 — 

■ 

Ebbe i! martir, qui all' abitata ed egra 
Vita pria ti destò. Pur dilettoso 
Render seppe il deliro, e tulle ree 
Azioni e pensier spàrger celeste 
Colorito cosi» che gli occhi abbaglia 
Come raggio di sole , c in lor cotanta 
Spira pietà chfc « lacrimar gì' invoglia. 

Di tutte umane passton V essenza 
Fu r amor suo: — siccome arbore cui 
Il folgore percosse, ei fu consunto 
D' eterea fiamma , chè una cosa ad esso 
Era V amare , e V ardere. Ma oggetto 
Non fu del fòco suo persona viva, 
Nè cara ombra che a noi scenda ne' sogni ; 
Ma ideale beltà che per lui tolse 
Forme mortali; e quest'amor ne' suoi 
Volumi ardenti si diffuse , e parve 
Immenso, incomprensibile: ben eh' abbia 
Colai mostro di ver poca sembianza. 

Questo I' amor si fu che a Giulia in seno 
Prender corpo parca: questo die lutto 
Riversò sopra lei quanto di dolce 
E d' intenso ebber mai gli umani affetti: 
Questo in fin che si cà*o il memorando 
Bacio gli feo, che le sue labbra ardenti 
IV ogni alba *fl' apparir dal roseo labbro 
Di donzella suggean , che ricambiarlo 
Con sentimento d'amistà solca. 



Pur quel bacio soave, il cor, k) spirto 
Strusse del vampo di vorace amore. 
Venturato assai più forse in cotesto 
Lusinghiero sospir , di quel che V alme (19) 
Volgari fosser mai , che nell' intero 
Nuotan possesso d' ogni lor desto. 

■ 

Contra nemici che in sua mente ei stesso 
Ebbe concetti, o contro alme fedeli 
Che espulse ei stesso avea, lutto perenne 
Mentre visse provò: chè al rio sospetto 
Ara in suo cor sempre mantenne , ed anco 
Sovr' essa si piacea con sanguinoso 
Sacrificio offerir i suoi più cari, 
Contro lor scatenandosi di cieco 
E inusitato ardor reso furente. 
— Ma deliro allor fu. — Oh ! òhi potria 
Asseverarlo mai? V ha tali arcani 
Cui disbrigar s'attenterebbe indarno 
Ogni conato uman; ma sì nel colse 
E traviollo ansio dolor. Di tutti 
Miserando assai più quel suo deliro 
Chè di senno sembianza anco merfca. 

Ei repente inspiravasi: e dal suo 
Labbro facondo, come un di da quello 
Della Sibilla , prorompean que* tanti 
Oracoli onde il mondo arse, né mal 
Ebbe l'incendio fin, che non pria tratti 
In ruma si fossero imperi. — 



E il simile pel suol franco non feo? — 

Prima di lui , gran tempo ei sotto il giogo 

D' antica tirannìa gemea ricurvo; 

E i vergognosi ceppi, pauroso 

E sommesso sofferse , insino al giorno 

Allor che di Rousseau la voce , a quella 

D'altri consociata alteri spirti 

Profondi sdegni suscitava donde 

Sì lunga trasse di martir vicenda. 

Quest' ire atroci scatenarsi appena , 
E tosto orrendo de 1 scomposti avanzi 
D'opinioni in un col mondo surte 
Monumento s' ergean ; — scisso V oscuro 
Velo che l'awolgea, l'orbe conobbe 
Quanto Gallia celar parve. Ma strutto 
Fu col buon tempo il tristo, e ovunque spane 
Sol mine si videro — da cui 
Tosto, e su quelle fondamenta istesse, 
Altre rocche sorgeano , ed altri troni , 
Onde all'antica, tirannìa novella 
Succederà; che di tutt' altro ignara, 
Ambizion sol di sue glorie è vaga. 

Ma l'indegno mercato ornai non puossi 
In pace sofferir! Quanto nel suo 
Braccio nerbo s'accolga, or T uom conobbe, 
E prova già ne feo. Più saggio allora 
Esser dovea, ma soverchiato il novo 
Vigor I' ebbe cosi che violento 



— 157 — 

r 

Troppo l'assalto fu. Di pietade 
Era allo stremo il santo imper ridutto; 
Ma costor nelle tenebre cresciuti 
D'abbietta servitù, non mai di pura 
Aura in aperto ciel come l'altera 
Aquila si nutrir; — che meraviglia 
Se ingannati cangiàr spesso di preda ? 

Quali profónde mai piaghe, veruna 
Cicatrice lasciando , apparver salde ? 
Ahi ! son quelle del cor che più gran tempo 
Distillan sangue, e le cui traccio indarno 
Cancellar si vorrlen. Que* che di speme 
Arsero pria, poscia sconfitti, a un tratto 
Andar perduta la scorgean — son muti, 
Ma non sommessi. — Ché dell'onta il cruccio 
In silenzio si pasce, e in sé compresso 
Serba lo spiro, insin che di vendetta 
Scocchi l' ora fatai : oh ! niun disperi ; — 
Venne, viene, verrà — quel dì che possa 
Doni a punire e a perdonar: — più tardo 
Fia che V un di que' dritti allor si vegga. 

Leman tranquillo! Oh! tal tue Umpid* acque 
Fanno col tempestoso orbe contrasto 
Ove trassi i miei dì, che par m'avverta 
Che la terrena onda commossa io cangi 
In più pura sorgente. Or questa cheta 
Vela che mi sospinge, ala tacente 
Par che al rissoso murmure mi tolga 



- 158 

D' inerte viia. E fu già leppo eh' io 
Nel fremer d'oceàn rotto a tempesta 
Mi compiacea; ma questo tuo soave 
E lento mormorio mi scende in petto 
Siccome voce <T amorosa suora 
Che me rimprocci, perchè |roppo a' tristi 
Procellosi piacer ebbi la mente, , 

È questa l'ora in cui tacita sorge 
La notte, e già dalle tue rive ai poggi 
Tetro ogni oggetto par misto e confuso; 
Pur tuttavolta scopronsi le cose 
Tutte , dal negro in fuor Jura le cui 
Creste di spaventevoli dirupi 
Serbano aspetto. Vivida alla sponda 
Spira intanto la brezza, e reca intorno 
De' fior dianzi sbocciati il grato olezzo. 
Odi leve rumor che fan le stille 
In giù cadenti da' sospesi remi , 
E lo stridir mesto del grillo, ond'ei 
Intende a salutar 1' ora notturna. 

Giocondo insetto della sera, ei face 
Di sua vita un trastullo , e sempre canta. 
Di tratto in tratto un aygeljin s' ascolta 
Fra i boschetti garrir — ma tosto cessa. 
Lene talor sul colle si diffonde 
Un mormorio, come di sprazzo; è l'alma 
Rugiada, che dall'alto in amoroso 
Pianto distilla , e cheta cheta scende 
Il fecondo a irrorar sen di natura. 



— 150 - 

Astri ! Armonia del ciel ! -r* se nelle vostre 
Pagine sfavillanti uom s'argomenta 
Fissarsi ad esplorar quale agi' imperi , 
E quale a lui fato si serbi — oh ! come 
Perdonato ei non fia, se nel deliro 
Ad aggrandirsi intenda, e oltre ogni umana 
Possa levarsi, onde con voi più forte 
In beato destin giungersi? AM ! tanta 
Dal vostro sen spira vaghezza, e Unto 
Ingenerate in noi rispetto, amore, ^ y 
Che fortuna, valor, potenza, e vita, 
D' un astro fero a sò medesme emblema. 

In profonda quiete il ciel, la terra 
Ravvolti stan , ma non sopiti , ed ogni 
Spiro in essi vien men , come se scosso 
Da moto gagliardissimo , repente 
Uom si dimostra: — ammutan ei — siccome 
Tal cui grave un pensici* la mente occupi. 
Chiusi in calma profonda or cielo e terra, 
Dall' astro piò remoto , imi no al cheto 
Stagno , ed ai colli circostanti , tutto 
In vita arcana si concentra , dove 
Non un sol raggio luminoso, p un solo 
Spiro di vento, o una tagliuzza leve 
Ime perduta può, ch'essi pur sono 
Parte dell'esistenza, e del creato 
Sentimento , e di Lui che lo corregge, 

• 

È appunto allor — mentre «olinghi , e meno 
Scompagnati però movjam — che meglio 



- 160 - 

Dell* infinito appar la coscienza. 

Quella che P alma signoreggia , e tutta 

La contempra ed affina; un divo accordo, — 

Alma e sorgente insiem d'una melode 

Che P eterna armonìa piena rivela ; 

Ed al Cinto simìl di che mentita 

Diva in Citerà s'adornò, divino 

Sparge dovunque di beltà l'incanto. 

Fin di morte spezzar poi ri a , dov' ei 

Forma e sostanza avessero, — gli strali* 

Nè i primi Persi invan le alture, e il sommo (20) 
De' più eccelsi sceglian monti, ove sacre 
Ponesser l'are, ma perchè la prece 
Dal tempio cui non fer pareti impaccio — 
Degno assai più — grata a Colui movesse 
Per che vili così son que' delubri 
Che a tributargli onor poser gli umani. 
Vieni! E queste colonne, e queste, asilo 
D' idoli , greche oppur gotiche sedi , 
A questi di natura maestosi 
Templi assimiglia, e al ciel, al suolo, all'onde; 
Nè più vorrai le tue preghiere al Nume 
Da ricinti mandar brevi cotanto. 

Minossi il cielo!— e oh! qual mutossil— 0 notte! (21) 
Tempesta, tenebrìa, mirabilmente 
Possenti voi — che dignitose tanto 
Pur belle siete — qual di donna il nero 
Occhio scintilla. Il tuon lontan, lontano 
Muggc di rupe in rupe orrendamente 



- 161 - 

E le fumanti cime assorda, introna. 
Nè da un nugolo sol parte la dira 
Folgor, chè vicn da ogni dirupo il rombo; 
E dal bujo profondo in che s'avvolge, 
Alle alpi romorose, onde superba 
Disfida insorta par, Jura risponde. 

■ 

Notte profonda ovunque regna: — o d'ogni 
Nolte famosa più — non te creava 
Certo pe'sonni Iddio I Lascia che teoo 
Quelle imponenti voluttà selvaggie 
Parta , e in te , ne' tuoi nembi io mi trasformi I 
Come il lago, fosforica marea 
Splende nel bujo 1 Oh 1 come al suol torrenti 
Di pioggia si riversano 1 Ma tutto 
Nella notte ripiomba — e un'altra volta 
Le montagne ritronano repente, 
Quasi si risedessero di gioja 
Per l'appressar d'orribile tremuoto* 

Questo è il loco 've il Rodano s' avvia 
Strepitoso, sonante a due per mezzo 
Erti burroni , ond' ei d' amanti a guisa 
Sporgonsi cui l'ira disgiunse, ed ora 
Tal si schiuse fra loro ampia vorago 
Che nulla mai di riunirsi speme 
Avran — s' anco ne' cor di quel funesto 
Disgiungimento insorga il cruccio. Amore 
Che sì le loro alme scevro — da cui 
Quella sol nacque nimistà profonda 

11 



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Che il vago fior di giovihrzia strusse — 
Amor — lunge faggi; — ma in essi intero 
Un secolo di tristi anni, e le pene 
Di sanguinosa interna lotta, ascose. 

Più furibonde qui , sovra coleste 
Rocche che il torbo Rodano attraversa, 
Scoppiano le tempeste. A mille a mille 
Quelle per la tenèbra erran muggenti; 
E, quale in giostra awien, V una nell'altra 
Veggonsi accese riversar saette. 
Ma qual prima è in fra lor, giù pei dirupi 
Folgori avventa , qual se conscia fosse 
Che là 've fur di stragi ampie ruìne 
Tutto a man salva incenerir potria. 

Ciel, monti, fiumi, e venti, e laghi, e lampi 1 
Voi tutti! O notte, o fulmini, o procelle, 
Alma ho nel sen che vi comprende 1 11 rombo 
Lunge diffuso insin che scema, e muore 
Eco è di ciò che in me vegghiante ho sempre. 
Ma, del vostro vagar, quale, o tempeste, 
Il termine sarà ? Simili a quelle , 
Dite, sareste mai, che in uman petto 
Sussultano ? 0 siccome aquila s' erge , 
Un più sublime asilo alfin v' aocoglie? 

Oh ! se dar potcss* io forma a ciò eh' avvi 
Di più intrinseco in me ! — oh ! s' io potessi 
A' traviati pender significala 



« 



— 163 — 

Di materia trovar, ed arnia, e core, 
Intelligenza , passioni , ed ogni 
Senso , ciò che più amai , ciò eh' amo ancora , 
Patimenti, e saper, quanto in me provo, 
Spiegar senza morir — sol d* un accento , — 
E queir accento folgor fòsse — oh ! tosto 
Pronunziarlo vorrei ! Ma non inteso 
Vissi e morrò , chè nel mio cor sepolto 
Senza voce é U pensier, qual rugginoso, 
Chiuso nella vagina inutil brando. 

L'alba risorse in eie! tutta di stille 
Rugiadose cosparsa ; e di soavi 
Profumi umetta V aura e sboccia i 6ori. 
Dolce serba disdegno, e sol d'un riso 
Ogni nube dilegua; ella diffonde 
Intorno intorno a piene man la vita , 
Qual se nullo il terren chiudesse avella — • 
Lei segue il dì: dell'esistenza or i mossi 
Il coreo ripigliar ; pur tuttavia 
Stommi , o vago Leman , sulle tue sponde ! — 
Qui tale al meditar ewi alimento 
Ch' anzi che ad altra parte il piè rivolga 
Molto aggirarmi appo di te posa' io. 

Clarens ! vago Clarens l — Oh ! d' amor vero 
Cuna 1 II zeffiro tuo d' amante seno 
Par giovine sospiro : amor le poma 
Nutre alle piante tue : le nevi iate&se 
Che sui diacci si posano, da lui 



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— 164 — 

Prendon color, cbè vèr P occaso il sole (22) 

Rosee le mira allor che mollemente 

Su vi posa co' raggi. E qui d' amore 

Parlano insin le rupi ov'ei celossi 

Dal trambusto fuggente in che affannose 

Nel vortice mondano errano P alme , 

Piene ognor di speranze , ognor deluse. 

O Glarens ! Le tue vie son da celeste 
Piede premute , chè v' imprime Amore 
Le orme immortali ancor. Qui dove é vita, 
E vivifico raggio , Amor de' monti 
Fassi sgabello al trono suo. — Né solo 
Appar su queste maestose vette, 
O in mezzo agli antri, e alle foreste: ei volge 
Lo sguardo sovra i fiori, e col divino 
Soffio gli avviva , più potente assai 
Del soffio eccitator della procella. 

Qui tutto è pien del suo poter , dal negro 
Abete , che sull' erta a lui di grate 
Ombre è ministro, e dal muggir profondo 
De' torrenti cui porge orecchio intento; 
Sino alla vite che dai verdi colli 
Dechinasi alla riva, ove tranquilla 
L' onda P accoglie reverente , e in dolce 
Murmurc i pie lambendone, P adora. 
Boschetti ombrosi , pergole virenti , 
Alberi antichi d' imbianchito ceppo 
Cui vigorose ancor da' lati rami, 



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— 165 — 

Nove come il piacer, pcndon le foglie, 
Porgongli d' ogni parie ov' ei s* aggiri 
Popoloso il beato asU solingo. 

Soli ngo asil d' api e d' augei incetto 
Dalle più belle forme, e di gentili 
Pinti mille color, che a lui dan plauso 
Di canti dolci sì che meno assai 
Lingua mortai varrìa. Puri, innocenti, 
Di nulla paurosi, i vanni intorno 
Schiudono a lieto voi, cbè tutto il brio 
Di venturosa età sentono in petto. 
Il lene mormorar d' onda che fuorc 
Dalla fonte zampilli , o la caduta 
Dell' erte cateratte, ed il susurro 
Delle agitate foglie , e la socchiusa 
Boccia dei fior, che il più soave ispira 
Pensier della beltà, — per man d' Amore 
Tutto ad un fin qui si rag un a e mesce. 

TaJ che ancor non amò, qui le amorose 
Arti apprender potrìa, giungendo in dolce 
Lega la mente e il cor; quei che gli arcani 
Già ne conobbe , di più viva fiamma 
Preso quivi sarà, chè il divo è questo 
Santuario d' Amor , dove alle vane 
Cure si tolse de' mortali , e all' ira 
Del mondo ingannator; chè tale ci nutre 
Natura in sé che lo sospinge in alto , 
0 lo tragge a perir. — Ei nella calma 



— 166 — 

Persistere non può ; ma o cade , o *' erge 
Ad incffabil godimento , ond' ei 
Da queir etemo ben colle immortali 
Felicità contendere potrìa. 

Nè invan s'ebbe Rousseau trascello questo 
Soggiorno ove locar quanti soavi 
Affetti in cor chimica; ch'ei ben s' accorse 
Come in esso l'Amor gli enti dovea, 
Che puri uscìeno dal pcnsier, riporre. 
E qui fu dove Amor la prima volta 
A Psiche il cinto sciolse, e mille ancora 
Rimembranze beate il loco serba. 
Sublime solitudine profonda 
Che ha voce, e sensi, e teneri sospiri ! — 
Qui il Rodano a sé stesso il letto fessi , 
E v* erser l» Alpi minacciose il trono. 

O Lausanne ! O Ferney ! D' uomini stanza (23) 
Che famosi vi fer! Su perigliosa 
Via cotesti mortali , ad immortale 
Fama levarsi s' altentaro — e fama 
Ebbero. — Ei fur spirti giganti , intesi 
Il cielo a sovvertir , pari a' Titani , 
Con dubbj arditi , e rei pensier, che tratta 
Avrìen su lor la folgore , se il cielo 
Gli empj tentati de' mortai veggendo 
Altro degnasse far , che sciorre un riso. 

Mobile , ardente V un, ne' suoi desiri 
Fantastico fanciul , picghcvol mente 



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Ebbe quant' altri mai ; — gajo , severo , 
Saggio, od ardito — storico, poeta, 
E filosofò insiem. Proteo novello 
Cangiossi infra i mortali in mille forme. 
Prima però del genio suo natura 
Lo sprezzo fa, che come impetuoso 
Austro , sperso mandò tutto che possa 
Di giunger ebbe — or la demenza a terra 
Cacciar tentando, ed or crollando i troni. 

Tranquillo l'altro, e in un profondo, tutta 
Quant* ebbe mente oprando , e ne* primi anni 
Il senno e la virtù cauto mescendo, 
Del meditar nutria vaghezza , ond' ebbe 
Tesoro di saper; di più severa 
Forma fur V armi eh* ei togliea ; solenne 
Con solenne ironìa rito oppugnava. 
Dotto nell' arte dello spregio , immane 
Stizza , che nacque di viltà , ne* suoi 
Nemici concitò, che lo dannaro 
All' eterna geenna ; alto argomento 

Che al dubbiar di quaggiù sì ben risponde! 

„» 

Ma n' abbia pace il cenere — chè pena , 
Se la mertaro , avran; — trarli a giudizio, 
Nostro non è — meno il dannarli. Oh ! Fora 
Verrà che ad ogni uman cotai riveli 
Arcani alfin: sull'origliere tstesso 
Si a usi speme e terror — de' monumenti 
Nella polve che ognor certo fin polve. 



Pur se un dì si rianima , siccome 

N' impromcttc la Fe\ fia solo ond' abbia 

Venia, od eterni orridi guai, qùal merta. 

Ma dall' opre dell' uom , eh* io m' erga a quelle 
Che a me dintorno il Creator diffuse; 
E il carme insiem che de* miei sogni io nutro , 
Tal che nullo aver fin vorrìa, sospenda, 
1 nugoli sul mio capo raccolti 
Volgon dell'Alpi alle candenti cime: 
Aggiungerlo vogl' io, quanto mi fia 
Ad ora ad ora rivelar concesso 
Tutto con occhio cupido guatando . 
Finché alle regioni erte mi levi 
Ove par che la terra agli astri, — vaga 
Di giungersi con lor, — tenda le braccia. 

Italia ! Italia ! — Al sol vederti , il grido 
Delle trascorse età mi scende all' alma 
Quasi lampo fuggente. — Oh l da quel giorno 

Il c\ FI d ^3 l ci 1 1 1 1> 1 ci i |^ 1 \\ C & 1 1 ti t Iti 

Quasi in ceppi t'avea, sino all'estrema 
Luce di gloria , che de' tuoi tiranni 
Alle tempie s' avvolse, o di que' saggi 
Che a te crebbero onor, tu degl' imperi 
Fosti il trono e la tomba i e tuttavia 
Patria al genio ti mostri a cui nel petto 
Arde la sete del saper; non tutta 
Ancor teco sepolta, a lui tu schiudi 
Quella pura sorgente che dai seue 



Colli discorre venerata , e in essa 
L' avido labbro a dissetarsi immerge. 

Canti ordinati sotto tristi auspici 

10 protrassi cosi. — Da quel che fummo, 
E da quel eh* esser noi dovremmo , assai 
Esser mutati — e spermentarlo ; — il core 
In sé medesmo concitare: — ad ogni 
Sguardo 1' odio , V amor celar con fera 
Prudenza — e in un del sen gli affetti, — e i sensi — 
Idee , — - crucci , — piaceri ; — esser di sua 
Mente tiranno — oh! duro è ben per l'alma! — 
Tutto , tutto appres* io — vano è il corrotto. 

Per questi carmi ond* io tesseva un canto , 
Ei ben scaltriti esser potrieno — vago 
Colorito ai trascorsimi davante 
Oggetti, e eh' io pur trattener sul passo 
Bramato avrei, perchè un istante inganno 

11 mio n'avesse, e l'altrui cor. La fama 
È bramosìa di gioventù: — ma tanto 
Giovine non son io che degli umani 
M' abbia qual danno , o qual di gloria lode 
Il sorriso o il disdegno. — lo sempre solo 
Fui e ancor sono : a me che vai se oggetto 
Di rimembranza viva, oppur d'obblio? 

Amor pel mondo unqua m ' ebb' io , nè amore 
Unqua il mondo a me diè; — non io sue lodi 
Mercai , nè curve le ginocchia trassi 



Nanti agi' idoli suoi : — mie labbra al riso 
Non costrinsi giammai — nè alcuno, al vile 
Cullo ò° un eco strepitar m' udìo. 
Ove più P uom s' accalca , a lui simile 
Ei non mi tenne. — E seco er' io — non uno 
Di sua gente però : — nel vel de' miei 
Pensicr, da' suoi tanto diversi, avvolto, 
Tale ancor mi sarei t ae non avessi 
L' alma corretta che sé stessa ha domo. 

Amor pel mondo unqua m'ebb'io, ne amore 
Unqua il mondo a me dié : — pur , generosi 
Inimici parila mei. E vo' credenza 
Nutrir — benché d'altro m'avverta il mio 
Senno — che foci v'abbiano alle cose 
Corrispondenti, né fallaci sempre 
Volgano le speranze, e siavi ancora 

* 

fa ri io voi virtù che degl' ignari 
Alla fralezza non insidii ; — e a un tempo 
Creder vorrei ohe sien de* cor capaci (24) 
Le altrui miserie a compatir: — che due, 
Od anco un solo abbiavi tal, siccome 
Mostrasi ; — - ohe bontà non é perduta 
Parola in tutto, e la ventura un sogno. 

O figlia mia l col nome tuo principio 
S'ebbe il mio canto: — o figlia mia! col tuo 
Nome compiersi de'. — Sion io ti veggo — 
Non io t'ascolto — eppur nullo potrebbe 
Assorto in te starsi com" io. L'amica 



Tu sol serbata a confortar de' mìei 
Anni il tetro avvenir. Oh ! se giammai 
Rivedermi potessi , alle future 
Tue vision si mescerà mia voce , 
E sino aJ cor penetreratti — quando 
Sarà ghiacciato il mio. — Paterni accenti 
A te ridir saprà V istessa tomba. 

Allo sviluppo di tua giovin mente 
Attento sovvenir; — spiar l'aurora 
• Di tue gioje infantili; — a te dappresso 
Starmi , e «otto a* miei stessi occhi vederti 
Crescere, e delle cose a poco a poco 
La contezza ottener, onde sì spesso 
Fia che si desti in te la meraviglia ! 
Te seduta talor su' miei ginocchi 
Levemente cullar, e del paterno 
Bacio stampar le rosee guancie — oh ! tanta 
Ventura certo non men venne ; e pure 
Congrua a me fu: — tal com* io son, nell' alma 
Ignoto ascondo un turbamento — e panni 
Di tal senso soave una scintilla. 

Si , benché V odio mio altri volesse 
Quasi debito apporti , oh ! non pertanto 
Tu m'ameresti. Invano a te interdetto 
11 mio nome sarìa, qual di sinistro 
Augurio una parola — una spezzata 
Speranza : invan chiusa fra noi la tomba 
Stanasi — oh ! nulla fia mutato — ancora 



— 172 — 

Tu m'ameresti. Oh! s'anco — empio consiglio! 
11 mio sangue giammai dalle tue Tene 
Trarre ardisse talun , e si 1 potesse — 
Tutto fia van — tu m' ameresti ancora — 
Chè t'è caro il mio amor più della vita. 

Tu se* figlia d'amor — benché nell'ora 
Delle amarezze nata , e fra le angosce 
Nutrita. — Oh ! questi gli elementi un giorno 
Della vita si far del genitore: 
Né men funesti son quelli che al tuo 
Nascere presedean; — ma ben più mite 
La tua fiamma vital fia; più felici, 
Ed alte più le tue speranze. Oh I cheti 
Sieno, e soavi alla tua culla i sogni ! — 
Dall' oceàn ch'io varcherò, dal sommo 
De' monti ov'or m'aggiro, in sul tuo capo 
Tanti adunar vorrei propizj voti, 
Quanti ne' miei martir, parmi che avresti 
Tu pur sul capo al genitor raccolti. 



A JOHN HOBHOUSE 

SCUDIERE 



Venezia, 2 Gcnnajo 4848. 



Dopo un intervallo di otto anni fra la composizione dei 
primi, e dell'ultimo canto di Childc Harold, sta per essere 
trasmessa al pubblico la conclusione del poema. Separan- 
domi da un cos'i vecchio amico, non dee far meraviglia che 
mi diriga ad un altro più antico ancora, e più caro — a 
colui che ha visto nascere e morire il primo , a colui al quale 
devo essere riconoscente pei sociali vantaggi da lui procura- 
timi, e per la sua amicizia illuminata, assai più di quello 
che, — senza essere ingrato, — lo sia, o possa esserlo a 
Childc Harold, per un qualche favore che da questo poema 
possa venirne all'autore; — a colui che ho la fortuna di co- 
noscere da gran tempo, e col quale ho intrapresi lunghi viaggi ; 
— a colui che dimostrò tanta sollecitudine nella mia malattia, 
ed il più vivo interesse ne' miei affanni ; — a colui che vidi 
giojoso nella mia felicità , e tristo nelle mie amarezze ; franco 



— 174 — 

ne* consigli, confidente ne* pericoli; ad un amico spesso pro- 
vato, e sempre rinvenuto fedele, — a te in fine. 

Cosi operando , passo dalla finzione al vero ; e dedicandoti 
nel suo stato perfetto , o almeno terminato , un poema che è 
la più varia delle mie composizioni , desidero farmi un merito 
dell' intrinsichezza che da più anni conservo con un uomo 
cosi distinto pel genio, pel sapere, e pei più nobili sentimenti. 
Non già che ad anime siccome le nostre convenga dare o ri- 
cevere delle adulazioni ; però gli elogi della sincerità furono 
permessi mai sempre alla voce dell' amicizia ; e non è già per 
te, nè per altrui, ma per sollievo di un cuore non avvezzo a 
provare tanta benivolenza dagli uomini quanta me ne viene 
dalla tua anima generosa , che io procuro cosi di far note le 
tue buone qualità, od anzi i vantaggi che n' ebbi ritratti. La 
circostanza medesima della data di questa lettera, l'anniver- 
sario, cioè, del giorno il più doloroso della mia esistenza pas- 
sata, (che però non attossicherà il mio avvenire fin tanto die 
avrò il sostegno della tua amicizia , e delle mie proprie 
facoltà) , farà nascere oramai per noi un ricordo più gra- 
devole ad ambedue, richiamandoci al pensiero questi con- 
trassegni di riconoscenza che mi affatico a renderti per un 
affezione costante ed istancabile per guisa, che ben pochi sono 
gli uomini che abbiano potuto provare la somigliante, e elle 
nessuno potrebbe esperimentarla senza pensare più vantaggio* 
samentc dell'umana specie e di sè. 

Abbiamo percorse insieme in epoche diverse le contrade della 
cavalleria, della storia, e della favola ; — la Spagna, la Gre- 
cia, l'Asia Minore, e V Italia; e ciò clie furono già pea noi 
Alene e Costantinopoli , lo fu di recente Venezia e Rama. 11 



• 

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— 175 — 

poema eziandio , o il pellegrino , od ambedue , m' accompa- 
gnarono da quelle prime citta a queste ultime : e forse eli' è 
vanità scusabile la mia che mi tragge a ripensare con com- 
piacenza ad un opera che mi collega, in qualche modo, ai 
luoghi che la inspirarono ed agli oggetti die ho cercato a 
descrivere ; e per quanto ella possa essere indegna di queste 
magiche memorabili contrade, per quanto possa apparire lon- 
tana dalle nostre concezioni assenti , e dalle nostre impressioni 
immediate; pure, come nota di rispetto per ciò che è ve- 
nerabile , e di simpatia per ciò che è glorioso , questo poema 
fu per me una sorgente d' ineffabili godimenti , e me ne se- 
paro con una specie di dispiacere. Era ben lungi dal supporre 
che gli avvenimenti avessero potuto lasciare in me una simile 
disposizione per riguardo ad oggetti immaginarj. 

Per ciò che concerne la condotta dell'ultimo canto, si tro- 
verà che il pellegrino vi agisce meno ancora che nei prece- 
denti , e che è quasi confuso coli' autore , parlando in suo 
nome. Il fatto si è che mi stancai di segnare una linea di 
separazione fra Aroldo e me, che nessuno pareva disposto ad 
ammettere; — come il Chinese del Cittadino del Mondo 
di Goldsmith, che nessuno volle credere un Chinese: — ed io 
pretendeva indarno, ed immaginava di stabilire una di- 
stinzione fra 1* autore ed il pellegrino. L' ardore col quale io 
prendeva interesse a conservarla, e la mia fermezza a so- 
ttenere non essere inutile questa cura , aveano talmente pre- 
giudicato alle mie inspirazioni nella composizione del poema 
che risolvetti di abbandonare questo stato di violenza, — e 
1' ho fatto. Le opinioni già invalse e che insorgeranno in 
appresso a questo proposito, sono ora un oggetto inditfe* 



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— 176 — 

rente. L'opera dev' essere giudicata per sè stessa, e non per 
rapporto a quegli che scrive. L' autore che non ha altro 
ripiego nella sua mente fuor che la riputazione transitoria o 
durevole derivatagli da' suoi primi saggi letterarj , merita la 
sorte degli autori» 

Nel decorso del seguente cantò aveva in pensiero, sì nel 
testo, che nelle note, di sfiorare lo stato attuale della lettera- 
tura degli Italiani e fors'anco dei costumi di questo popolo. 
Ma vidi bentosto che il testo, nei limiti propostimi, poteva 
appena contenere il labirinto degli oggetti esteriori , e le ri- 
flessioni che ne conseguitano; e quanto alle note, da un ri- 
stretto numero in fuori — e le più corte — io le doveva a te 
Ble&sOy Hobhouse; e fui costretto ad accorciarle, per dare sol- 
tanto ciò che servisse rigorosamente a dichiarazione del testo. 

D* altronde, è impegno dilicato troppo, e veramente pe- 
noso quello di disertare intorno alla letteratura ed ai costumi 
di una nazione cosi eterogenea. Vi si esige un' attenzione, ed 
un' imparzialità che c' indurrebbero a non troppo fidarci di 
noi, od almeno a differire il nostro giudizio onde rendere 
le notizie più esatte , — quantunque forse non siamo osser- 
vatori disattenti, ed ignoranti della lingua, e degli usi di 
una gente in mezzo alla quale abbiamo, non ha molto sog- 
giornato. — Lo spirito di partito letterario, non meno che 
quello politico sembra essere, od essere staio forte così che 
si rende quasi impossibile ad uno straniero il rimanersi im- 
parziale in mezzo ad essi» Basti adunque il citare a questo 
proposito un passo di questa bella lingua: f) „ Mi pare che 

(•) Questo tratto odi' Originale trovavi in Italiano. 



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— 177 — 

„ in un paese tutto poetico, che vanta la lingua la più nobile 
„ ed insieme la più dolce, tutte, tutte le vie diverse si pos- 
„ sono tentare ; e che sinché la patria di Alfieri , e di Monti 
„ non ha perduto l'antico valore, in tutte essa dovrebbe es- 
„ sere la prima. „ L' Italia serba ancora dei grandi nomi : 
Canova, Monti, Ugo Foscolo, Pinderaonte, Visconti, Mo- 
relli; Cicognara, Albrizzi, Mezzofanti, Mai , Mustonidi , A- 
glictti, e Vacca assicurano all'attuale generazione un onore- 
vole posto nei rami delle arti , delle scienze, e delle lettere : 
in qualcuna anzi il primo : — 1' Europa — il mondo — non 
ha che un Canova. 

Alfieri dice, non so in qual parte delle sue opere : t , — La 
„ pianta — Uomo — nasce più robusta in Italia che in 
„ qualunque altra terra, — e quegli istessi atroci delitti 
„ che vi si commettono ne sono una prova. „ Senza sotto- 
scrivere all'ultima parte di questa proposizione, dettato pe- 
riglioso , la cui verità può essere dispulata sopra un miglior 
terreno , può però asserirsi che gl' Italiani non sono più feroci 
di quello clic siano i loro vicini. Che dev' esser cicco volon- 
tariamente o di crassa ignoranza colui che non è sorpreso 
dalla straordinaria mirabile capacità di questo popolo , e della 
sua facilita ad acquistare cognizioni ; che non ne ammira la 
celerità delle concezioni, l'ardore del genio, lo squisito senso 
del bello, ed in mezzo a tutti i disordini delle rivoluzioni 
frequenti, del trambusto delle battaglie, e della rabbia del 
tempo, la passione non estinta ancora dell'immortalità — 
V immortalità dell' indipendenza. Ed allorquando noi mede- 
simi cavalcando intorno agli spalti di Roma, sentimmo la 
semplice querela dell'intercalare dell'agricoltore: „ Roma! 

12 



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/ 

— 178 — 

„ Roma ! Roma ! Roma non è più conV era prima ! „ ne sa- 
rebbe stato diffìcile di non osservare il contrasto di questo 
melanconico metro coi ruggiti dei canti trionfali, che oggi 
ancora fanno rintronare le taverne di Londra, sulla strage 
del Monte San Giovanni, sul tradimento di Genova, dell'I- 
talia, della Francia, e del mondo, da uomini de' quali hai tu 
stesso esposta la condotta in un opera degna de' più bei giorni 
della nostra storia. Quanto a me, 

. „ non moverò mai coro a 

„ Ove la turba di sue ciance assorda. „ 
Sarebbe inutile per gl'Inglesi il ricercare ciò che l'Italia 
abbia guadagnato dall' ultimo ri pani memo delle nazioni, fino 
a che siasi potuto determinare die l' Inghilterra ha acquistato 
qualche cosa di più che un'armata permanente, e la sospen- 
sione dell' Habeas Corpus ; basti ad essi U pensiero de' loro 
proprj affari. In quanto a quello eh' eglino hanno fatto nelle 
loro spedizioni e particolarmente nel mezzodì — neUa Spagna, 
nel Portogallo — „ oh certo ne avranno la dovuta ricom- 
„ pensa, „ nè forse l'ora è lontana. 

Augurandoti, mio caro Hobhouse, un felice e gradevol ri- 
torno in questa regione, il cui ben essere non può star a 
cuore ad altri , meglio che a te , ti dedico questo poema com- 
pleto, e mi ti protesto, ancora una volta 

« 

Riconoscente, ed affettuoso amico, 

BTIOI. 



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CANTO QUARTO 



Vitto ho Toscana , Lombardia , Romagna ; 
QuA monte che divide , e quei ch« terra 
Italia , e uu mare e 1' altro che In bagna. 

Ariosto , Satira Ut. 



Stetti in Vinegia sul temuto ponte (t) 
Che da' sospir si noma : ad ambo i lati 
Era un palagio, e un carcere; e dall'onda 
Scorgeane gli edifizj ergersi, come 
Per magica virtù. Lor negre penne 
Stendon mill'anni e mille a me dintorno 
E a que' tempi remoti una morente 
Gloria sorrìde , allor che stupefatte 
Dell'alato Leon vedean cotante 
Vinte contrade i monumenti e i marmi; 
Quando Vincgia gloriosa, il trono 
Posto sulle sue cento isole avea. 

Marittima Cibelle allor allora (2) 
Dall' oceàn sorgente ella rassembra, 
Che nella pompa di sue torri altere 
Dalla lunga s' eleva , e nell' incesso 



• 



— 180 — 

Piena di maestà sull'onda impera. — 
E tale ella si fa. — Ch' ebbero opime 
Spoglie di vinte nazioni in dote 
Le sue fanciulle, ed inesausto dielle 
L'oriente tesor d'oro e di gemme. 
D' ostro cinta splendeva, e alle sue feste 
I monarchi traean , chè in lor fidanza 
D'addoppiato splendore indi movea. 

Or non più P eco di Vinegia il verso (5) 
Di Torquato ripete, e taciturno 
Discorre il gondolier per la laguna. 
Crollan di sulla riva i suoi superbi 
Palagi: nè all'orecchio ornai lusinga 
Sai di musiche note. Ahimè 1 già furo 
Suoi dì di gloria! — eppur Vinegia è bella; 
Bella è tuttor. — Cadon gì' imperi , e sperse 
L' arti sen van — ma non però si spegne 
Natura mai : quanto costei diletta 
Un dì le fu già non obblìa: divino 
D'ogni piacer costei soggiorno, e della 
Terra P eliso, e dell'Italia incanto. 

Ma nome ella per noi serba più assai 
Di sue glorie famoso , e di cotante 
Magnanim' ombre ch'errano dolenti 
Sulle mine di città , che senza 
Duce, del primo onor orba si mostra. 
È tal trofeo che con Kiallo s perso 
Non andrà mai : Sbylock , e il Moro , e Piero 



— 181 — 

Mai non vcdransi nell* obblìo sepolti. 
Basi inconcusse ei stanno, e s' anco tutto 
Ruìnoso T orrevole si fosse 
Monumento, per noi ripopolata 
Tosto sarìa quella solinga riva. 

Argilla agli enti non si mesce , cui 
Lo spirto procreò; chè per essenza 
Non soggetti a perir, in noi più pura 
Stillan chiarezza, e doppiano di nostra 
Esistenza V amor. Ciò che air inerte 
Stupida vita il destin tolle in questo 
Mortai servaggio onde siam vinti, tutto 
Lo spirto creator tutto ne dona , 
Esseri eletti surrogando a quelli 
Che odiosi ne sono ; e della vita 
Nova freschezza in mezzo al cor riversa , 
Onde avvizzito il fior già si consunsc. 

Tal per V incerta giovinezza , e tale 
Per la cadente età riman conforto, 
Quando nulla a colei fassi la speme , 
E T altra par fredda solinga. Assai 
Fogli vergò quest* ingannevol senso; 
E vien anco da lui forse cotesto 
Che sotto agli occhi miei s* empie. Pur tali 
Hannovi oggetti la di cui possente 
Forma reale in obblìo sperde il nostro 
Immaginar chimerico; sì vaghi 
D'aspetto e di color, che par men bello 



— 182 — 

11 fantastico eiel , cui non aggiunge 

Di quei bizzarri astri il fulgor che a mille 

Nel «uo mondo ideal sparge la musa. 

Simili io ridi, o di veder m'infinsi 
Oggetti un tempo — oh ! sien perduti in Lete ! — 
Mostrami pari al ver, poi come sogni 
Fuggono , e qual che furo un, dì — tai souo 
Oggi. — Potrei, dove il volessi, trarli 
Di nulla altra fiata; cbè fecondo 
È tuttavolta il mio pensier di forme 
Eguali a quelle che cercai gran tempo 
E rinvenni talor per brevi istanti. 
Lungo , oh ! sien lunge ognor da me ! — chè desta 
Ragione in cor quai futili e superbe 
lllusion le £uata : altra or m' appella 
Voce, e altra scena mi si para inuanli. 

Altre appres' io favelle — ed agli estrani 
Estrano più non son; non perchè tutto 
Vegga intorno mutarsi, ei meraviglia 
Lo spirto uno pur sempre: e già non pargli 
Arduo il farsi una patria, o rinvenirla 
In Inezzo — ahi lasso ! — o fuor d' umana stirpe. 
Eppur nacqu' io colà dov' è ciascuno 
« Di tanta patria , ed a ragion, superbo ; 

E se potei dal bel terren che i figli 
Liberi nutro, e saggi iusiem ritrarrai 
E altra patria cercar di là da' mari , 



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— 185 — 

Forse io t'amai cotesla patria: e, mentre 
Sovra terreo non mio lascio la polve, 
Fia che rie da colà 1' ombra , se scarchi 
Dalla salma potrem scorre un asilo. 
E speme ho in cor che nel natio linguaggio 
Me nomino i nepoti: oh! ma se troppo 
Ardito fosse un colai voto — e solo 
Solo un istante la mia fama, al paro 
Di mia felicità , splender dovesse ; 

E se dal tempio ove a onorar gli estinti 
Le nazioni accolgonsi , divelto 
Per man del nero obblìo fosse mio nome — 
Sia pur, non men dorrò: — sovra più degna 
Fronte il lauro si veggia , e sulla mia 
Tomba , dello Spartan s' incida il motto : 
— D* altri figli miglior Sparta si vanta. — 
Pur tuttavia di simpatie non curo, 
Non imploro pietà : queste eh' io colsi 
D'albero son che già ponea, le spine: 
Elle mi laceraro — e dalle vene 
Vivo sangue spicciò; — pur di tal seme 
Qual frutto men verrìa saper dovea. 

• 

Orbo de' figli suoi piange perduto 
Il mar d' Adria lo sposo, e l'assùeta 
Nuzial festa più non si rinnova. 
Abbandonato stà presso la piaggia 
Di trista vedovanza il Bucentoro 
Ornamento negletto. Ancor ristarsi (5) 



— 184 — 

Scorge San Marco il suo Leone al loco 
Ch' altra volta occupò ; dileggio amaro 
Di perduto poter tu quest' altera 
Piazza , là dove in suppliche voi' atto 
Trasse un Impcrador , ove di loro 
Livor dier segno attoniti monarchi, 
Quando reìna sfolgorante, e ricca 
D' incomparabil dote era Vincgia. 

Ove lo Svevo Federico un giorno (6) 
Umiliossi, or di Lamagna ha regno 
L' Imperadore : trionfante incede , 
Orgoglioso costui, dov' altri umile 
Le ginocchia piegò; mutansi ancora 
In provincie i reami, e ferrei ceppi 
Gravano anch'esse le città rcìne. 
Dall'erte roccie del poter, le altere 
Nazioni discendono, poich' ebbe 
Il sol di gloria sovra lor raccolti 
Un istante i suoi raggi , e nel profondo 
Degli abissi precipitan pur come 
La valanga che staccasi repente 
Da' fianchi della rupe. Oh ! dell' orbato (7) 
Veglio cui preme V ottantcsim' anno , 
Di Bisanzio terror, Dandolo, un'ora 1 

Enei corsier nanti San Marco ancora 
Mostransi , e a' rai del sol pur tuttavia 
L' auree barde risplendono : ma piena (&) 
Non fu di D' Oria la minaccia ? Assai 



/ 



_ 185 - 

Infrenati i destrier forse non furo ? — 
La reìna del mar vinta smarrita, 
Che tredici scorgea di liberiate 
Secoli in fummo volgersi , — com* alga 
Dispar, cui Tonda, di che sorse, inghiolle. 
Oh ! meglio assai fora per lei sommersa 
Restar da' flutti vorticosi , e in seno 
Degli abissi celarsi all' oste estrana 
Onde infame sol viene ozio all' abbietta. 

TuUa gloria ella parve in gioventute : — 
Tiro novella, il più volgar suo motto 
Membra fasti e trofei : — Pianta Leone,— 
Tale il vessillo si nomò con cui 
Di mezzo al ferro e al foco, in sulla doma 
Terra, e sul mar soggetto ella movea. 
Benché servi ogni dì traesse, sola 
Libera sempre stette, ed all'Europa 
Di scudo incontro agli Ottoman servìo. 
Candia! ne attesto te ch'emula fosti 
Di Troja, e voi flutti immortali al fero 
Cozzar di brandi in Lepanto presenti ! 
Voi nomi chiari sì cui tenta indarno 
Sperder ira di tempo, e di tiranni. 

Vitree statue — spezzate — i cento suoi 
Dogi son polve. Ma 1' immenso altero 
Palagio lor dimora, ancor fa fede 
Del vetusto splendor. S' ebbe V estrano 
L' infranto scettro , il rugginoso brando. 



— 186 — 

Tuoi palagi deserti , e le tue vie (10) 
Solitarie , tacenti , e ignoti rolli , 
Ahi , troppo spesso additano que' tristi 
Che te , Vinegia , di catene avvinta 
Vollero » e di dolor sparsero oscura 
Nube sovra le tue mura divine. 

Quando d' Atene succombeano i figli 
Là sotto a Siracusa , ed all' ostile 
Giogo mille guerrier curvar la testa, 
Ei di lor libertà solo ministra (11) 
Ebber l'Attica Musa: ella al nemico 
Poter li tolse de* suoi canti a prezzo. 
Vedi? — A misura che sui labbri suona 
Il cantico guerrier, rista sai il carro 
Del vinci tor ! Le redini di mano 
Cadongli a un tratto ; — inutile da lato 
Stà T oziosa scimitarra : — ei spezza 
I lacci ai prigionieri, e vuol che plauso 
Della ridata libertade , al vate 
Rendano, e in un mercè pel divin canto. 

Così, Vinegia, ancor che men si fosse 
Legittimo ogni tuo dritto, e le grandi 
Gesta obbliate stesser di che laude 
Hai ne* storici fasti, il tuo pel sommo 
Bardo soave sovvenir, e il tanto 
Che a Tasso nutrì amor , spezzar que' ceppi 
Non può che t' imponean crudi tiranni ? 
Infamia il tuo destino è per le genti, — 



Ma più, Àlbion, per te: che non dovrìa 
L' alta Donna de' mar , chi dal mar venne 
Abbandonar così: pensa che tuo 
Esser ben puote il costei fato , ad onta 
Che a te schermo il raarin flutto si mostri. 

Vinegia amai ne» miei prim'aniù. — EU' era 
Un incanto al mio cor; splendido asilo 
Di gioja e di dovizie, e lei sorgente 
Qual zampillo vedea dal sen dell' onde. 
Otway, Radcliffe, Shakspeare, Schiller di lei (12) 
Nel sen V immago m' iraprimeano ; e grama 
Benché poi la vedessi , ella più molto 
M' è cara nel martir , che se per anco 
Orgoglio fòsse e meraviglia al mondo. 

Col passato poss'io quella diserta 
Ripopolare ancor — e assai le avanza 
Di che lo sguardo ed il pensier si pasca, 
E il freddo meditar, e vie più forse 
Ch' io d'essa non avrei speralo e atteso. 
Tra i più felici istanti onde talvolta 
11 tessuto di mia vita rifulse 
Havvene alcun, che da te prese i vaghi 
Suoi colori, o Vinegial Hannovi affetti 
Che per tempo non scemano , e la doglia 
Scuoter giammai non puote; — o foran oggi 
Gelidi, e al nulla ricondutti i miei. 

Ma sulle rupi più sublimi dove (15) 
Nullo al turbiue incontra evvi riparo 



I 



- 188 - 

> 

Erti gli abeti collocò natura. 
Contro la roccia sterile, tenaci 
Abbarbicarsi tu gli scorgi u' sola 
Una zolla non v' è che li rafforzi 
Ali» urto fier delle tempeste alpine. 
Pur crescono i lor ceppi , ed i muggenti 
Aquiloni disfidano sin tanto 
Che coir immane tronco, e cogli eretti 
Sino alle nubi spessi rami, degni 
Delle rupi si veggiano , i di cui 
Informi massi di granito furo 
A que' debili appoggio onde poi quelle 
Forme giganti sorsero. — Tal puote 
Ergersi in sen delle bufere un'alma. 

In desolato solitario petto 
Più profonde del duol quaggiuso in questa 
Vita affannosa allignan le radici. 
Carco il cammello d'onerosa soma 
Non di querele, e Torme affaticate 
Pel suo sentiero alterna; ed in silenzio 
L' ultimo fiato il lupo esala. — Oh I nulli 
Tali esempi ne fian? Se i bruti, razza 
Ignobile, silvestre, un sol non danno, 
Dilacerati dal dolor, sospiro; 
Noi d' argilla più nobile informati 
Inetti a sostener, saremo il certo 
Nostro desìi n — che un breve di sol dura? 

Strugge ogni duol lui che n' è cólto , o strutto 
Ei medesmo riman, e — sia qual vuoisi — 



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D'esister cessa: avvi tallio che ardente 
Di nova speme il cor, onde s' è tratto 
Rieder si piace, e medita simili 
Atti, e suoi di ritesse; altri col dosso 
Chino alla terra , e dell' età cadente 
Còlti anzi tempo da' malori , ad una 
Colla canna cui tennersi perirò. 
Altri a devozìon si Tolse , e questi 
Alle fatiche attese, e quei nell'opre 
Sudò di guerra; ed un ligio a viriti Le, 
Uno al vizio si fu: ciascun confórme 
A scendere o a salir pronta ebbe l'alma. 

Ma invano il duol soggiogasi ; chè sempre 
Qualche traccia rimanvi, appunto come 
Dello scorpio, invisibile, ma pregna 
Di sempre novo affanno è la puntura. 
Impreveduta sovra il cor ripiomba 
Leve cagion quel cruccio ond'ei scevrarsi 
Ognor vorrìa: fora' egli è suono — o grato 
Melico accordo — estiva sera — o vaga 
Notte d'aprii — un fior — un'aura — o V onda 
Dell' oceàn che ti riapre in petto 
Le mal sanate piaghe, e senza posa 
Forte scote l' ellettrica catena 
Che d'anella invisibili ne cinge. 

Onde questo, e perchè? — S'ignora; e indarno 
Seguir vorrem sino alla nube donde 
Scaglioni , l'atro fulmine da cui 



L'alma é percòssa: delle nove offese 
Ben l'ambascia n' assai, né tanta è in noi 
Potenza che del suo corso disperse 
Mandi l'atre vestigia, ond' è che tolti 
Repente — allor che men t'estima — ai dolci 
Domestici pensier, reggiani fantasmi 
Contro cui vano è scongiurar; un core 
Freddo — mutato — o spento amico forse — 
E que' per che si pianse — e que' cotanto 
Amati , ed or perduti — ahi 1 troppi , s' anco 
Breve il novero lor cosi n' appaja. 

Ma lo spirto disviasi. Or si r appelli ; 
Chè la fralezza d'ogni cosa in terra 
N' invita al meditar. — Ruina io stesso 
Fra le mine — de' caduti imperi 
Cerco gli avanzi , insin che m' abbia un segno 
Dell' orgoglio che fu , lungo una terra 
Che sovra tutte gloriosa apparve 
Nel suo prisco poter; lungo una terra 
Che sovra tutte ancor vaga si mostra, 
Siccome in ogni tempo essa V eletta 
Della natura fia, che già si piacque 
Con diva man colà finger 1' eroe , 
L'uom libero, il magnanimo, il gentile, — 
Del suolo il doroator , il air dell' onde , 

Di Roma il cittadin. — Terni di regi l — 
Sin da que' giorni , ed oggi ancor leggiadra 
Italia, se'giardin del mondo, e d'ogni 



— 191 — 

Arte bella l'asil; tu di natura 
Pensier primo e diletto: — anco diserta 
Qual ti dimostri, ov' é chi te pareggi? 
Belli perfin son del tuo suolo i rovi : 
Belle le ine ni te tue ville , e più ricche 
Che d' ogni altro terren la più feconda 
Gleba — lo stremo tuo gloria rassembra ; 
E ineffabile incanto han — che a ritorre 
Nullo varrìa — le tue ruìne istesse. 

Surta è la bianca luna, e pur non anco 
Regna la notte — poiché a lei contrasta 
Del cicl, debil crepuscolo, il domino. — 
Siili' erto azzurro vertice de' monti 
Di che s' adorna il Friuli , latamente 
Un oceano di luce si diffonde. 
Sgombro è Tetra di nubi, ma di mille 
Color sì varj tignesi, che pare 
Iride immensa in occidente vòlta 
Là 've alla scorsa eternità fra poco 
Confonde rassi il di, mentre tranquillo 
À rincontro pel cheto aere azzurrino 
L' astro notturno pallido viaggia , 
Tal eh' isola beau all' uom rassembra, . 

Sola una stella le é d' accanto, e seco (14) 
Del ciel parte l' imper; ma sui lontani 
Dell' Alpi Rezie ultimi gioghi ancora 
Versa i torrenti di sua luce , presso 
A tramontare , il sol : qual se lottanti 



— 191 — 

Stessero notte e di , sin che non abbia 
Reclamate le sue leggi natura. 
Gradevolmente della Brenta P alto 
Flutto si volve , cui P ultimo raggio 
Del sol che muore il bel color comparte 
Di che la rosa allo sbocciar s' inostra ; 
Purpurea tinta che dell' acque il corso 
Segue , e di meno a lor sorge riflessa. 

• 

Del chiaro speglio in sen si riproduce 
Intero il firmamento , e ad uno ad uno 
Tutti i color tì spiegati la vaghezza 
Di lor riflessi magici : — dal ricco 
Crepuscolo — alla stella allor sorgente. . — 
Or la scena minossi: un denso velo 
Opaca più sui sovrastanti gioghi 
L'ombra protese, lì dì che fugge, pari 
È al morente delfin che ognor diversi 
Da ogni tremito suo , più vaghi sempre , 
Sino all' ora fatai mostra còlori : 

— Che più? — la tenebrìa tutto ravvolse. 

» 

. 

V ha una tomba in Arquà — che dal terreno 
Sporge: l'ossa di lui che mentre visse 
Fu di Laura amator posano in chiusa 
E da brevi colonne arca sorretta. 
E là color convengono , cui dolce 
È la mesta armonìa — dell' inspirato 
Suo genio, pellegrin. — Ei parve in terra 
Nova a crear favella, ed il natio 



— 195 — 

Cielo dal giogo a svellere derristi 

Che Topprimeano.— Ed immortai lui fóro, (15) 

Que' sì soavi carmi in mezzo al pianto 

Nati, onde sempre 1' albero irrigava 

Che reca il nome ancor della sua Diva. 

« * 

In Arquà 've morìo serbasi il santo (16) 
Cenere: in grembo a quella terra cìnta 
Tutta di colli, ove gli estremi trasse / 
Giorni del viver suo. Di tante or vanno 
Memorie alteri gli abitanti : — oh 1 degno 
D' uom quell'orgoglio! — e acccnnan reverenti 
All' ammirato viator , del grande 
Vate il letto e la tomba, ambo modesti, 
Ambo semplici al par, pur venerandi: 
Chè al vederli tal senso in noi si desta 
All' indole dei suoi canti conforme , 
Più assai di quel che non sarìa, se a lui 
Fosse eccelsa piramide sepolcro. 

Il cheto , che a soggiorno ci si trattato , 
Gradevole abituro, é tal che sembra 
Per quegli enti creato, a Cui mal nota 
Lor fralezza non é; che volta in fummo 
Ogni speme veggendo, alla solinga 
Ombra trarsi bau desio di verde poggio, 
Donde lonlan lontan le rumorose 
Veggon cittadi, ornai resi securi 
Dall' empie frodi lor. Del sol la pura 
Luce, vai di per se, perchè felice 
Volgasi per que' saggi il giorno intero; 13 



— 194 — 
• 

Allorché lungo i colli ad essi innante 
Schiara i fiori e le faglie, o in mezzo al cheto 
Rio si riflette, alle cui verdi rive 
Pura , siccome quelle limpid' onde , 
Traggono in dolce ozio la vita , assorti 
In soave languor, che di fiacchezza 
Veste sembianza, e altro non è che freddo 
Filosofar. — Se in social costretti 
Nodo a viver s' apprende , a noi maestre 
Dell' ultim' ora esser dovrìan le selve. 
Chè non celansi là lusinghe , o vane 
Cure seguaci : — è V uom solingo ; — nullo 
V ha con cui s' intcrtenga altri che Dio ; 

Oppur queir atro dèmone , che i retti (17) 
Desìi dell' uom tutti corrompe , e tenta 
Sua dira esercitar possa sui mesti 
Cori cui tal largìo sin dalla culla 
Senso natura , eh* ove più tremendo 
Domina orror, e più profondo il bujo 
A soggiornar li trae : che sè all' angosce 
E a pene interminabili dannati 
Credono, e lor sanguigno il sole, e tutu 
Sterminato sepolcro appar la terra; 
E il sepolcro un inferno, e di più orrende 
Cinto r inferno istesso alte tenèbre. 

O Ferrara ! E non par che sulle tue 
Vaste contrade ove germoglia il cardo, — 
Pur simmetriche assai perchè si veggia 
Che allo squallore, ed al silenzio poste 



Non fnr , — dimmi , e non par — che un esecrando 

Volo si compia , là dove soggiorno 

Ebber tuoi primi re , dove gli antiqui 

Prenci d' Bste regnàr nelle tue mura 

Per molti e molti secoli potenti : 

Conculcatori, e difemor — secondo 

Che il consiglio de' regoli si muta , — 

Di crac' che al crin s' avvolsero la fronda 

Che pria d'essi Alighicr solo si cinse. 

Lor gloria il Tasso , e lor vergogna ! — Il divo 
Canto ne intendi: osservane i' oscuro 
Carcere, e fra le squallide pareti 
Che asilo al vate suo poneva Alfonso, 
Di Goffredo al cantor ve' quanto amara 
Gloria nudrissi ! Ma P iniquo indarno 
Despota trarre s'attentò domata 
Quell'alma oppressa dalle ambasce, cb' ei 
Dell' eterea sua fiamma orbar volea; 
E cqgP insani mescerlo nelP atra 
Statua dove sospinto ebbelo il tristo; 
Ma una gloria im mortai dalla divina 
Fronte scosse le nubi, e le disperse. 

Ne' secoli avvenir chiaro quel nomo 
E lacrimato andrà , mentre che il tuo , 
Alfonso, nel!' obblìo fora — con essa 
L' indegna polve dell' orgogliosa 
Tua stirpe che nel nulla si dissolse, 
Se P anel che t' aggiunge alla funesta 



— 186 — 

De' guai catena onde fu il Tasso oppresso 
Non n'astringesse a ripensar la tua 
Alma crudele , e con dileggio il nome 
A ridirne esecrato ! — Or che s' è fatta 
La splendid' aula , e che le tue ducali 
Superbe pompe? Ove cresciuto in altro 
Stato ti fossi, appena a lui che Unto 
Per te, crudo 1 patìa , schiavo saresti. 

Tu nato ai prandj , e al vitupero , pari 
A' bruti cui coglie anzi tempo morte; 
Se non che V esca più pregiata , e avesti 
Più magnifico il tetto. Ei — glorioso (18) 
Per quella che alle tempie intorno mostra 
Aureola che mandò sperso, avvilito 
Ogni nemico suo: — rissosi figli 
Del gran consesso dalla Crusca detto? 
E Boileau che biasmar invido parve 
Quc' dolci canti onde movea vergogna 
Per la discorde sua paterna lira 
Le cui fila ineguali han tale agrezza 
Che r orecchio dilacera e tormenta. 

All'oltraggiata ombra di Tasso, oh pace! 
Piacque al crudo destin eh' et cosi fosse 
Alle saette avvelenate segno 
Cui la calunnia in lui vivente, o nudo 
Spirto avventò, saette che giammai 
Córlo però doveano. — Oh ! non ancora 
Superato Cantor da quelle etadi 



Che a te estinto successero I — Infiniti 

Esseri ogni anno affacciami alla vita : 

Ma , oh quanti ! oh quanti ! ancor dovran da' flutti 

Di novelli legnagli ergersi, pria 

Che dell' immensa inutil turba un solo 

Abbiavi, un sol che a te sia pari ! — In uno 

Ogni lor raggio giungerian, che mai 

Un sole ei ne trameno a te rivale. — 

• 

E pur , grande qual sei , tali infra* tuoi 
V ebbero a te simili , anzi che sceso 
Fossi qui in terra; delle bolge inferne 
L' uno , e de' Cavalier 1' altro cantore. 
Quei tosco nacque, e genitor la Diva 
Commedia l'appellò: questi , di lui 
Chiaro non men , lo Scott onde cotanto 
Il mezzodì si vanta , è il menestrello 
Che nel magico suo verso comparve 
Di nove forme creatore, e pari 
All' Ariosto boreal cantava 
„ Le Donne, i Cavalier, l'Arme, gli Amori. „ 

II folgore spezzò quella che cinse (19) 
L' èneo di Ludovico altero busto 
Fittizia fronda, nè già parve un segno 
Di funesto avvenir; ché quel di lauro (20) 
Serto verace ond'è Gloria ministra 
Ad albero pertien cui non aggiunge 
Fulminea fiamma : e quel eh' eli' arse , finto 
Ramo, fu spregio all'onorala fronte. 



t 



— 198 — 

Pur se chiude taluno alma nel petto 

Che a tanto evento si commova , ei sappia 

Che tutto che la folgore percome 

Santo in terra si rende: indi novello (21) 

Al fulminato capo onor s' accrebbe. 

Italia! Italia! 0 tu cui dié funesto (22) 
Il ciel don di beltà , perché di mali 
• E passati e presenti orrendo incarco, 
Infelice ! redavi , oh I sulla tua 
Fronte , ancor vaga , abbenchè umìl , profonda 
Traccia l'onta imprimeva, e fur vergati 
In lettere di foco i fasti tuoi. 
Oh dio! perchè, nuda qual sei, men bella, 
O più possente almeno io non li veggio? 
Chè de' tuoi dritti «ervatrice , hmge 
Cacceresti da te Unti che solo 
Anelano al tuo sangue ed al tuo pianto, 

Malaugurata Donna, enipj tiranni. 

» 

Più formidata allor saresti , o meno 
Altrui d'invidia oggetto, e in povertate 
Fatto secura, aspra cagion di lutto 
La beltà di tue forme unqua ti fora. 
Visto allor non avrem falangi a mille 
Giù dall' Alpi piombare a divorarle : 
Né qucll' orde nemiche , onde colante 
Fur vastate provincie, or sulle rive 
Del Po s' adunerìano a far sanguigne 
Sue limpid' onde, né tua vii sarìa 



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— 199 — 

Tutela il brando estrano, e detestata, 
O vinta o vincitrice, al tuo bel piede 
Più non trarresti la servii catena. 

Errante in gioventù , la via di quetto (23) 
Roman percorsi, all' ultimo consorte 
Genio di Roma , a Tullio amico : — e mentre 
Scorto il naviglio da' propizj venti 
Rapido si traea sulle azzurrine 
Acque, vidi Megara a me rincontro 
Sorgere, e a tergo Egina abbandonando, 
Ebbi a dritta il Pireo, Corinto a manca; 
E chino a lungo dalla prua guatava : — 
E per tutto mine all'occhio vago 
Sporgeansi, e quale un dì Sulpicio, tutta 
La desolata scena a me s' aperse. 

Chè il tempo rialzar mai non poteo 
Le demolite rocche , e solo a mezzo 
Degli avanzi dispersi eresse umili 
' Qua e là tuguri , che più mesti , e insieme 
Più grati assai ne fan gli ultimi raggi 
Dell' ecclissata lor pompa, e i vestigi 
Di svanito poter. E già il Romano 
Fin da' secoli suoi vedea coleste 
Di superbe città tombe disperse 
Che tanta in cor destan pietade; e i fogli 
Dov' oggi ancor ne leggi il fato, arcane, 
Surte da quel vagar, serbali dottrine. 



— 200 — 

Or questi fogli io gli ho dinanzi, e al tristo 
Novero degl' imper che ruinosi 
Ei deplorava , e ruinati io piango , . 
Dell' istessa città, sua patria, l'alte 
Ruìne aggiungo. Ahi l ciò che un dì fu guasto 
Guasto è tuttora : e Roma , ahi ! — la superba 
Roma, de' nembi al furiar pur giacque. 
Anch' essa desolata or si palesa 
Di muriccie cosparsa, e sulla salma (24) 
Della città gigante il più passeggia, 
D' un mondo avanzo lacero le cui 
Ceneri miserande ardono ancora. 

Italia 1 e pur di tue sventure il suono 
Echeggia invan di terra in terra, e 1' ode 
11 più remoto abitator: del!' alme 
Arti tu madre, qual di pugne un giorno 
L'eri: il tuo braccio che ne fu già scudo, 
Nostra guida è tuttor. Oh ! del verace 
Culto custode ! A' piedi tuoi devoti 
I popoli 8' inchinano, ed umili 
Del ciel le chiavi impetrano. Pentita 
L' Europa un di del parricidio , fia 
Che tue catene infranga, e sbigottiti, 
E alle sorgenti lor sospinti, quanti 
Barbari flutti hanno innondate e guaste 
Le tue campagne, chieggano mercede 1 

Ma alle marmoree mura Arno ne invita 
Ove P etnisca Alene implora un dolce 



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— 201 — 

Tenero scino, e non invan, pe'suoi 
Palagi onde t raspar magico incanto. 
Cinta d'amene collinette a guisa 
D'anfiteatro ella in gran copia miete 
Le colme spiche , e da' racemi spreme 
Il dolce umor, né a lei la pingue manca 
Oliva , e pieno 1' Abbondanza il corno, 
Della vita ai piacer puri sorride. 
Dalle rive 've 1 lieto Arno rivolve 
L' onde feraci , ingenerò più grandi 
Il commercio le pompe, e le sepolte 
Scienze insino allora in rio letargo 
Sorsero ad ammirar l" alba novella. 

Ivi la Dea d'Amor viva nel marmo (25) 
Ama per anco, e del suo bello intorno 
L'aer riempie. A quel divino aspetto 
Mirando , un senso tal 1' anima invade 
Che dell'eterna sua vita è favilla. 
Dilacerato innanzi a lei de' cieli 
Quasi il velo rassembra: e sbigottiti , 
Nelle divine sue forme fisando 
L'avido sguardo, contempliamo in quella 
Faccia immortai quanto di grande possa 
Umano spirto concepir, laddove 
Sembra muta impotente anco natura. 
E sol n' avanza a desiar l' innata , 
Ne' prischi tempi agli amator concessa 
Fiamma , possente a suscitar nel freddo 
Marmo senso e color, anima e vita. 



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— 202 — 

Attonito lei guata , e tosto il 
L' uom di colà sviando , errante scorre , 
Tanto quel di beltà gli occhi n' abbaglia 
Sublime raggio. E il cor? — Al miro incanto 
Cui resister mal può, commosso langue. 
Là — sempre là — dell'arti al trionfante 
Carro avvinti siam noi, né d'un piè solo 
Possa a ritraivi abbiam, fatti cattivi. 
Lungi — eh 1 lungi da me le speciose 
Voci con che 1' artefice nomarmi 
Ogni vezzo sapriane a parte a parte: — 
Spenti gli occhi avem noi ? — Forse V espressa 
Dal dardanio paslor chiara sentenza 
Il sangue — il polso — il cor non ne rafferma? 

Queste (orse cingèi candide forme 
Quando all' Ideo garzon traesti innanzi , 
O se ad Anchise tuo — d'ogni mortale 
Avventurato più — scendesti , o Dea ! 
O d' ogni vezzo tuo ciuta apparivi , 
Siccome allor che a' piè languìati il fero 
Nume di guerra, debellato anch'esso 
Da quello, oltre ogni dir, leggiadro viso? 
Come un astro immorlal ei la divina 
Faccia contempla, e a' tuoi ginocchi il capo 
Appoggia; il suo nel aio bel guardo intende, (26) 
E nelle tue si bea membra celesti ; 
Mentre, quasi da un'urna, a mille a mille 
Piovon da ' labbri tuoi gli ardenti baci 
Che le pupille iuondangli, e la fronte, 
E la tremola bocca palpitante. 



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D' ineffabile amor lutti compresi , 
Né anco l'essenza degli dei potrebbe 
Ridir quai sien nell'alma, o più compiuto 
Renderne il godimento: chè simili 
In tutto allora all'uom son essi; e tali 
Negli umani destin volgonsi istanti 
Che di libar degni ne fan quant' avvi 
In Olimpo dolcezza: ahi ! ma V impaccio 
Della creta mortai ben tosto al fondo 
De' martir ne ripiomba , — e sia ! Che tolta 
Non ne fia però mai la ricordanza 
Di visioni dilettose; e possa 
Di crear sempre avrem da tutto ch'ebbe 
Corpo un tempo, o l'avrà, soavi oggetti, 
Che del tuo simulacro abbiano o Dea, 
Forma, c le avvivi il tuo soffio celeste. 

Dotto calamo il vanto abbiasi, o il saggio 
Inteso a meditar, o delle belle 
Arti il cuhor severo, o chi l'Imita, 
Di ridir quanta fuor da quel divino 
Marmo si mostri venustà di care 
Voluttuose forme: — ei definita 
Mandin Costei che definir non puossi. 
Ch' allo disdegno anco m' avrei se impuro 
Lor fiato appanni il limpido cristallo 
Ove eterna per me posa reflessa 
Quell'immagine dia. — Speglio fedele 
Che tal sogno rivela il più soave 
Di quanti sien dal ciel scesi giammai 
Alma a bear ne' suoi pensier ristretta. 



Di Santa Croce il sacro tempio «erra (27) 
Cener che «acro più lo rende: polve 
I minor tal d 1 per sè , 8* anco nuli' altro 
Fosse colà fuor del passato , e queste 
Particelle mortali onde già tempo 
Genj sublimi si vestir , che furo 
Nel caosse primier poscia ridimi. 
Qui Buonaroti, e quivi Alfier riposa; 
E V ossa in un co' mali suoi del divo 
Galileo sonvi: e qui ritorno al loto (28) 
Fé' donde uscio di Machiavelli il frale. 

Quattro Genj fur ei si peregrini 
Che d' essi , quale un dì dagli elementi , 
Novella creazion trarsi potria l 
O Italia 1 Quel che te vinta avvilito 
V imperiale tuo manto superbo 
Dilacerava a brani a brani — il tempo; 
A nuli' altra assentì terra , nè mai 
L'assentirà , che di sublimi ingegni 
Feconde sien le sue ruìne. — E ancora 
In te caduto, serbasi divina 
Un' aureola che tutto ti riveste 
Di vivifico raggio: e ciò che i tuoi 
Sommi un tempo già furo — oggi é Canova. 

Ma dove mai color posan che tonto 
Ad Etruria splendor crebbero ? — Dante , 
Petrarca , e sol minor di loro , il Vate 
Della sciolta favella , ei gajo spirto 
Che le cento creò d' amor novelle ? — 



— 205 — 

Ov' è il cenere lor perchè scevra io 

Dalla polve cornuti resti, da cui, 

Vm*£i»fBi« parvero distinti? 

Ignoto ei fia ? Né un sol de' patrj marmi 

V'ha che d'essi n'accenni? Or non poterò 

I toschi monti dar di che ne fosse 

In breve busto almen viva l' immago? 

0 confidato ei non avrìeno il sacro 
Frale alla terra che lor dié la vita? 

Lunge Dante perla dalle tue mura , (29) 
Fiorenza ingrata! E, novo Scipio, dalla (30) 
Straniera tomba a te crudel si lagna. 
Le fazioni tue, di cieca ardenti 
Ira, peggior di ciril guerra, il Bardo 
S'ebber proscritto, cui de' figli i figli 
Da redato rimorso in cor riarsi, 
Culto daran, che l'onta scemi, etemo. 
Quel che Petrarca al crin delfico serto (31) 
Sino all' estremo de' suoi dì s' avvolse , 
Estrania terra gliel nudrìa, — nè tuoi 
Furo altrimenti — benché a te rapiti — 

1 suoi dì, la sua fama, c la sua tomba. 

Ma al terreno natio le sue commise (54) 
Ceneri il Certaldese. — Or non s' aggiunse 
Al novero di tanti egregi figli? 
Né degli estinti il cantico solenne 
Spesso suonò sovra colui che l'alma 
Lusinghiera creò tosca favella , 



Quest' armonica «1 , che melodìa 
Ogni sua voce par — della parola 
Magico carme? No: — ch'anzi riversa*^ m 
L' a ve I ne fu cui d' insensata plebe 
Oltraggiava il furor; nè aver più mai 
Fra gli estinti men noti asil potèo, 
Nè pietoso un sospir sul labbro trarre 
Del passeggier, che appreso esso gli avria 
IT fosse quel sospir sparso, ed a cui. 

Delle più chiare sue reliquie priva 
È Santa Croce , nè perciò men cerche 
Sono, o onorate men: ch'anzi elle primo 
D'ogni bennato cor furo pensiero, 
Neil' augusto recinto ; appunto come 
Più ricordato un dì, mentre gli estremi 
A Cesare fur resi onor funebri , 
Perchè il busto n' avean tolto , il più grande 
Di Roma cittadin, Bruto si vide. 
Più felice Ravenna 1 Oh 1 di cadente 
Impero ultimo avanzo 1 a te nel grembo 
L'esule egregio ebbe riposo. Anch' ella 
Di polvere immortale Arquà si vanta; 
Mentre Fiorenza , indamo ognor richiama 
La spoglia di Colui che un giorno espulse. 

Che è mai per noi la sua di preziose (33) 
Pietre eretta piramide? E che mai 
Son porfido, diaspro, agata, e ricchi 
Marmi d'ogni color che serran l'ossa 



De' Prenci tuoi a vii mercato intesi? 

La guazza , che , nel mentre in «è riflessi 

Mostra gli astri notturni , al guardo splende, 

E il verde muschio sulle tombe irrora 

Surte ad estinti il cui sol nome è fama , 

Dall' innati pie che l'ha premuta, assai 

È venerata più, che tutti questi 

Marmi che a regie sono ossa coverchio. 

Sulle rive dell' Arno , e nelle sale 
Di superba magion, dove le amene 
Arti stanno a consesso, e la di marmi 
Avvivatrice Dea siede daccauto 
Alla Suora gentil ricca de' vaghi 
Colori di che in cielo Iri s'abbella, 
E T una all'altra il primo onor contende, 
Sienvi pur quanti il cor valgano oggetti, 
E lo sguardo a bear, — io non roen curo: 
Chè per costume il mio pensier vaghezza 
Ha di ritrarsi a' lieti campi in mezzo 
Meglio assai che colà dove s'aduna 
Quanto ha 1' arte di grande e di gentile. 
Pur alle opre ove mirasi distinta 
Splender del genio la scintilla, omaggio 
Non ricusa lo spirto; abbenchè tutto 
Quel violento affetto ond' è capace , 
Nutrir per esse gli si vieti , attratto 
Per contrario sentier da' suoi desiri. 

E T errar mi diletta in sulla sponda 
Del Trasi memo lago , e ne' funesti 



Per l'ardito Roman distretti un tempo, 

E più pei lari suoi : chè tutti quivi 

Del Duce di Cartagine presenti 

Fansi gì* inganni al mio pensier , e quanta 

Arte in opra ponesse onde il nimico 

Trar fra' monti e la riva — in que' mal noti 

Ardui sentier, dove scorati e scemi 

Dell'usato valor succombon mille 

Militi generosi , e di lor sangue 

Gli straripati ingrossano torrenti , 

Che alla longinqua valle affrettan , tutta 

Di deformi cadaveri coverta, 

Simile a desolata ampia foresta 
Che il turbine schiantò. — Tanto nel tristo 
Dì della pugna il furor era ; e tanta 
È la sete di sangue onde 1' umana 
Mente accecata altro non vede o intende 
Che l'eccidio, il terror, che mentre fera 
Più ardea la mischia, orribilmente scosse (34) 
Un tremuoto la terra, e inosservato 
Pe' combattenti fu. Né un sol, sdegnosa 
Di tanti orror natura esser s' accorse , 
Che in profonda a' lor piè s' apria vorago 
Que' mille a seppellir che sui cruenti 
Lor pavesi giacendo, onor di tomba 
Cercar parean. Tale è il furor, che avverse 
Le nazioni ad empio ludo incitai 

Pe' combattenti allora era simile 
A naviglio il terren , che a gonfie vele 



Traeali — in ten d' eternità. Ben ei 
Scorgeansi intorno il pelago, ma tempo 
Di guatar non avean per dove vólto 
Fosse il navil. Sospese eran per essi 
Di natura le leggi, e dall' orrendo 
Brivido cólti già non fur, che tutti , 
Gli esaeri sbigottisce allor che forte 
Diè crollo il suolo: e a ricovrarsi intende 
Nelle nubi ogni augel dai nidi scossi ; — 
E gli armenti pei campi tremebondi 
Errano, e l'uom nello spavento a minuta. 

Ma diversa d' assai scena , or ne porge 
Il Trasimeno: argenteo vel rassembra 
Il lago suo, nè, se P aratro togli, 
V ha chi le zolle ne sovverta: tanti 
Vecchi tronchi qui son, quanti gli estinti 
Già fur che tutta ricovrìan co testa 
Terra , eh' oggi le lor radici asconde. 
Ma un rio — cui poca è P onda — e poco il letto, 
Da' torrenti che allor corser di sangue 
Ebbe suo nome: e il Sanguinetto accenna 
Il loco ove sgorgò dalle secate 
Vene, la terra ad inondar, quel caldo 
Fiume, che rubre fea le acque dolenti. 

• 

Ma tu , Gli tunno , alle tue rive presso (35) 
Ove sì pure volvi e cristalline 
L'onde, che mai più limpido lavacro 
. Ebbe alle sue polite membra alcuna 

14 



Najade vaga; — tu l'erbe novelle 

Cresci virenti ognor di che si pasce 

Il candido giovenco : oh ! tu votato 

Fosti al più puro degli dei cui sorga 

Più caro e più innocente in fronte il rìso. 

D' esecrande giammai stragi teatro 

Ei per certo non fu : — chè alle più degne 

Figlie della beltade è specchio, e spesso 

Anco ne terge i delicati avori. 

Nella piaggia beata, a te, Clitunno, 
Sul declivio d* un colle un tempio ancora , 
Cui breve V atrio , e il penetrale è breve , 
Sorge , e di te memoria serba : e 1' onda 
Colà volve più cheta, e par che dorma. 
Spesso il pesce guizzar dalle lucenti 
Squamme vi scorgi , ohe lento s' aggira 
Pe' tuoi liquidi strati ; e pur talvolta 
Una svelta ninfea voga tranquilla 
A fior d' onda sin là dove in più basso 
Seno con gentil murmurc s' accolga. 

Oh ! non partir, che benedetto innanzi 
Non abbi al Genio tutelar di questo 
Lito amabtl cosi. — Se più soave 
Un zeffiro sen vien che ti carezzi 
Dolcemente le gote — ei te V invia: 
Se più gentile assai di sulla riva 
Una zolla ti par; se la freschezza 
Di questo cielo swhicente in petto 



Spande il nettare suo, ed alla polve 
Arida il toglie della vita , e in questo 
Di natura battesmo un breve istante 
Lo tuffa onde più mondo indi risorga : — 
E se i crucci dal tuo capo sviarsi — 
Di tutto rimerlar lui sol tu dei. 

Oh! quél ti' onde mugghiar !— Sonante casca 
Giù per dirupi Orrìbili il Velino , 
Ch' entro un abisso eh' ei medesmo aperse 
Poscia co' flutti si sommerge. — Oh ! grande 
D' onde il cader ! — Rapido al par di raggio 
Che tutte cose in un balen discorre, 
Precipitosa volvesi , spumante , 
Lucida massat crollano gli abissi. 
D' acque orrenda vorago I — ove muggenti 
S' addensano, s' incalzano, s' ingorgano 
Pi i tu i tanti ad ognor ; mentre le stille 
Di lor perpetuo agonizzar, che air atro 
Flegetonte sfuggir, sovra scheggiati 
Cadono enormi massi , ond' è siccome 
Di orrendi, atroci testimon ricinto. 

Spumose intino al ciel à'ergon le stille, 
D' onde in assidua pioggia indi converse 
Ricadono, vestendo intorno intorno 
Con quella vaporosa onde son chiuse 
Nebbia incessante , d' un eterno aprile 
Le erbette che ognor roride , siccome 
Smeraldo all' occhio splendono. — Oh ! l' immane 



— 212 — 

Baratro cujJb ! - dove impetuoso 
Di trarupo in trarupo e stroscia e sbalza 
1/ elemento gigante , e schiaccia orrendi 
Massi che all' urto irresisiibil , giuso 
Travolti si sfracellano, e là dove 
Caddero, spaventoso apresi il varco 

La sterminata piena : — e tale il tonfo 
K* odi quando precipite giù piomba , 
Ch* anzi che fonte ond' abbiano le rive 
Neil' ima valle serpeggianti origo , 
Lei sorgente di giovine diresti 
Oceano uscito allor dalle divise 
Rupi feconde di novello mondo. — 
Volgiti , e mira 1 — Or non ti par che armato 
IT eterna possa ad inghiottir quant' avvi 
Che al suo corso s'opponga, ella s'avanzi? 
De' suoi stessi terror beando il guardo, (36) 
Cateratta cui nulla è che s' adegui , 

Orribilmente bella l — E sovra questo (37) 
Gorgo infernale allor che i primi raggi 
Sorgono del mattino , ad ambo i lati 
Posando il roseo piede Iri s' affaccia : 
E siccome al morente appar la speme , 
Ella ne' suoi color vivida splende , 
Mentre quapt* è d' intomo in guisa orrenda 
Ha guasto e strutto il vortice dell' onde. 
Talché raffigurar potriasi in questa 
Doppia scena , V Amor che con sereno 
Occhio contempli la Demenza e rida. 



— 215 — 

Un' altra fiala ancor salgasi sovra 
Gli Apennin cupi , Alpi nascenti , cui — 
Se già non avess' io quelle superbe 
Rocche ammirato, colà dove ondeggia 
Lungo dirupi sterminati il pino, 
E la valanga ruìnosa mugge , — 
Novo omaggio darei : — ma d' ammontate 
Nevi coverto cui unqua non presse 
Orma mortai Jung fra u già vidi : e vidi 
Lunge, e dappresso di candenti ghiacci 
Il Monte Bianco carco, e intesi il cupo 
Rombo del tuon di Chimari sui gioghi 

Acroceraunj detti al tempo antico: 
E vidi in sul Parnasso a voi librate 
Le aquile altere che del sacro loco 
I genj amici sembrano, siccome 
Già fur di gloria in altra età foriere. 
E con iliaco sguardo io m' affisai 
Nell'eria rupe Idea. Se Olimpo ed Alo 
O 1' Etna , o I* Atlante io mai volessi 
Agli Apennini comparar , qual fora 
Più maestade in lor? D' essi più nullo 
Carco ha di nevi il dosso, e sol la vetta 
Del Soratte s' imbianca , a cui la diva 
Lira abbisogna del roman Cantore , 

Onde in noi desti il sovvenir. — S' eleva 
A mezzo egli del pian, pari a maroso 
Lungo tempo sospeso, e in sulla riva 



- 214 -, 

A frangersi vicin, che un breve istante 
Ripiegato in sé stesso anco s'arresti. 
Serbi chi vuol dì lui memoria, e a mezzo 
De' suoi classici affetti alle ripeta 
Sentenze, ed il Latino eco ridesti: 
Chè nella foga de' miei fervid' anni 
Troppo sdegnai V apprender verbo a verbo 
Con lunga inedia i pieni eletti carmi, 
Perchè di riferir abbiami il vanto 

Nulla di ciò cho mi richiama il vano 
Giornaliero fardcl sotto il cui pondo 
La manchevol mia mente oppressa giacque. 
E benché a meditar tratto poi ra' abbia , 
Sovra di quanto appresi allora, U tempo; 
Pur così inveterata in me rimase 
La ritrosìa di quel!* età, che milk. 
Di novità per me resa Y ebbrezza , 
Gran tempo pria che il mio pensicr potesse 
Quel diletto provar eh' ei stesso avrebbe 
Cerco dappoi , se libero rimaso r 
Da quel che fur punto mutarsi i miei 
Pensier poterò, e ciò che odiai detesto. 

S' eli* è così, tu che abborrii pur tanto, 
Non per gli errori tuoi, ma sì pe' miei, 

0 Venosino, addio! Qual rio martire 

1 tuoi lirici modi intender, quando 

Di sentirli il poter ne manchi ! In mente 
Serbar tuoi carmi , e non averli in grado ? 



9 



— «15 — 

Benché meglio di te nullo riveli 
Sofo di nostra tatti * ita i danai ; 
Né di te meglio alcun Tate n' accenni 
Dell' arte sua le leggi : e abbenebé solo 
Fra mille tu con maggior senno irrise 
De* mortali mandar tappi la colpe ; 
E i cor torpidi scota, e non offenda; — 
Pur, Venosino, addio I — Te del Soratte 
Sul prediletto vertice abbandono. 

Roma! Citta dell'alma 1 0 tu 1' eletta 
Sovr' ogni terra a me ! Qui si riduca 
Quale ha vedovo il cor , e in te s' atn*i , 
D' imperi che già fur madre diserta ! 
E nel petto profondo i suoi soffoghi 
Levi martir. — Ohi ebe mai fieno i nostri 
Affanni i nostri guai ? — Vien ! tu cui sono 
Angosce del morir d'un dì le pene; 
Vieni, e questi cipressi osserva, e il tristo 
Odi gufo ulular, e l'orme imprimi 
Sovra troni speziati, c le ruìne 
Dc'tempj: — sotto a' nostri pie s'accoglie 
Fral come frale è umana argilla — un mondo. 

Delle genti la Niobe! — Ob vedi! — immota 
Stassi : figli non più , non ha più scettri , 
Fin la favella nel suo duo! le manca. 
Un' urnsr vota eolla scarna mano 
Afferra, ma da gran tempo dispersa 
N'andò la sacra polvere: non serba (39) 



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— 116 -~ 



De Scipioni il cenere Y avello. 

— Mancar fino alle tombe ì loro eroi ! — ■ 
E tu, Tebbro vetusto, ancor le tue 
Onde rivolvi placido daccanto 

A que' marmi deserti ? Oh ! sorgi , e V onta 
Alfin di Roma tua co* fluiti ascondi! 

11 Vandalo, il Fedel, la guerra, il tempo, 
E 1' onda , e il foco , strussero 1' orgoglio 
Della città dai sette colli. Tratte 
Ella slessa vedea sue glorie all' imo ; 
E ogni suo lume spento , e pel famoso 
Sentier del Campidoglio ove in trionfo 
Il vincitor salia, scorrer superbi 
Sovr' agili corsier barbari regi. 
D' ogni parte non miri altro che torri 
Crollanti, e templi eversi, e demoliti 
Magnifici palagli — Oh l di mine 
Caosse! — E chi potrìa discerner questo 
Deserto, e fioco spargere barlume 
Sugli avanzi negletti, e dir securo: 

— Ella è costà — là fu , — quando di notte 
Gemina lutto la tenèbra involve? 

Nolte d' etade, e d' ignoranza , cui 
L' ombra diè vita sol , avvolse , e avvolge 
Quanto n' accerchia qui. — Di nostra via 
Consci noi sol per dilungarci errando ! — 
Sue carte ha I' oceano , e lor celesti 
Sfere hanno gli astri ove accennar 1' uom possa 



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Quali e quanti elli «ien : — Roma — ella sola , 
Qual deserto veggiara dove n' è tolto 
Tutto — perfin la rimembranza. Appresi 
D' improvviso gioir , gridiam , gli è vero > 
Palma a palma battendo , ancor da lunge 

— Eureka — ma sol mentre a noi dinante 
Di macerie baglior falso s'affaccia. 

Ahi ! r altera cittade 1 Ahi ! que' trecento (40) 
Trionfi suoi, e il dì quando brandìa 
Bruto il pugnai, che più famoso assai 
Parve d' acciaro alla conquista avvezzo. 
Ahi! la di Tullio dolce suadente 
Favella, e i canti di Maron, e il vivo 
Ritrar di Livio I — E in essi eterno almeno 
Vivrà di Roma lo splendor: — ma il resto? 

— Solo è ruìna e fia. — Ahi 1 per la terra , 
Che non avrà più mai gloria qual ebbe 
AUor che in libertà Roma vivea 1 

Tu che alla rota di Fortuna il carro (41) 
Fidavi, o vincitor Siila! — cui piacerne 
Del tuo patrio terren Toste sconfitta 
Trarre , pria che , il domìn posto , agli oltraggi 
Da tua barbarie provocati, esporti; 
Tu che la sovra il tuo capo addensata 
Non volesti raccor giusta vendetta, 
Anzi che avesser le aquile le penne 
Suir Asia intera debellata , scosse : — » 
Tu il cui solo cipiglio avrìa potuto 



uJk — 218 — 

Sperder senati — e tu , benché macchiato 
Da' vizj tuoi (otti Roman , che osavi, 
Con ghigno che attutar l' ire potèo , 
Depor ciò ch'era più di regio serto — 

La dittatoria palma ! — Oh ! tu potevi 
Antiveder sovra qua! fronte un giorno 
N' and ria quel aerto che immortai ti fea? 
Potevi antiveder, eh* altri potesse 
Trarre, fuor else un Roman, Roma in catene? 
Colei che eterna si nomò; — che mai 
Die il brando a' figli suoi che di vittoria 
Non s' intuonasscr cantici; — colei 
Che degl' immensi suoi Casti adombrava 
Tutta quanta la terra , e ardimentosi , 
Sin dell'orbe ai cònfin, vanni dislese, 
Cui riverir le genti onnipossente ! — 

Primo fra tutti i vincitor vetusti 
Fu Siila, e d'ogni usurpator più saggio, — 
Siila di nostra età , — Cronwell si vide. 
Ei pur senati disperde* poich' ebbe 
Vólto in ceppo di morte il real seggio. 
O ru belle immortali — Vedi quai costa 
Delitti orrendi un sol di libertade 
Istante, e il sani appo i nepoti un nome ! 
Pur di qual documento a noi maestro 
Il suo destin non fu? Quel di che due 
Fiate il vide vincente, e poscia estinto, 
Conquistava due regni , e più felice 
V ultimo suo sospir vital rende*. 



Il terzo dì di quella luna appunto (42) 
Che cinto lo scorgea di regio «erto, 
Queir istcsso il mirò , dall' usurpato 
Soglio caduto, re adersi alla terra 

Donde prima sortì. Cosi fortuna 

N'ebbe appreso per lui, come al suo sguardo, 

Fama , poter , e quanto avvi che possa 

Esser quaggiù d'invidia oggetto — rui 

Crucciose ardon le nostre alme sospinte 

Per rischioso sentier — tutto — da meno 

Appar di freddo tumulo. Se tale 

L' uom pur guardo s' avesse , oh ! come tosto 

Fora in meglio mutalo il suo destino! 

E tu , immago temuta , o tu di suda (13) 
Velata maestà le austere forme , 
Tu d' impuri assassin tra le confuse 
Grida la salma insanguinata a' tuoi 
Piedi cader di Cesare vedesti: 
Tu il vedesti nel suo manto ravvolto 
Dignitoso morir. Vittima al tuo 
Aitar volata da colei che impera 
Sui mortali non mcn che sugli dei , 
Inesorabil Nemesi 1 Perìa 
Cesare, e tu Pompeo, tu pur cadevi ! 
Quali appellarvi deggiam noi? Temuti 
Vincitori di re foste, o alle genti 
Qual deriso fantasma in finta scena? 

E tu a Roma nudrice 1 — O da celeste (44) 
Fiamma, lupa percossa! — A le le mamme 



— 2*0 — 

Nell'enea forma lor sembrai] del latte 
Che già i forti crescea turgide ancora, 
Là del palagio a mezzo ove ammirata 
Stai qual vetusto monumento. — Madre 
Di Roma al primo Sir, quel suo feroce 
Ardir dal petto ei ti suggea che adusto 
Mostrasi tuttavia per la saetta 
Con che il Roman Giove ti colse: — e pure 
Teco per anco i gemini non veggio 
Pargoletti immortali ? Oh ! non abborri 
Tu dunque ancor da' tuoi materni affetti ? 

Mainò: — ma quanti nutricavi, d'alma 
Ferrea guerrieri or più non sono , e surte 
Di lor tombe già fur città novelle. 
Di ciò che abborrir parvero, modello 
Tosto gli uomini fersi , e di lor sangue 
Macchiàr le zolle: — essi pugnaro, e furo 
Vittoriosi ancor, le orme da lunge 
De' Quiriti seguendo : e alcun non ebbe , 
Né aver poteo, nè alla sua patria darlo , 
Imper che il loro agguagli. 0 un solo forse 
Orgoglioso mortai, cui non per anco 
Il sepolcro ingojò, ma per sè stesso 
Domato — vive — e de' suoi schiavi è schiavo! — 

Di fallace poter vittima insana ! — 
Qual Cesare illegittimo, del primo 
Tolse l' orme a seguir con pié non pari : 
Che men terrestre del Roman nel .petto (<5) 
Fu lo spiro vitale , e ben più forti 



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FT eran gli affolli : — ma più fredda egli ebbe 
Meme, e istinto immortai che le fralezze 
Di passionato cor benché valente, 
Librar poteano; or di conocchia armato 
Cleopatra il vedea, secondo Alcide, — 
Ed or, rieduto in sé, gridar s'udì*: 

— Venni, ridi, espugnai! — Ma Quei che volle 
Spinger le aquile a voi, siccome stormo 
D' addestrati falcon , natiti all' armata 
Gallia : Colui che al crin spesso ricinse 
Il nobil serto di vittoria, in seno 
Ostinato chiudea cor riluttante 
Non che ad altri, a sè stesso: indole il cielo 
Bizzarra diegli: un sol difetto, primo 
Però fra tutti , ardealo: — insano orgoglio ! — 
Ebbe una mira — e qual ? Fors' ei potrìa 
Dirlo, — o il pensiero aprir che il cor gli affanna? 

Tutto o nulla cercò: nè che l'avello 
Ineluttabil lo adeguasse, ei volle 
Da quel sommo aspettar. Pochi anni ancora , 
Ed in pari destin con que' superbi 
Cesari, ch'oggi il nostro piè calpesta, 
Stretto or fora — il destin reo della tomba ! — 
La tomba! — Oh! vedi cui sorgono alteri 
Trofei per man del vincitore , e a cui 
Tanto di sangue pelago e di pianto 
Sparga , e pur sempre spargerà la terra ! 
Pelago, dove all' uom nulla di speme. 



Arca compar; marèa che s'inabissa, 
Poi fremente risai ! — Oh t ne riluca 
Alfin, gran Diol d'eterno patto il seggio! 

Deh ! che si miete mai negl' intristiti (46) 
Campi di nostra tabil creta? Angusti 
Sensi , debil ragion , vita che a paro 
Col dì tramonta ! È gemma il Ter che in seno 
Degli abissi si cela; e tutto libra 
La corrotta dell'uso ingiusta lance. 
L'opinione è onnipotenza — il cui 
Vel cerchia l'orbe di tenèbre: larve 
Son vote il male, il ben, e l'uom s'imbianca 
Per tema che il solar raggio sui torti 
Giudizj splenda, e sieno aperti i feri 
Criminosi pcnsier, e vira troppo 
Mova una luce a irradiar la terra. 

Così affannosi i giorni suoi, di figli 
Peggior di lui misero padre, vivo 
In età che al mal far vie più trabocca , 
L' uobi si trascina : altier di sua corrotta 
Natura incede , e , tratto all' ultim' ora , 
Redar funesto di demenza a nova 
Stirpe trasmette in ceppi nata : ond' ella 
D' addoppiarli bramosa , i brandi afferra , 
E, più che trarsi in libertadc, a guisa 
Di gladiator, sparge il suo sangue: e dove 
L' un giacque estinto , ahri a pugnar si tragge ; 
E all' esangue un novel , come sui rami 
Le foglie s'avvicendano — succede. 



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Delle umane crederne io non favello : — 
Fra V uomo e il Creator eon esse. — Eventi 
Leciti , veri , e non ignoti io parlo ; — 
Eventi ch'ogni dì veggonsi, ogni ora. 
— Parlo del doppio che ne grava il collo 
Importabile giogo, e di palesi 
Fraudolenti pensier dì tirannia. 
Di quel che i Donni della terra fero 
Editto sanguinoso , ond' avvien eh' ei 
Imitatori di colui si fanno 
Che de' superbi un dì fiaccò V orgoglio ; 
E con potente concussa r li tolse 
A quel che in trono gli awincea letargo. 
Qual gloria ei non n' avria cólto se avesse 
Sol tentata del suo braccio la possa ? 

Debellare il tiranno, oh! niuno il puote 
Che tiranno non sia? Né alcun campione 
Avrà la liberta , né generosi 
Figli quali vedea sorgere un tempo 
Dal suo sen la Colombia, alk>r che tutta, 
Siccome Palla, in un balen di sue 
Arme coverta rivelossi? O denno 
Ne' deserti costor nudrirsi , in fondo 
A secolari selve, o infra gli orrori 
Delle sonanti cateratte, dove 
AH' infanzia di Washington sorrise 
La nutrice natura? O più non serba 
Di tal seme nel sen la terra, o avaro 
Fu con Europa di cai rive il cielo ? 



Gallia di sangue inebriossi, e tutu 
Vóto la tazza della colpa, e furo 
Suoi Saturnali e fien per ogni etade , 
Per qualsiasi contrada infesti al santo 
Regno di libertà: ché i di tremendi 
Che, noi presenti, volsero, e la vile 
Arabizion che muro d'adamante 
Fra l'uomo e il suo sperar solleva — estremo 
Ignobil atto or dianzi a noi dimostro, — 
Simulati pretesti erano tutti 
Dell' eterno serraggio onde corrosa 
Par la pianta vi tal dal sommo all' imo : 
Che al misero mortai rendean funesto 
Più del primiero il suo cader secondo 1 

Eppur — tuo sacro, o libertà, vessillo 
Lacero, e innanzi ognor sospinto, al nembo 
Simìl cbe porta il folgore, lottante 
Stà contro i venti; e la tua voce eh' have 
Suon di guerriera tuba, abbenchè fioca 
Or si veggia e morente, anco più forte 
Fia che s' oda al cessar della tempesta. 
Privo l'albero tuo di fiori e fronde, 
D'allor che i rami ne spezzò la scure, 
Allo sguardo non mostra altro che acerbe 
Cicatrici che ognor grondano sangue. 
Ma serba ancor succo vitale — e posti 
Profondamente i bei semi ne furo — 
Fin nelle boreali ultime terre; 
Ond' è che il cor nello sperar s' allieta 
D'almi germogli in più ridente aprile. . 



Una vetusta torre avvi, munita (47) 
Di cittadella al par; macigni orrendi 
Baluardo le son, che d'irruenti 
Falangi renderìan vane le prove. 
Ella è colà muta solinga, e serba 
Parte de' merli ancor su cui dugento 
Lustri tessean queir ederoso manto — 
Eterno serto che le fòglie sulle 
Ruine scote dell' età fugace. 
Questa rócca che fu? Qual mai ne' suoi 
Anditi occulti si nasconde acervo 
D' auro, e di gemme? — EU' è di donna tomba. 

Ma qual era ella mai costei che tanta 
Spiega pompa d'avello, abitatrice 
Di sì altera magion? — Fu casta e bella? 
Degna di regal talamo — o più assai — 
Di quello d'un Roman? — Quai dal suo grembo 
Emerser prodi , e quali eroi ? — Qual ebbe 
Fanciulla erede di sue grazie ? — O come 
Visse ? — Com' ella amò ? — Come morìo ? — 
Se tanto onor le si concesse — e tanto 
Monimento per lei s'aderse, dove ■ 
Osato non avrìa giacersi oscura 
Salma, certo si fu, perchè immortale 
Fosse un destin che nulla ebbe d'umano. 

Una ella è fórse tra le eccelse cui 
Dello sposo 1' amor fu tutto? — Od una 
Di lor che fero all'altrui toro oltraggio? 

15 



Che gli annali di Roma accennan come 

Anco ne' tempi i più vetusti v'ebbe 

Di queste ancor. — O forte madre al paro 

Di Cornelia si vide? — 0 intesa solo 

A turpi gioje , di moine e Temi 

Maestra parve , qual P egizia fea 

Amabile Reina ? — O di virtute 

Tal fé' schermo nel cor , che vane in lei 

Fossero Parti del sedur? — Sospinta 

Da soave pendio P alma ebbe forse 

Al terreno sentir proclive? — O saggia 

Dall' amor si ritenne, a lui di scherno 

Voci mettendo sol ? — Chè lai delP alma 

Sono e sì opposti gP imperami affetti. 

Nel fior degli anni suoi forse perìo 1 
Fors' anco al pondo del martir non resse 
Grave assai più del grave monimento 
Che il suo cener ricopre: un'atra nube 
La beltà ne velò; di rie tenèbre 
Si cinsero que' bruni occhi , funesto 
Presagio del destin che a' suoi più cari 
Serba il ciel — morte prematura. — Ed ella 
Tanta vaghezza diffondevi intorno 
Che tale appena è ver P occaso il sole. 
E d'una luce sfolgorar ohe strugge — 
Espero di chi muor — le rosee gote , 
Alla foglia autunnat fatte simili. 

Forse in età senil morìasi , — a tutto 
Ch' ella amava superslite, bellezza, 



Cognati , e figli — in lunghe trecce avvolta 

Argentea chioma pur recando, orni' ella 

Rammentar possa un non so che de' giorni 

Di grazia e di beltà, quando in gentile 

Modo sul capo l'annodava, e oggetto 

Era d'invidia, di desir, di laude 

Alla romulea gioventù. — Ma dove 

Trascorre il mio pensicr? — „ Sposa al più ricco 

Roman , Metella giacque „ — Ignoto, è il resto. 

Quel monimento, sol ne mostra quanto 

Del consorte 1' amor tosse o V orgoglio. 

Non so perchè : — pur mentre stemmi immoto 
Innanzi a questo tumulo, tal senso 
Mi si affaccia a) pensier, come se nota 
A me costei che nel suo sen rinserra 
Fosse stata talor: ed alla mente 
Altri giorni ricorrono agli accenti 
Di già sentita melodia; mutato 
Benché il suono ne sia, reso solenne 
Qual di tuon rombo che lontan si perde. 
Pur non potrei qui dimorar su questa 
Pietra seduto d' edera coperta, 
Sin che di forme i miei pensicr — cui vita 
Gli spersi del passato avanzi diero . 
Che le ruìne additami — rivesta ? 

Degli erranti da lunge infra gli scogli 
Assi spezzati or non .potrei di speme 
Navicella costruirai, onde sovr' essa 



- 218 — 

Coli' oceano altra fiala starmi 

Lottante, ed affrontar, quando più forte 

È l'eterno lor mugghio, i minacciosi 

Flutti sonanti , che vèr la soli riga 

Traggono riva ove peria quant' era 

Di più caro al mio cor? — Ma s' io valessi, 

Da ciò che risparmiò l' onda nemica, 

Tanto d' infrante tavole a raccorre 

Che a formar basti il mio naviglio, a quale 

Parte, a qual lido drizzerei la prora? — 

Più non m'alleila il focolar natio: 

Speme e vita dispregio ; ed uno , un solo 

Nutro desir: — ciò che qui veggo anelo. 

Ruggano gli aquiloni ! — Unico mio 
Concento d' ora in poi Ha la possente 
Lor voce, e nella notte ululi e strida 
1 gufi mescerannovi , siccome 
Gli ascolto adesso che ecclissato il raggio 
Appar sovra il nativo orrido covo 
Del tristo augel delle tenèbre. Etema 
Fra lor vicenda d' ulular, sovresso 
li monte Palatin mettono, i larghi 
Occhi sbarrando eh* ardono di viva 
Luce sinistra , e i vanni atri battendo. — 
In cotanta d' orror scena , che fia 
Ogni umano martir? — De' miei non parlo. 

L' edra , il cipresso , i rovi , e le serpenti 
Erbe miste , confuse , ed ammontate 



Qui crescono: poggetti, ove già furo 

Dorate loggie, formansi: crollanti 

A i-chi, colonne scavezzate, e scisse 

Vòlte , e grotte soavi in sotterrane 

Converse umide stanze, ove a dilungo — 

Poiché di notte tenebre le estima 

Che a mezzo giunta sia — volteggia il gufo : — 

Palagi questi son, terme., delubri? 

Chi '1 può decida: chè nuli' altro, nulla, 

Fuor che nude pareti, intravedervi 

La scienza potrìa. Leva lo sguardo (48) 

Al Monte Imperiai! Così finisce 

Ogni grandezza tua, mortai superbo! 

Tal dalle storie d' ogni gente a noi (49) 
Vien documento. In ciò eh' or è , riflesso 
Quanto era un dì si mostra , e libertadc 
Dappria, poi gloria: — e, poiché questa sparve, 
Dovizie, turpitudini, corrotta 
Mente — barbarie in fin. Tutta in cotesta 
Pagina , meglio assai che ne' suoi mille 
Volumi , sta l' istoria accolta : quivi 
Dove avaro il tiranno e orgoglioso 
Ratinati traca quanti tesori , 
Quanti piacer V occhio , V orecchio , e P alma 
Possano desiare, e la parola 
Chieder: — ma lunge i vani accenti! Appressa! 

Vieni — ammira — ti hea — spregia — sorridi 
Piangi: — quivi appagar qual più uel petto 



— 230 — 

Volga senso potrai. — Doni! tu sospeso 
Fra un sorriso e una lagrima \ Temuti 
Regni e secoli affollami su questo 
Monte, di cui l'egual vertice tue 
Piramide di troni ammonticchiati, 
E si di gloria fulgida che parve 
Luce da lei ritrarre il sol novella. 
Ove son suoi palagi? £ le dorate 
Volte? Ove V uom che di costrurle ardisca? 

Era Tullio di te meno eloquente , 
Senza nome colonna, a cui sepolta 
La base sta fra le macerie. Oh I i lauri 
Che il crine ornaro a' Cesari , che sono? — 
L' edera al mio de' suoi palagi avvolgo. — 
Cui questo trionfale arco , o cotesta 
Colonna sorse eh* io ravviso? A. Tito? 
Forse a Trajan? — non già; *- cui dunque? — Al tempo! 
Trofei, tetti, colonne, il tempo, quello 
Che sì vi muta', su di voi sorriso 
Mette di scherno: invase un simulacro (50) 
Apostolico il loco ove già l'urna 
Imperiai sporgevasi le cui 
Ceneri avean cosi sublime il seggio; 

Nell'etra ascose, del profondo a mezzo 
Gel di Roma azzurrin, connni agli astri. 
Quel che già le animò spirto, l'eccelsa 
Stanza abitar merlava ei ben. L'estremo 
Ei di color che sull' intero mondo 



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Regnar — I 1 Orbe Roman che , lui caduto , 
Braccio non v' ebbe a regolar bastante , 
Sicché perdute far le sue conquitte. — 
D' Alessandro più grande , ei le sorrane 
Sue virtù non macchiò di Sangue, o turpi 
Lascivie molli nella reggia, e il nome (51) 
Di Trajano fra noi sfavilla ancora. 

Il colle de* trionfi ov* è, quel sacro 
Colle là dove Roma i valorosi 
Vincitori suoi figli al sen stringea? 
E del Tarpeo la rocca ultimo d' alta 
Perfidia segno, atroce balzo, ch'ogni 
Insana passion ne' petti estinse , — 
Salto de'traditor? — Quivi a deporre 
Non venne forse il vincitor le spoglie 
Tolte a* nemici? — Venne:.— » ed or su questo 
Piano che a noi s' apre dinanzi , dieci 
Età di risse dormono tranquille ! — 
Eccolo, il foro, ove s' udlen cotante 
Immortali suonar voci: eloquente 
N' è l'aura — ancor tutta di Tullio accesa! 

Di fazioni e libertà teatro 
E in un di gloria, e d' esterminio : tutte 
Le passion di popolo superbo 
Qui divampàr, da quel primiero istante 
Che nascente scorgea 1' impero, a quello 
Quando più terre a conquistai: non ebbe. 
Ma già da tempo un denso vel copria 



— 232 ^ 

La fronte a libcrtade, e la licenza 
Usurpati n'avea diritti e nome. 
Allor che, sciolto d' ogni fren, potèo 
11 soldato più vii premer col piede 
Di pavido senato i muti schiavi, 
Ed a vii prezzo la venal parola 
D' uomini comperar più vili ancora. 

De' dieci mila or tacciasi di Roma 
Feri tiranni, e si rivolga il nostro 
Sguardo all' ultimo suo Tribun, che molli 
D' onta rivendicava e di tenèbre 
Lustri — V amico di Petrarca ! — speme 
Dell' Italia — Rienzi ! 0 de' Romani (52) 
Ultimo ! Oh I fin che alcuna foglia al guasto 
Tronco di liberta germogli , tutte 
Tessano ognor ghirlande anco alla tua 
Tomba : — orator degno del foro — duce 
Del popolo — e novel suo Numa — a cui 
Ahi ! troppo breve il ciel concesse il regno. 

Egeria! 0 creazion d' un cor cui nullo (53) 
Mortale asil del seno tuo più degno 
E seducente più parea — ne' suoi 
Pensieri vivo sol. Qual che tu sii — 
Qual che tu fossi allora , — o giovinetta 
Alba de' cieli , o di garzon languente 
Ninfa ideale: o forse ancor, terrena 
Beltà, che omaggio di reale amante 
Avesse, — oh! sia l'origo tua qual vuoisi, — 



— 233 — 

Sempre nobil pensier fosti, e di forme» 
Oltre ogni umana idea, vaghe vestito. 
Il muschio del tuo fonte, ancor di tua 
Elisia linfa è rorido; dinanzi 
All'antro che la tua sorgente copre 
Rispettata dagli anni, avvi nell'onda 
Del loco il Genio amabile riflesso, 
Cui nel!' ombrato asil solingo V arte 
Coli' opre sue più non deforma: in chiusi 
Marmi dannati i limpidi cristalli 
A dormir più non son, ma in bel zampillo 
Dalla base si svolvono del tuo 
Placido simulacro, e in serpeggiante 
R annali ruscel forman cadendo 
Brevi cascate, insin che traggon lunge 
I fiori e l'edra ad irrorar commisti 

In disordin fantastico. Le verdi 
Colline son di primaticci fiori 
Smaltate intorno: l'agile dai vispi 
Occhi negra lucertola nell'erbe 
Celasi, e a te garriscono gli augelli. 
De' più vivi color mille diversi 
Fioretti ornati, par che umìl preghiera 
Movano al passeggier perchè non tocche 
Sien le corolle dilicate , cui 
Quasi magico fascio auretta scote. 
Di negletto color, bello pur tanto I 
La violetta pinta, è careggiata 
Da mite spiro, e par che nel leggiadro 
Manto siale riflesso il cielo azzurro. 



- 33 4 — 

E qui — di questo asil blando ti festi 
La stanza, Egeria, a te diletta: e quivi 
Ad ogni leve mormorar che desto 
Aveste il tuo mortale amante, in petto 
Dié palpiti quel cor tutto celeste; 
E le tenèbre sue notte addensava 
I vostri a ricoprir teneri arcani. 
Assisa allor presso al tuo vago , oh ! quale 
Accorre non dovèi nel sen dolcezza ! 
Questa grotta a celar fiamma divina , 
Certo , e onde seggio a santo amor si fosse 
Oracolo primier — formò natura. 

Ne' tuoi soavi mistici trasporti , 
Dimmi, a celeste sen, seno mortale 
Giungevi mai ? Né mai I* amor che nasce 
Sol di sospiri , e ne' sospir sen muore — 
Mai le vive libò gioje celesti P 
Né virtude era in te da far che eterne 
Fossero quelle gioje, e ne' terreni 
Gaudj spirar almo di ciel contento? 
E cacciare il venen dalla saetta , 
Senza che n'abbia a rintuzzar la punta? — 
E l'insoave sperdere pienezza 
Che tutto strugge ? — E sradicar dall' alma 
Le spine che sì reo le dan travaglio? 

. 

Ahi I di fiorita età gU affetti in nulla 
Converte il tempo, o si rincontrali solo 
In orrido deserto. — Iodi il funesto 
Di mille spine germogliar — l'ebbrezza 



— 235 — 

» 

I 

Dell' impeto — que' fior , vaghi cotanto 

All'occhio, e fin nell'imo aen corrosi, 

Fior che olezzo non dan che non aia fero 

Alla mente martir, alberi i coi 

Succhi son morte : — ecco il mal seme eh' ogni 

Umana passion di sotto ai passi 

Nutresi , intanto che s' avvia pel tristo 

Mondan deserto, indarno di celeste 

Frutto niegalo a' suoi desir dolente. 

O Amori Non tu dell'orbe incola sei; — 
Serafino invisibile, nel tuo 
Nome crediamo, e gli affannosi petti, 
Di questa diva fè màrtiri sono. 
Né alcun te vide mai, nè mortai occhio 
Te mai vedrà, qual esser dei. Concetto 
T ebbe l' umano immaginar che d' enti 
Il cielo popolò , da' proprj tratto 
Fantastici desir: e questa forma, 
E quest' immago ad un pensier concessa , 
Forte, possente, e senza posa intorno 
AH' inqueta — consunta — annighittita — 
Soffrente — straziata alma s'aggira. 

Di sua propria beltà lo spirto lasso 
Spingesi incontro ad increati oggetti 
Deliro: — or donde mai, donde traea 
Il Genio quelle che ne' marmi ha acuite 
Sembianze ? — Oh 1 sol da' suoi pensier ! — Potrìa 
Cosi vaghe crear forme natura? 



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— 256 — 

Dorè sono le grazie e le virtudi 

Che sogna in gioventù Tardila menlc, 

E in più matura età rimembra? — Eliso 

Fra gli aneliti indarno, e fra le angosce 

Cerco del nostro disperar, che svia 

E la penna e il pennello, e scema in essi 

Del rintracciarlo in sua beltà la possa? 

È delirio l'Amor — de' Borio" anni 
Insania egli è — ma lo scamparne è cruccio 
Più amaro assai. De' nostri idoli vanno 
Perduti i vezzi a poco a poco; e noi 
Troppo chiaro veggiam che sol d' ardente 
Immaginar fantasmi furo il senno 
E la beltà. — Pur quel fatale incanto 
Non scema: ond'è che il travagliato spirto 
De' nembi che destò gioco diventa: 
Ed ostinato il cor vie più s'affanna 
Anelando all'istante — e presso il crede — 
Che al fine il suo tesor scopra , di Unto 
Ignoto più — quanto più ricco — in terra. 

Languenti fin dall'età prima, fioco 
Mettiamo, e a fòrza il respir nostro, tale 
N' opprime il mal — n' affievolisce 1 Orbati 
D'ogni conforto, e di nostr'alma inetti 
Le voglie ad appagar, leve fantasma 
A ciò che pria si desiò simile, 
Ben ne s'affaccia alfiu, quando al tramonto 
Il nostro di s' è vólto. — Ahi ! tardi troppo ! - 



Tal che in noi de' martir doppiasi il pondo. 
Amor, gloria, desir, d'auro vaghezza •„ — 

Qual sia di lor che vai? Vani son tutti 

Tutti abbietti — migliore alcun non avvi. 
Chè sotto vario nome ognor le istesse 
Meteore son che ne disviano, e negro 
Fummo è la morte ove lor fiamma è spenta. 

V ha talun — che diss' io ? — Verun non avvi 

Che ciò ch'ama rinvenga, o ciò che avria 
Amato: e s' anco il caso, o non pensalo 
Accedere, o fatale imperiosa 
Necessità d'amar, l'avversa tolto 
Avesser mente , ahi I che a riarder pronta 
EH' è, stizzosa di più feri oltraggi. 
Il Decoro — quel dio rozzo, funesto, 
Mali ordisce venturi , e al nostro capo 
Sovrapposti li tien con quella sua 
Verga a gruccia sembiante, in guisa ch'ogni 
Nostra speranza in cenere dissolve — 
Cenere cui ogni uman piè calpesta. 

< 

Falsa natura è umana vita; — in lei, 
Coli' armonìa che tutte cose avvince, 
Quale accordo fu mai ? Oh I perché questo 
Decreto, e questa d'onta e di peccato 
Macchia ognor viva , e quest* immensa pianta 
Che tutto in fetta : a cui radice é il suolo , 
E rami e foglie sono i cieli , donde 
Mille sull'orbe, di rugiada in guisa, 



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Piovono orrendi interminati affanni : — 
Ed i morbi , e la morte , ed il servaggio , — 
Mali di cui siam testimoni , — e , d' essi 
Peggiori ancor — gli occulti — che neh" alma 
Insanabile awolgonsi , e le danno 
Di cruccio e di martir trista vicenda. 

Pur salda al rio dcstin sommctter dessi (54) 
La fronte: — chè vigliacco e dissennato 
Farò, qual del pensier ripudia al dritto — 
Ultima all'uomo, e sola speme. — 0 mia 
Per sempre almen, benché sin dalla culla 
Questo divo voler sempre di ceppi 
Carco si fosse, straziato, in rio 
Career chiuso e di tenebre nudrito, 
Acciò sul nostro spirito indifeso 
Di troppa luce non risplenda il vero; 
— Ma indarno, chè il divin raggio penetra, 
E il tempo ed il saper tutto rivela. 

Archi sovr* archi ! — E non par ei che Roma 
De* mille suoi conquistator giungendo 
Quivi in uno i trofei, ergere un solo 
Monumento di tanti trionfali 
Archi volesse? È il Colosseo. — Lo schiara 
Qual suo proprio splendor Cimia , chè solo 
L'alma luce del ciel dovea cotesta 
Di sempre novo meditar feconda 
Gran mole irradiar: l'ombra azzurrina 
D ? una notte d' Italia , ove le sfere 



Di sì vivo color s'ornan che teco 
Sembran di cielo favellar, di questo 
Stendesi vasto monumento intorno , 
Tal che intesa a velar tu la diresti 
La gloria che passò. Di vita quivi 
L'elettrica favilla arde su quanto 
Del tempo struggi** serba V impronta. 
Ma qui dov'ei poggiò col braccio, o dove 
Ebbe rotta la falce, le mine 
Di tutti gli edifici bau tal potenza, 
E coir] natisi di tal magico incanto, 
Che dispregiata innanzi a lor la pompa 
De' moderni palagi andrìa su cui' 
La maestà de' secoli non posa. 

0 tempo, o tu per cui fino Tistessa 
Morte bella compar, che le mine 
Vesti, e farmaco sei de* cor gementi: 
Tempo ! o tu correttor de' nostri falsi 
Giudici , tu d' amor prova e del vero I — 
Filosofo tu sol, che dì sofista 
Nome ogni altro aver de'; — tu che non mai 
Lasci negletti i tuoi diritti, o tempo 1 
Vindice degli oppressi ! — A te le palme 
Sollevo, e gli occhi, e il cor, e innalzo un voto: 

Delle macerie in grembo ove locavi 
L' ara tu stesso , e ì tuo delubro , quanto 
Solingo più, tanto più grande, io trassi, 
Onde alle ricche obblazìon le mie 



— 140 — 

Mescer d' anni ruine — abbenchè brevi 

Dell'onte del destin pur ridondanti: — 

Se superbo giammai tu me scorgesti, 

Varchi inudito il mio pregar ; ma •' io 

Vissi ne' di della ventura umile: 

Se altero sol contro V invidia l' onte — 

Ne sostenni — non domo; — oh fa che questi 

Strali confitti in mezzo al cor non abbia 

Finor recati invan ; — nè mai que' tristi 

Verseranno di duol sola una stilla? 

E tu, Nemesi eccelsa, o tu che mai (55) 
L' equa de' torti uman lance abbandoni , 
Qui dove a' dì che fur, tanti e sì grandi 
Omaggi avei ; tu che dall' imo abisso 
Evocasti le furie, e sol d' un cenno 
Tutte in Oreste le scagliavi , armate 
Delle inferne ceraste , onde impunita 
Colai non fosse reità — che giusta 
Da tutt' altri compiuta era vendetta : 
Da questi lochi ove reìna imperi 
Te dalle tombe evoco 1 Oh sorgi ! Il grido 
Del cor non odi? — Svegliati !j — Tu '1 dei. 

Non eh' io non creda che 1' orrenda piaga 
Di che sanguina il core, o fosse colpa 
Degli avi, o mia, menarla io mai potessi; 
E se mosso giustizia avesse il braccio, 
E drizzato il coltel , non io vorrei 
Il sangue ristagnar che fuor ne sgorga: 



— 211 — 

Ma non fia eh' oggi nella polve a vuoto 
Una stilla cader sola sen veggia. 
Nemesi , a te Io voto ! — E tu vendetta 
Tu ben farai che ancor n' é tempo : e s' io 
Non T adoprai , ciò fa .... ma del passato 
Tacciasi: — io dormo; chè per me tu vegli. 

• 

Né, s' oggi s'oda la mia voce, io cerco 
De' miei danni a lagnarmi : oh ! chi mai vide 
Chinarsi al suol cotesla fronte, e I! alma 
Affievolirsi pel martir? — Ch' ei parli! 
Ma solo io vuo' che in queste carte impressa 
La rimembranza ne rimanga : vano 
Così non fien le mie parole un suono 
Che tosto si dilegua, anco ne' giorni 
Ch' io sarò nuda polve. Oh 1 verrà tempo 
Che il mio temuto in questi carmi espresso 
Vaticino s'adempia, e sovra umane 
Piombi altere cervici, e le soggioghi, 
V immenso pondo alfin dell' anatèma I 

E 1' anatèma fia perdon ! — Non io — 
Odimi , o Terra genitrice , e m' odi 
Tu, Ciel, che invoco testimon: — non io 
Col mio destin luttai? Non io tal onta 
Patii cui sol vuoisi perdono ? Attrita 
L' alma forse non m' ebbi , e il cor trafitto ? 
Non vid' io strutta ogni mia speme , e segno 
Alla calunnia il nome mio? Divelta 
Altri non m'ha di mia vita la vita? 

16 



E se il martir non ra' opprimea , fo solo 
Perché informato non naoqu' io di quella 
Argilla che a' lor vili alme •' implica. 

Dal più gran vitupero , «Ile più levi 
Perfìdie non vid' io ciò che il furore 
E l' empietà possa nell' uom ? Dal tristo 
Muggir di villanìa che d' odio spuma , 
Al debil mormorio della codarda 
Invidia, e al più sottil tosco d'abbietti 
Rettili, il cui guardo maligno puote 
Render loquace anche il silenzio, e velo 
Far del vero a menzogna, e un gesto arcano 
Mentendo, od un sospir, far che s'apprenda 
Degl' inetti nel cor la muta accusa. 

• * 

Ma vissi, e non invan: perder sua forza 
Puote Io spirto, e il sen questa che 1' arde 
Fiamma, — io posso perir; ma v'ha per certo 
Tal cosa in me che tempo e duol disfida, 
E , me spento , vivrà : cosa che nulla 
Ha di texren , di che non han quo' tristi 
Sospetto pur, pari al memorar di lira 
Cui più non tocche mormorali le corde; 
E ne' lor petti mitigati fi a 
Che scenda, ed in que' cori, or di macigno, 
Un tardivo d' amor desti rimorso. 

Ornai pieno è il desir : tacciasi. — ■ Or salve , 
Poter temuto a te ! che non hai nome , 



— 843 — 

■ 

E onnipotente sei : tu die in cotesti 
Luoghi t'aggiri nella notte, e allato 
Profonda arcana cmozion , che alcuno 
Non ha di tema aspetto, ognor ti rechi. 
Muriccie su cui 1' edera serpeggia 
Son tuo soggiorno eletto, e tale a questi 
Asil , da te presente , un sì profondo 
Senso s' aggiunge, e cosi ver, che parte 
Di ciò eh' era dapprima , e del passato 
Spettatori invisibili ne rende. | 

Qui delle genti l' indistinto udissi 
Strepito, ch'era, o mormorio di piéta, 
O plauder fragoroso, allor che morto 
Fu V uom dall' uomo suo simìl. Ma quale 
Di quel sangue cagion ? — Qual ? — L' imperante 
Della legge voler che quel cruento 
Circo corregge, ed il regal trastullo. — 
E come no? Che vai dove si cada 
Vii pasto a' vermi , 9 «e fra le nemiche 
File in guerra sospinto , o se caduto 
Di mezzo al Circo ? — Ambi teatri u' vassi , 
Qual più vi splende » imputridir, non sono? 

A me dinanzi il Gladiator vegg' io (56) 
SulP arena prosteso: egli alla palma 
Poggia il languido capo; — il fero sguardo 
Morir consente , ma celar si sforza 
Dell' agonìa gli spasimi ; la fronte 
A grado a grado al suol dechina: quelle 



— 244 — 

Che soli del «angue suo le ultime stille, 
E dalla gromma dell' aperto fianco 
Lentamente si sviano, son dense, 
Ed una ad una cadono , siccome 
Rada é la pioggia all' appressar del nembo. 
Ma già pargli veder che gli si rote 
L'arena, e, pria che il barbaro s'arresti 
Plauso pel vincitor, egli suocombe. 

L'udirà ei pur, né sen crucciava: ch'ebbe 
Gli sguardi e 11 cor lunge dal Circo intesi. — 
Poco curante della vita eh' ei 
Senza gloria perdea, dove selvaggia 
Sorge presso al Danubio una capanna 
Là col pensier si reca , e là di rozzi 
Fanciulletti uno stuolo ad infantili 
Giochi raccolti ei vede , e a quelli in mezzo 
La Dacia madre ne contempla. — Ed egli (57) 
Tenero padre lor, — egli, — svenato 

Di Roma al tripudiar vittima ! Tristi 

Pensier — che fuor prorompono col sangue. — 
Invendicato ei si morrà? Ti desta 
Artico abitatori Vien: — qui t'avrai 
Di che far possa il tuo furor satollo. 

Ma qui dove spirar le sue sanguigne 
Aure il delitto si scorgea; qui dove 
Tutte in pressa accorrevano le genti 
Sul valico incalzantisi, e muggendo, 
O mormorando, qual precipitoso 



— — .Di ditizqd b v Google 



— 245 — 

Si divalla da' monti , e tutto atterra 

In suo passaggio indomito torrente: 

Qui dove il biasmo , o U plaudir d' immensa (58) 

Romulea plebe era di morte alterno 

0 di vita segnai , sola or s' intende 

Mia voce — e il raggio pallido degli astri 
Sul!' arena riflettesi tacente, — 
Sugi' infranti scaglioni , — e le pareti 
Dirute, e sulle loggie ove i miei passi 
S'odon, come se forte eco rimbombi. 

Una mina ! — e qual ruìna ! Eretti 
Di lor mura massiccie immensi furo 
Palagi , e tuttavolta in spessi giri 

erri, che mai 
Di quanto già ne tolser non t'accorgi. 
Sgomberato era sol dunque , non guasto 
Quel monumento? Ahi lasso! A parte a parte 
L' osserva attento , e ben sue pieghe allora 
Note ti fien, che del colosso appieno 
La struttura argomenti: al solar raggio 
Ei schermirsi non sa, che sovra quanto 
L' etade o 1' uora sformò troppo sfavilla. 

Ma poiché il sommo vertice di questi 
Archi schiara la luna, e dolcemente 
Par che su vi riposi : allor che lungo 

1 massi screpolati i vivid' astri 
Brillano, e scote in sulle grigie mura 
Lor verdi selve la notturna brezza , 



— 246 — 

Siccome il lauro che il primier si cinse (59) 

Cesare intorno della calva testa: 

Quando la luce contemprata il guardo 

Appaga, e non offende, allor da questo 

Magico cerchio sorgono gli estinti. 

Chè assai prodi qui fur: — nè passo movi 

Che il cener non ne sia per te calpesto. 

— „ Finohè starassi il Colosseo, fia Roma; (60) 
„ Do v' esso cada, ella pur cade, e in nulla 
„ Fia di Roma al cader l'Orbe ridutto. „ — 
De' Sassoni èU'età che antica appella 
L'uso appo noi, dalle paterne mie 
Contrade, pellegrine alme — cotale 
Vaticino già fer nè ancor coleste 
Opre caduche dalle lor divelle 
Fondamenta perìan. Roma , e la sua 
Ruìna colossal cui possa umana 
Rintegrar non potrla : l'Orbe un immenso 
Antro tuttor di tristi asilo , o come 
Meglio nomarlo a te mortai convegna. 

Semplice, maestoso, aspro, solenne — 
Ara dicata a quanti ebber d' eletti 
Fama qui in terra, e d*ogni Iddio delubro 
Da Giove al Cristo : — ornato anziché strutto (61) 
Per man del tempo : spetta tor tranquillo , 
Mentre d' intorno a hii tutto è caduto , 
O accenna di cader — e trionfali 
Archi ed imperi — e mentre l'uom per duro 



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- 247 ~ 

Senlier di spine ingombro in ver la polve 

Traisi della tomba — o glorioso 

Monumento — n'andrai tu sempre illeso? 

La falce dell' etade e de' tiranni 

Lo scettro , contro te così si spezza ? — 

Te santuario di pietà , te d' arti 

Asilo, — o Panteon, di Roma orgoglio? 

Resto di giorni più famosi e d'ogni 
Più nobil arte ! Diffòrroato , e pure 
Perfetto ancor: nel tuo ricinto un diro 
Olezzo v' ha che molce i cori ; — o sommo 
Tu dell' arti model : per chi nuli' altro 
Fuor che antiche memorie in Roma cerca 
Sol suoi raggi a costui Gloria dispensa 
Dalla cupola eccelsa : e l'alme pie 
Han di che trarsi all' are, e porger voti; 
E chi del Genio é ammiralor, ai cento (62) 
Busti riguardi di che s'orna intorno 
Questo recinto , e il suo desir fia pago. 

Carcere è qui , che d' orrida tenèbra (63) 
Involuto si sta: di que' secreti 
Rivolgimenti in sen che veggio? Nulla. — 
Si riguardi! — Due forme lentamente 
Agli occhi si rivelano — indistinte 
Larve del mio pensier: ma no! che veri 
Son quegli aspelli. — Ecco un Vegliardo , e seco 
Donna gentil sul fior degli anni, fresca, 
Quasi madre che al pargolo provveda 



— 248 — 

Che il puro sangue in nettare converte. 
Ma qui che fa? Perchè nudato ha il collo? 
Perché jpriw di vel le alabastrine 
Turgide poma del bel sen rivela? 

Di dolce latte ridondanti io veggo 
Della vita le due pure sorgenti: 
Questo sul cor, che vien dal cor, primiero 
Alimento, e di tutti il più soave 
Sugge il bambin, mentre su lui dechina 
Gli occhi la paga avventurata madre, 
Tutta intesa a spiarne gì' innocenti 
Sguardi, e il morente in sulle labbra al nato 
Singulto che del duol l'assenza esprime. 
Ridir T uomo non sa quanta si spanda 
In quel seno dolcezza allor che vede 
In culla il fanciullin crescer, siccome 
Fior che a sbocciarsi a poco a poco intende. 
Pur da cotesto fior qual fia che sorga 
Frutto? Io noi so: Caìn d'Eva nascea. 

- 

• 

Ma a Veglio quivi giovinetta Donna 
Porge, suo proprio don, quest'alimento: 
Coiai di sangue a chi le dié la vita 
Ella rende mercè! — No, finché l'alma 
Salute, e il santo figliale affetto 
Serbino in quel fecondo amabil seno 
Vive le fonti di natura elette, 
Più assai feconde dell'egizio fiume, 
Ei non morrà. — Bevi a gran sorsi in questo 



— 240 — 

Leggiadro seti, Veglio, la vita: oh! unto 
Nettare nè anco in ciel fruir potrai. 

Ai par di questo ver pura, la via 
Lattea non è, favola illustre, in cielo; 
Ch'ella di là più dolcemente splende, 
Ma più grande trionfo alla natura 
Da questo di sue leggi eccelso , arcano 
Mutamento provien ; chè sì ammirata 
Per T abisso non é degl' infiniti 
Spazj ove "questa luminosa polve 
De' mondi brilla. — Ohi di qual v'ha nudrice 

Più santa tu: non mai fia che di questo 

Limpido rio che a dissetar paterne 
Labbra movea, stilla si perdal Ch'ei 
Alla sorgente sua volle la vita 
Ridar , siccome 1' alme nostre , scosse 
Dall' ingombro mortai , riedono in grembo 
Dell'universo che con lor si mesce. 

Or T Adriana mole in alto eretta 
A visitar si tragga, a cui le antiche 
Norma già dier piramidi d' Egitto. 
Di gran modello informe copia, cui 
D'Imperator si piacque il pensier vago 
Dalle Niliache trar remote sponde, 
Onde poscia a costrur l' arte dannasse 
Tale un palagio che a giganti eretto 
Parve, e il vano dì lui cener coverse! 
Oh! qual, di tanta origine pensando 



— 250 — 

L' enorme frutto , al passeggier sul labbro 

Filosofico ipunla amaro ghigno! — 

« 

Ma ve'! L'immensa ne si scopre augusta (65) 
Basilica, appo cui sol breve cella 
Di Diana il mirabile parria 
Vasto delubro ; — venerando a Cristo 
Tempio sacrato , e sulT islessa tomba 
Del suo martire eretto. Io vidi il mostro 
D'Efeso un giorno: — e nel deserto sparle 
Vidi le sue colonne, e sotto a quelle ' 
Starsi r Jena ed il Giacoal. — Lucenti 
Pur di Santa Sofia di contro al sole 
Elevarsi le cupole vid'io: 
E in quel solenne santuario appunto , 
Mentre vi stava alle sue preci intento 
L' invasor Monsulmano , io penetrai. 

Ma tu, fra quanti mai s'ebbe fi vetusto* 
Tempo delubri, o la novella etade, 
Tu se' più grande — cui nuU« somiglia ; 
Tu il più degno di Dio, tu ti santo, il vero, 
Infin dal dì che desolata giacque 
Sol i ma , allo r eh ' Ei disertò la prima 
fillade eletta a lui; fra mille in terra 
Templi locati a venerarlo , quale 
V'ebbe giammai di più sublime aspetto? 
Giunta a potenza maeslade , e insieme 
Gloria , forza , beltà , tutto in cotesto 
Del culto eterno monumento cui 
Nulla macchia oscurò, tutto s'aduna. 



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Varca le soglie: ond'avvien mai che a tanta 
Maestosa grandezza il cor non slupc? 
Non che ti sembri angusta più; ma l'alma 

Dal Genio di colà resa gigante 

Degna stanza di sé questa sol crede 

Ove l'eterna sua speme s'afforza. 

E un dì verrà che faccia a faccia il tuo 

Nume, se degno ten farai, ravvisi, 

Siccome appunto il suo contempli adesso 

Santo de' Santi : allora oh ! più non fia 

Che d' un guardo il Divin t' arda e consumi. 

Inoltri : e te 1* eterna sua vaghezza 
Inganna sì, che vie più grande il vedi 
Quanto t'avanzi più, qual di sublime 
Giogo la vetta par che si dilunghi 
Da chi vi sai. L'infinità più cresce 
Concorde coll'insiem; — chè nelle immense 
Forme tutto è armonìa: — splendidi marmi — 
Più venusti dipinti — aurei sulle are 
Candelabri splendenti — eccelso tempio, 
Aerea infili testuggine che vanto 
Avrà su quante più leggiadre moli 
Metton nel suol le fondamenta — ch'ei 
Erge fin là dov'ban le nubi impero. 

Tutto d'un guardo solo a te dimostro 
Esser non può quant' m sta : diviso 
11 gran tutto rimanga, onde di troppo 
Gravato e oppresso il meditar non «a. 



— 252 — 

E come 1' ocean partesi in mille 
Lidi che a sè traggon gli sguardi , — volgi 
La tua mente così sovra gli oggetti 
Che più presso ti stanno, e sì l'acume 
De' tuoi pensi cr v'intendi, insin che sculle 
Serbi nell' alma le eloquenti forme ; 
E a parte a parte ti si svolga innante 
Quel magnifico insiem ; chè invan d' un solo 
Sguardo lui misurar tentato avresti, 

Non sua colpa — ma tua. Chè nulla i nostri 
Labili esterni sensi intender puonno 
Che grado a grado: — ecco ragion perch'ogni 
Linguaggio è muto ove a spiegar s' astringa 
Sublime interna affezione. Ed ecco 
Perchè al nostro stupor tal renda, questa 
Si altera mole e sì perfetta, inganno: 
E quell' immensità cui nulla è pari 
Sfidi gli angusti limiti di nostra 
Natura pria, finché con lui più grande 
Fattasi l'alma a poco a poco, al fine 
L'intelligenza a pareggiar s'aderga 
Qualunque obbietto a contemplar si volga. 

Allor ti posa, e fiso in quel celeste 
Lume ti bea : ben altro è qui che il miro 
Di sorpresa piacer, o dall'augusta 
Del loco màestade in noi ridesto 
Sentimento sublime, o dato all'arti 
Plaudir di voce , o a que' Sommi per cui 



Tanta mole sorgea, che la vetusta — 
Benché dotta counto — i età non valse 
Pur solo a concepir. Le fonti arcane 
Del sublime qui son: qui l'imo abisso 
Ella ti svela; e quivi aureo raccorre 
Largo tesor vi puote, e apprender quanto 
Ei valga a concepir, l'umano ingegno. 

Al Vaticano or ti rivolgi il duro 
Strazio a veder di Laocoonte in cui 
Par nobile il dolor; paterno affetto, 
Agonia d' uom con tal virtù che eccede 
Sforzo mortai per lui sofferti : — e indarno 
Col possente dragon misero veglio, 
In lutta estrema affannasi, chè forte 
Già già l' immane rettile lo serra 
Di sue spire venefiche — ed angosce 
Apponendo alle angosce , al fin ne' suoi 
Vie più tenaci vincoli l'uccide. 

Ve' quel Dio che infallibili dall' arco 
Saette avventa: ei della vita sire, 
De' vati a un tempo e della luce : — cinto 
D' umana fórma il Sole, e di novello 
Vanto corrusca la sorrisa fronte, 
Dardo pur ora sprigionò che splende 
D' un Immortai nella vendetta; altero 
Sulle labbra e sugli occhi un'fier disdegno 
Gli posa intanto, e gli sfavilla in volto 
Potenza e maestà; mentre il temuto, 
La presenza del Dio , sguardo palesa. 



Ma nelle forme dilicate — larva 
D' amor vaga così , cosi perfetta 
Di man dì ninfa solitaria uscita, 
Cui <!' amante immortai da' cieli atteso 
Il core sospirò, che di co testa 
Arcana vision la Feo delira — 
S' accoglie quanto di divin quest' una 
Ideale beltà potè giammai 
All' alma insinuar ne' suoi rapita 
Men terreni trasporti , allor che spiro 
Eran celeste — immortai raggio — i forti 
Amorosi pensier: — - che tutti in uno 
Stavansi punto lucido coro' astro 
Sin che un nome da lor surlo non fosse 1 

E s* egli è ver che Prometèo rapita 
Abbia la fiamma al Ciel che ne consuma , 
Colui che far d' eterna gloria degno 
Questo marmo poetico potèo 
Ben gliela rese ! — Chè se fu mortale 
La man che Io scolpla, di uman pensiero 
Ei concetto non era. A lui l' istesso 
Tempo recar non seppe oltraggio, ond' egli 
Serba non tocche ancor le dilicate 
Ciocche del suo morbido crin: nè ancora 
11 velo deir età quel marmo addita , 
E quel foco divin che le perfette 
Sue membra gì* informava anco respira. 

Ma il pellegrin dov* è? Queir ente eh '-ebbe 
Parte già tempo a' versi miei? Ben tardo 



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Farmi seri riede! — Ei non è più! Son questi 

Gli ultimi suoi sospir. Fine han gli errori , 

Svanir le visioni, e neh" obblìo 

Del nulla ei stesso si travolse. Oh ! s' altro 

Fuor che di pura fantasia concetto 

Era, e nel tristo novero potea 

Aggiungersi di que' che viver deimo 

E sofferire — ei si dilegui , e 1* ombra , 

Del caosse ne' vortici si perda , 

Là 've F ombre s' accolgono , e le essenze , 
La vita, e quanto si per tiene al suo 
Stato mortai. Là denso un vel le cose 
Universe ricinge, ed in ignude 
Le converte fantasime : una nube 
A noi frapponsi, e a tutto eh' ebbe nome 
D'illustre un di, finche lei non diradi 
La gloria al fine, e si diffonda intorno 
Aureola malinconica che fioco 
Sull' imper delle tenebre tramanda 
Lume triste assai più, della più trista 
Notte, poich' eUa U nostro sguardo svia, 

E a tuffarsi nel trae fin negli abissi, 
Onde che fia di noi cercarvi , quando 
Questa spoglia mortai novella assuma 
Forma, e più vii, più misera di quella 
Ch' oggi rivela ; ed a bearci in -vano 
Desir di fama , e della polve un nome 
Trar che più non udrem. — Non mai, soave 



Pensiero ! — riaver Y antico puossi 
Essere: oh! basti ornai cbc sovrapposto 
Una volta ne fòsse il duro incarco 
Per che speizossi il core , e grondò sangue ! 

Silenzio I — Dagli abissi un suon s' intende 
Lontano orrendo murmure — cui solo 
Di nazion che sanguini, trafitte 
Per ferite mortai , pari è il lamento. 
Fra il tempestoso orror della tenèbra 
Si spalanca la terra, e a mille a mille 
In queir atra vorago errano V ombre. 
Ma qual prima è di lor mostra regale 
Aspetto ancor, benché più non le posi 
La corona sul crin. Squallida in viso , 
Pur bella , al seno un fanciullino , oppressa 
Da materno dolor stringesi; al seno 
Che più nulla per lui serba conforto. 

Di monarchi e di prenci ultimo germe 
Ove se* tu ? Soave speme a tanti 
Popoli, tu cadevi? Or non potea 
Te r avello obblìare, e men sublime 
Mietere, e men di te cara una vite? 
Sendo notte a metà , mentre pel tuo 
Figlio querele ancor spargevi , — o solo 
D'un istante tu madre, — ecco per sempre 
Te a quel fero martir morte togliea. 
Ed ahi 1 eh' ebbe con te fine la nostra 
Gioja presente, e alle Isole regali 



— 257 - 

Di più lielo avvenir — cui già parea 
Rider propizio il Ciel , — mancò la speme. 

La rozza del colon consorte spone 
Il proprio nato , e pe' suoi di non teme : 
Oh ! non potea te pur coglier simile 
Ventura, te tanto felice, e Unto 
Adorata, dapprìa? Chi sul feretro 
Di re non piange, piangerà sul tuo, 
Nè più ornai liberta Ha che rammenti 
Le altre perdite sue , sol di quest' una 
Fatta gemente e sospirosa : eh' ogni 
Speme ella in te riposta s' ebbe , e al vago 
Tuo capo soprastar V Iri vedea. 
E tu, misero Prence, e tu sì tosto 
E sì repente in vedovil caduto 
Slato solingo , — invan cosi ti furo 
Noti i diletti d' Imeneo ! D' un anno 
Consorte tul — di fanciullin che appena 
Nato , già più non è , tu genitore ! 

Altro dunque non fu tua nuziale 
Vesta, fuorché vesta di duolo? E in polve 
Vidcrsi i frutti d' Imeneo conversi ? 
In cener quivi ella si stà la vaga 
Dal nero crin dell' Isole donzella, 
Amor di gente senza fin, cui tenne 
Stretta in soave impero ! Oh ! come dolce 
Al nostro cor parca dei dì remoti 
Fidarle il provveder ! E benché arriso 



— 258 - 

Il destin non avrìa che sulle nostre 
Ossa , pur ne godea 1' alma in pensando 
Come al nato da lei darìeno i figli 
Omaggio e fede; alla Regal Donzella 
E all' atteso Garzon benedicendo. 
Lui di che già vedeam mille felici 
Eventi sfavillar, siccome brilla 
Ogni astro al guardo del colono — e tutto 
Parve meteore che si accende e muore ! ! 

Nostro danno, e non suo: — - ché dolcemente 
Ella riposa. — Della mobil plebe 
Il fugace plaudir, d'aulico il vile 
Fraudolento consiglio, i menzogneri 
Oracoli che ognor s' udirò ai prencr 
L' orecchio lusingar , d' allor che poste 
Fur dell' imper le fondamenta , al giorno 
Che le sdegnose nazioni all' arme 
' Da furor vinte si cacciar: funesto (66) 
Alto destin che i più possenti atterra 
Monarchi, e orrendo in sulla lance gitta 
Pondo temuto, ond'è che tardi, o tosto 
L' onnipotenza lor cieca si spezza , — 

Tal V attendea destin : ma no che !" alma 
Creder noi sa : sul fior degli anni sui 
Bella cotanto eh" era 1 Amabil senza 
Conato ! Grande , incontra lei non sorse 
Verun nemico mai ! — Consorte jeri , 
E genitrice: — ed oggi? — Oh ! che soavi 



— 259 - 

Queir istante crudcl vincoli franse ! 

Del padre tuo dal cor trafitto, a quello 

Che il più vii chiude de* tuoi servi in petto, 

Trista si propagò non interrotta 

Di tanta ambascia elettrica catena, 

Che P urto fier parve simile in tutto 

A quel d' orrendo vastator tremuoto: 

Ed or 8* attrÌ8tan que' reami cui 

Co tal per te struggeva amor, olir tanto : 

Nessun altro polca nudrirti affetto. 

Eccolo , Il Nemi ! — Di selvosi colli (67) 
Cinto così, che mentre impetuoso I 
Il turbine dal suol le alte divelle 
Vetuste querce , e insino al ciel le spume 
Dell' inondante pelago sospinge , 
Sol ci del lago — al furiar crescente — 
Lo specchio cristalhn non si commove. 
Ma qual dissimulata tra, tranquillo, 
Freddo immobile aspetto ei no dimostra, 
Che nullo evento conturbar eaprla: 
E in sé medesme si rivolgon spesso 
L'onde, sembianti a reo serpe sopito. 

• 

Divise appena dal Nemenio Lago 
Discorron Ponde dell' Albano, a mezzo 
Di prossima vallèa; — più lunge il Tebbro (68) 
Voi ve con mille ondeggiamenti e mille 
Suoi biondi flutti, e la marina bagna 
Le Lazie sponde ove suonar s'udia 



— 560 — 

L'epica tromba un dì: L'amie b l'Eroe; 

La di cui stella gloriosa in cielo 

Ai fati amica d' un imper rifulse. — 

Sul destro lato il placido ritiro 

Scorgesi u' Tullio a riposar traea 

Lunge dal vano strepitar di Roma; 

E là dove all' uman guardo fa velo 

Lunga catena di sorgenti colli 

Furo i campi Sabini , e quella tanto 

Cara al bafdo d' Augusto amena villa. . 

Ma tacciasi oggimai. D' Aroldo il voto 
Non è compiuto forse? Or tempo è alfine 
Ch' io men disgiunga , — e sia: — cessaro a un tempo 
Colle sue le mie cure. E pur concesso 
Siami con seco il riguardar sull' onda 
Una fiata ancor. Ella dinanti • 
Ci si para ampiamente, e dalla vetta 
D' Alba , T amico riveder di nostra 
Giovinezza possiam , quell' oceano 
I cui flutti di Calpe infra le rupi 
Aggirarsi vedemmo allor che il corso 
Sin là fu vólto u' il negro Eusin si frange 

Sulle azzurre Simplégadi. Lunghi anni — « 
Lunghi assai I benché il novero ne sia 
Breve — dal dì si volsero che al nostro 
Peregrinar demmo principio. E d' onde 
Partimmo allor, ne ritraean pur sempre 
Dell'alma il cruccio, e le dal ciglio espresse 



Slille di duol. Pur non invan percorsa 
Fu per noi la mortai carriera — ed alta 
Mercè n'avemmo — e ne si dona in questi 
Luoghi: — chè è gran mercè sentirei ai dolci 
Raggi del sol ridato , e in un raccorre 
Dalla terra, dal mar, dal ciel coleste 
Gioje pure cotanto e lusinghiere , 
Qual se a turbarle od attoscarle alcuno 
Non v'avesse quaggiù mortole abbietto. 

Oh ! perchè non poss' io fra' boschi trarr* 
La vita, e meco aver Ninfa celeste 
Nel solingo a bearmi .asil tacente? 
Perchè tutto obblìar l'umana stirpe 
Non posso, e senza aver d' odj vaghezza 
Nulla amar, nulla vagheggiar che Lei? 
Non voi — pel cui tumultuar, me stesso 
Sento di ,me maggior , — non voi potreste , 
O elementi! far paghi i desir miei? 
Erro fors' io , quando ho credenza , eh' enti 
Simili in terra abbiano stanza? Oh! vero 
Questo ben fia, che a nullo, o a pochi forse, 
Venne con lor di favellar concesso. 

Avvi ne' boschi taciti un incanto : 
E un' ebbrezza non men serban le chete 
Solinghe piagge : e v' è un asilo u' nullo 
Importuno penètra, in riva all'acque 
Dell' occàn profondo; ed armonìa 
Hanno essi pure i procellosi fluiti. 



— 262 

Né men per questo ho caro V uom , ma meglio 
Mi si addice natura; ond' è che seco 
Altra fiata già men venni in dolci 
Colloqui! ed ivi più non ftii qual era , 
O quale esser potea , perchè commisto 
N'andassi all'orbe, e in me provassi quanto 
Ridir non so , nò appicn celar post* io. 

Profondo, immense, azzurre acque perenni, 
0 mar! — rivolgi! Innumere sul tuo 
Dorso le flotte scorrono , ma indarno : 
L' uom di ruìne II suol copre — ma vana 
Fassi presso al tuo ìido ogni sua possa. — 
Son opra tua quante gli equorei calli 
Stragi infestar giammai , nò V ombra sola 
Resta di ciò ohe l* uom struggea, di sua 
Ruìna in fiior, quando ne 1 gorghi immensi 
Simile a stilla s' inabissa , estremo 
Anelito emettendo , onde rimansi 
Insepolto cadavere , di sacre 
Non confortato mai funebri pompe 
Né bara ha che V accolga , a tutti ignoto. 

Sue traocie V uom sul suo sentier non lascia , ■— 
Nè spoglia ebbe giammài del tuo domino-, 
Chè tu surto in furor da te lontano 
Nel cacci: — il vii poter ch K ei della terra 
Esercc a' danni è a le di scherno oggetto; 
Chè tu dal grembo tuo misto alle spume 
Sino al ciel lo sospingi, e sì per gioco 



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— 263 — 

Mentre muggente lo sfracelli , a' tuoi 
Numi r invi» dov' ei tutta sua frale 
Speme ha riposta; indi in propinqua terra, 
O ad un porto il trabalzi , e un' altra volta 
L' urti alla riva , e ve lo stendi immolo. 

Che sono i bronzi bellici traenti 
A fulminar delle città sul tuo 
Lido costrutte le petrose mura, 
Per cui le genti sgomentarsi , e nelle 
Lor rocche i regi impallidir fur visti? 
Che son queste di querce alte castella 
11 cui fianco capace, orgoglio in seno 
Desta cotanto a' lor rettori abbietti , 
Sì eh' appellarsi ambiscono de' mari 
Signori, e delle pugne arbitri? Ei tuoi 
Trastulli sono , e al par di bianca spuma 
Nel più profondo gorgo li ravvolgi, 
U' dell' Armada il superbir, e a un tempo 
Sperdi del Trafalgar le spoglie opime. 

* 

Le piaggie tue son tali imper che sempre 
Mutansi , e tu se' tuttavia l' istesso. — 
E l'Assiria, e la Grecia, e Roma, e l'alta 
Cartagine ove son? Quelle superbe 
Rive tuoi flutti già battean ne' lieti 
Giorni di libertà , poscia a' tiranni 
Assoggettate le vedesti: e i loro 
Dominj prenda irne all'eslrano, e servi 
Dargli tributo i popoli. Fatale 
In deserti mutava il lor destino 



' — 264 — 

Reami alteri. Ma non tuoi cotesti 
Danni si fur, che nulla in te si muta, 
Fuor che i sonanti tuoi marosi. — Il tempo 
Nullo di sé sul!' azzurrina fronte 
Vestigio t' imprimea : — tal eri all' alba 
Prima del mondo, e tale ancor tu sei. 

Miro speglio 've accoglici I" eterna 
Immago di Colui che tutto puotc, 
Fuor de' nembi riflessa: or cheto, or vólto 
Dall'imo al sommo in guerra — o se la brezza 
Levemente t' increspi , o se t' aggiri 
Turbo improvviso in orrida procella: — 
Gelido a* poli , — tumido cocente 
Sotto la zona torrida: di nullo . 

■ 

Confin tu stretto, tu sublime: — immago 
D' eternità — dell' Invisibil trono : 
Dal limo tuo, fecondo ei stesso, i mille 
Sorgon mostri d'abisso: a te ciascuna 
Dell'orbe regìon piegasi, e solo, 
Tremendo, impenetrabile t'avanzi. 

Sempre, oceàn, t'amai: prima fra tutto 
De' primi anni fu gioja irne vagando 
Pel seno tuo, siccome errano incerti 
1 marosi qua e là. Bambino ancora 
Lottai coli' onde, e quel lottar fu pieno 
Di delizie al mio cor; e se più forti 
Parver le ondate minacciar — diletto 
Pur dal periglio io ritraea : ché teco 
M'era qual un de' figli tuoi; fidente 



— 265 — * 

A qual fosse maroso , ovunque , stesa 

Su»' umido tuo orin — pur come adesso — 

Qucst' impavida destra , io mi commisi. 

Or V opra al termin suo volse : cessaro 
1 canti miei: — non più che d'eco un suono 
Questa voce s' è fatta. Ornai degg' io 
Di questo, ahi! troppo prolungato sogno 
Franger P incanto ; e quella fiamma estinta 
Mandar, cbe nutricò finor la mia 
Lampa nel bujo della notte : — e quanto 
lo qui vergai — riroane. A che più degno 
Non è il carme d'assai? Ma ciò che un tempo 
Fui, più non son: — men chiare a me dinante 
Mie visioni affacciami j — e quel fòco 
Che ardea lo spirto illanguidisce, c sviene. 

Vale! Parola è questa che a fatica 

Esce dal labbro , e nota è di dolore , 
E d'amarezza; — pur — Vale! o gentile 
Che il peregrin fino all' estremo varco 
Seguir volevi: oh! se in tua mente serbi 
Pensier che un dì covasse ei pur, se vivo 
D'esso il membrar ritieni, ei non invano 
Allacciati s'avTà calzari umili 
Nè di conchiglie invan capuccio ornato 
Agli omeri sospeso avrassi. — Oh Vale! — 
Martir, se pur ve n'ha, sol ci se l'abbia: 
E a *c del carme suo rimanga il senno. 




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NOTE 

AL CANTO PRIMO 



N. 1. — 11 piccolo villaggio di Castri occupa una pane 
del terreno dell' antica Delfi. Lungo il sentiero della mon- 
tagna di ritorno da Crissa si trovano gli avanzi delle tombe 
scavate nel vivo sasso. La mia guida me ne additò una, dicen- 
domi , eh' era stata posta ad un Re che scavezzavasi il collo 
cacciando. Sua Maestà avea per certo scelto il più conveniente 
luogo per una tal morte. 

Poco più sopra di Castri , avvi un antro d* immensa profon- 
dità: credesi che la Pitonessa rendesse di colà i suoi oracoli. 
La parte superiore è lastricata, e serve in oggi di stalla. 

Dall'altra parte di Castri trovasi un monistcro greco; e più 
in alto, alla distanza di pochi passi, vedesi un'apertura nella 
rupe, ed alcune grotte il cui accesso e difficilissimo, e pare 
che prosegnano nell'interno della montagna, probabilmente 
sino alla Caverna Coricia, di che parla Pansania. La fontana 
Castalia ha la sua sorgente in questo luogo. 

N. 2. — Il convento di N. S. Della Pena f) Nassa Senora 

(*) Dopo la pubblicazione di qnesto Poema seppi che aveva male inter- 
pretato il titolo di Nossa Senora de Pena. L' errore proveniva dacché non 
aveva osservato il tilde sovrapposto all' n che dà al vocabolo Pena un 
significato diverso. Con quel segno, Pena vuol dire rupe ; nou essendovi 
il segno ha la significazione da me apposta. Non credo però che tale 
inavvertenza abbia dato luogo ad un contro-senso: poiché «ebbene il con- 
vento appellisi TI. S. delle Bupi , 1" austerità delle pratiche di que' monaci 
scusa il senso che ebbi dato dapprima alla parola Pena. 



— 270 — 

de Pena , è situato alla sommità della rupe. Alle falde , e 
poco lungi di la trovasi il convento di Cork, dove S. Onorio 
scavavasi la grotta, die mostra alla parte superiore il di lui 
epitaffio. Dalle alture di questi monti , il mare accresce la bel- 
lezza della prospettiva. 

JV. 3. — È fatto conosciutissimo, che gli assassinj commessi 
nell'anno 1809 per le vie di Lisbona e pei dintorni dai 
Portoghesi non vennero a ferire i soli loro concittadini. Tut- 
todì vi erano Inglesi trucidati, ed invece di poter ottenere 
che fossero repressi questi delitti, ci venne raccomandato di 
non prendere parte alle risse de 1 nostri compatrioti co' loro 
alleati, lo venni assalito un giorno mentre recavami al teatro , 
esseudo le otto della sera , quando più che in qualunque altra 
ora sono gremite di gente le contrade* Un magazzino vedevasi 
di fronte, ed io stavami in vettura con un amico. Fu somma 
fortuna clic avessimo delle armi i altrimenti avremmo dato senza 
dubbio motivo altrui di raccontar l' avventura invece di raccon- 
tarla noi stessi. Nè l'aasassioio si pratica blamente nel Porto- 
gallo. In Sicilia , ed a Malta siamo — noi Inglesi — sgozzati 
nella notte; nè mai vedesi punito un Siciliano od un Maltese. 

N. 4. — La Convenzione di Cintrt fu sottoscritta nel 
palazzo del Marchese Ma rial va. Le ultime imprese di Lord 
Wellington hanno fatto dimenticare lo follit di (intra. Quanto 
egli operava è veramente prodigioso: cbè ebbe forse cangiato il 
carattere d'una nazione, ricouciliate superstizioni rivali , e sbara- 
gliato un nemico, che i suoi predecessori giammai non aveano 
visto arretrarsi. 

JV. 5. — L' estensione di Mafi a è meravigliosa : che racchiude 
un palagio, un convento, ed una chiesa magnifica. I sei organi 
. ch'ella contiene sono i più belli clic mai vedessi , almeno per gli 
ornamenti esteriori. Noi non gli udimmo, ma perciò che ci vien 
riferito, il loro suono ben merita cotanto lusso. Mafia dicesi 
l' Escurittlc del Portogallo. 




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iV. 6. — Ho caratterizzati i Portoghesi quali li trovai ; ma 
e cosa evidente che abbiano d'allora guadagnalo, se non altro, 
in coraggio. 

N. 7. — La figlia del Conte Giuliano, l'Elena della Spagna. 
Pelagio si conservò indipendente fra le montagne dell'' Austria ; 
e i discendenti de' suoi partigiani, videro alcuni secoli dopo 
coronati i loro «forzi colla conquista di Granata. 

M 8. — „ riva d Re r Fernando! „ — Tale è l'in- 
tercalare della maggior parte delle canzoni patriotichc degli 
Spagnuoli; dirette per lo più contro il Principe della Pace. 
Ne intesi cantare alcune; le arie n'erano assai belle. Godoy, 
Principe de la Pax , nacque a Badajoz sui confini del Porto- 
gallo. Entrato dapprima nelle Guardie Spagnuole, vi stette sino 
a che, attirali «opra di sè gli sguardi della Regina, fosse p< 1 
di lei favore creato Duca d' Alcudia ecc. ecc. Gli Spagnuoli 
imputano generalmente a costui la rovina della loro patria. 
iV. 9. — La nappa rossa , col motto — Fernando Septimo. — 
N. 10. — Chi ha viste una batteria dee rammentarsi che 
le bombe, e le palle da cannone sono ammassate in forma 
piramidale. La Sierra Morena era fortificata m tutti quei di- 
stretti pe' quali venni a passare, trasferendomi a Siviglia. 

N. li, — Tali furono le imprese della Vergine di Saragozza. 
Mentre l'autore trovavasi a Siviglia, ella passeggiava sovente al 
Prado adornata delle decorazioni e delle medaglie che aveva 
ricevute dalla Giunta. 
N. 12. — . 

„ Sigilla in mento impressa amoris digitulo 
Vestigio demonstrant mollitudinem. „ 

All. Gell. 

N. 13. — Queste stanze furono composte a Castri (Delfi) alle 
falde del Parnaso , detto oggi — Aiaxup* 
JV. 14. — Siviglia era l'I spali dei Romani. 



— 272 — 

N. 15. — Questo scrissi a Tebe, e per conseguenza nella 
migliore posizione possibile per movere questa quistione e do- 
mandarne la risposta: che non considero Tebe come patria di 
Pindaro, ma come la Capitale della Beozia dove fu proposto c 
sciolto il primo enigma. 

N. 16. — 

„ Medio de fonte leporum 
Surgit amari aliquid quod in ipsis floribus angat. „ 

Lccret. 

JV. 17. — Alludesi alla condotta ed alla morte di Solano, 
Governatore di Cadice. 

jV. 18. — La guerra al coltello — Risposta data da Palafo* 
ad un Generale Francese all' assedio di Saragozza. 

N. 19. — Il nobile I. W. Uffiziale delle Guardie, die mori 
còito dalla febbre a Coimbra. Lo praticai per bcu dicci anni ; 
e quel tempo fu la miglior parte della sua vita , e la più av- 
venturala della mia. 

Nel breve spazio di un mese , ho perduta colei che m* ebbe 
data P esistenza , e gran numero di coloro che me l" aveano resa 
tollerabile. 1 seguenti versi di Young non sono più per me una 
fi nzione : 

„ Insatiate archer! could not one suffìcc? 
Thy shaft flew thrice, and llirice my peace was slain, 
And thrice ere thrice yon moon had fili* d her horn. „ 

„ Insaziabile arciero! (GÌ' Inglesi danno alla morte una freccia 
„ non la falce ). Or non ti bastava ella una vittima? Tre volte 
,, il tuo strale partiva , e tre volte io n' ebbi il cuore trafitto : 
„ tre volle, anzi che la luna mostrasse tre volte pieno il suo 
,, corno. ,, 

Avrei dovuto destinare qualche verso alla memoria di Carlo 
Skiniier Matthews,Socio del Collegio Downing a Cambridge , se 
non fosse stato superiore di troppo alle mie lodi. L' elevatezza 



della sua menic *i rileva dai più grandi onori da esso ottenuti 
in concorrenza de' più abili candidati di Cambridge. Questi „- 
non lo resero colà rinomato: mentre le sue buone qualità vi- 
vono ancora nella rimembranza degli amici che lo amavano 
troppo per invidiargli la superiorità che aveva sopra di loro. 

NOTE 

AL CANTO SECONDO 



o- 



N. I. — Una parte dell'Acropoli fu distrutto dall' espi 
sione di un magazzino di polvere, durante l'assedio de' Ve- 
neziani. 

JV. S. — Ognuno può provare in se stesso, od immagi- 
nare il dolore, e la tristezza che si risvegliano nell' animo 
nel contemplare le rovine. delle Città, capitali un tempo d' im- 
peri. Le riflessioni che suggerisce una tal vista sono state 
l'atte troppo spesso perchè io giudichi necessario di qui ripro- 
durle. Ma non mai la pochezza dell'uomo, e la vanità delle 
sue migliori virtù , — il patriottismo che loda la terra natah- , 
ed il valore che la difende — compajono con maggior evidenza, 
come nella ricordanza di ciò che fu Atene, e nella certezza di 
ciò che è di presente. Questo teatro della lotta di possenti fa- 
zioni, delle contese degli oratori, dell' innalzamento e della 
caduta de' tiranni, del trionfo e della condanna delle gene- 
razioni, divenne ora una scena di vili maneggi, e di perpetue 
risse, fra gli agenti accattabrighe di alcuni nobili, e di varj 
geiUry Britanni. „ Le volpi selvaggie, i barbagianni, ed i ser- 
penti entro alle mine di Babilonia „ erano al certo meno di- 
struttori di tali abitanti. I Turchi possono addurre in i scusa di 
lor tirannia la conquista, nè altro fecero i Greci che subire la 

18 



•9— ■ 



— 574 — 

■ 

torte della guerra cui vanno ben anco soggètti i pòpoli più 
valorosi. Ma quanto non saranno essi colpevoli due pittori che 
si disputano il privilegio di spogliare il Partenone, ed a vicenda 
trionfano , secondo il tenore dì ogni nuovo Firmino! Siila 
potea soltanto punire, Filippo Soggiogare, e Serse ardere Alene: 
ma riserbavasi ad un meschino Antiquario , ed a' suoi sfrontati 
emissarj di renderla tanto sprcgievole, quanto eglino stessi. 

Il Partenone, prima che fosse in parte distrutto nell' assedio 
de' Veneziani , era stato successivamente un tempio pagano, una 
chiesa, ed una moschea. Sotto qualsiasi rapporto ci fu un og- 
getto ammirabile : aveva cambiato di adoratori , era però sempre 
stato un luogo di venerazione, un luogo tre volte cousecrato dai 
culto. Ma, ohimè! 

„ Man, vain man, 
Drcst in a little brief authority, 
Plays such fantastic tricks beforc high heaven 
As make tbe angels weep. ^, 

„ L'uomo, l'uomo vano, rivestito di un' autorità effimera, 
,, commette in faccia al Cielo di colali eccessi che fanno pian 
gere gli spirili angelici. „ 

A". 5. — Non sempre ebbero i Greci il costume di bru- 
ciare gli estimi : il corpo del grande Ajace hi sepolto intiero. 
La maggior parte degli eroi erano riputali bei , dòpo la 
loro morie, ed era statò ben dappoco colui, thè non aveva 
alla su» tomba ÒV giuochi annuali, e ileìle feste lnstiiuile dai 
suoi concittadini onde onorarlo, come appunto si praticò coh 
Achille, con Hrasida ecc. é perfino cori Antinoo, che ebbe tanto 
eroica la morte, quanto n'era stata infame la vita. 

JV. 4. — 11 tempio di Giove Olimpico, sessanta colonne del 
quale tutte di marino esistono àncora. Ei n'ebbe in origini 
centocinquanta. Alcuni Scrittori però hanno preléso ch'esse spel- 
Uvmto già al Partéiiohè. 



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N. 5. — Il vascello aveva nàufragato nell* Arcipelago. 
N. 6. — Quese' oggi — 3 gennajo 1809 ~ oltre tutto 
quello che fu già inviato a Londra, un vascello Idriota hà 
gettato l'ancora nel Pireo, onci' esservi caricato dJ tutte le 
antichità che possono trasportarsi. Per tal mòdo, come ho 
sentilo (lire da un giovine Greco ad alcuni suoi compatriotti — 
i quali, henchè in istato di umiliazione, pur tuttavia si risen- 
tirono di quest'oltraggio — per tal modo Lord Elgin potrà 
vantarsi d'aver rovinata Atene. Un pittore di sommo merito 
chiamato Lusicri , è incaricato dèi devastamento ; e come il greco 
visitatore di Vene in Sicilia, che esercitava la stessa profes- 
sione, s'è fatto un perfetto isti amento di rapina. Quest'Artista 
ed il Console Francese Fativel , che vorrebbe serbare quelle an- 
tichità pel proprio Governo, contendono adesso fortemente sul 
proposito di un carro da trasporto. Il Console Francese ne ha 
tolta una ruota — cosi fossero elleno spezzate tutte «Jue — e 
Lusieri se ne lagnò al Vaivoda. Lord Elgin dee recarsi a somma 
ventura la scelta del Signor Lusieri. Nel soggiorno di dieci 
anni in Atene, non aveva avuta la curiosità di recarsi a visitare 
Sunio (*) prima die egli ci accompagnasse nel nostro secondo 

C) Oggi Capo Colono». Iq tutta l'Attica, se ne eccettui Atene e Maratona, 
non esiste luogo più interessante di questo. Per l'Artista , e per l'Antiqua* 
no hauoovi colà sedici colonne sorgente inesausta di osservazioni , e di 
studio : pel Filosofo una scena supposta di alquanti trattenimenti di Platone 
co* suoi discepoli , non sarà di poco godimento: il Viaggiatore rimarrà 
sorpreso al sommo, della prospettiva 1 delle Itole che incorunàno il mare 
Egeo: per un Inglese poi, Colonna ha un interesse oltre tutti questi, poi- 
ché essa e la Scena del Shipwreck (// Naufragio , titolo d'un Poema) di 
Falconer. Minerva e Platone vengono obbliati alle ricordanze di Faleouer 
e Campbell : 

„ Herc in the dead of night, bf Lonna' t ateep , 
The seaman' s cry was heard aloag the deep. „ 

„ Qui nel terrore della none Vicinò alle rupi di Lonna , il grido dei 
nocchiero *' intese $u\V abisso. „ 



viaggio. Fin tarilo che ed esso, ed i suoi Signori si limitano a 
consultar medaglie, ad apprezzar cammei, a disegnar colonne, 
e a trafficare pietre preziose, i loro lievi assurdi sono iunoccnti 
quanto il cacciare gl'insetti e le volpi, od il cicaleccio dello 
donzelle , o il piacere di clù ambisce a guidare di pei sè un 
cocchio, od altro qualsiasi passatempo; ma quando essi menano 
via tre o quattro vascelli carichi degli avanzi i più preziosi, e 
considerevoli che il tempo e la barbarie lasciassero alla più 
oltraggiata , e più celebre a un tempo delle città ; quando essi 
distruggono , ne' loro vani tentativi onde esportarle , le opere 
che furono la meraviglia delle età, io non conosco verun mo- 
tivo che valga ad iscusarli, ne so con qual nome si debbano 
appellare gli autori , e gli esecutori di questa vile devastazione. 
Ne lieve accusa per Vene si fu quella di aver saccheggiata la 

Questo tempio di Minerva può vedersi io mare ad una grande distanza. 
Nei tre viaggi che feci a Colonna , due per terra , ed uno per mare , la 
vista del littorale nou mi parve cosi bella eome al mio ritorno dalle Isole. 
Nel secondo noitro viaggio per terra poco mancò che fossimo assaliti da 
uu attruppamento di Mai notti che stavano nascosti in alcune grotte. Sep- 
pimu dippoi da un loro prigioniere riscattatosi in appresso, che ebbero 
timore alla vista de' miei due Albanesi; conghietturando per nostra buona 
ventura che avessimo uu* intera guardia di questi Amatiti a nostra dispo- 
sizione: rimasero adunque nascosti, e cosi fu salva la nostra piccola 
carovana che non avrebbe potuto far la menoma resistenza ad no numero 
d' assalitori troppo maggiore del nostro. 

fiè Colouna è più cara ai pittori di quello che lo sia ai pirati. 

Là „ The hireliug artist plauts his paltry desk 

And makes degraded nature picturesque. „ 
( Hodgson' s Lady Jane Grey, Se ) 

„ L' artista venale dispone il suo vile leggìo, e rende pittoresca la de- 
gradata Natura. „ 

Fui fortunato abbastanza per trovare un artista Allcmanno di sommo 
merito col quale potessi accompagnarmi , e spero di vrder rinnovarsi in 
me allo scorgere le di lui opere , le mie care memorie di Colonna , e di 
molti altri luoghi della Grecia. 



— 877 — 



Sicilia, come di poi sul di lui esempio si saccheggiava Atene. 
L' impudenza la più sfrontata potrebbe difficilmente spingersi 
più in là di quello che si facesse l'autore di questi rubanicnii, 
allorché volle scritto il proprio nome sulle mura dell'Acropoli : 
intanto che la vergognosa ed inutile distruzione da esso operala 
di una lunga fila di bassi rilievi che adornavano un lato del 
tempio, non permetterà mai che questo nome sia pronunzialo 
senza esecrazione da un osservatore imparziale. 

Ed io ben posso dirmi tale in questa occasione; chè non es- 
sendo nè un collettore, nè un ammiratore di collezioni, non ho 
gelosia alcuna di loro ; ben è vero che avvi in me qualche 
antica predisposizione in favor della Grecia , nè io penso che 
pel saccheggio sia dell' India , come dell' Attica abbia ad accre- 
scersi la gloria dell' Inghilterra. 

Un altro Lord fece meglio, perchè fece meno: ma alcuni 
altri, più o meno nobili, pur tuttavia nomini onorevolissimi, 
hanno fatto meglio ancora , dappoiché , dopo assai scavamenti 
eseguili col permesso del Vaivoda da essi corrotto — e dopo di 
aver fatto mine e contrammine, non fecero nulla di definitivo. 
Il prig (*) di Lord Elgin — vedi la definizione del priggism 
presso Jonathan Wylde — venne alle prese con un altro prig 
chiamato Gropio ( nome oonvenientissimo — a vcrjr good name. 
— al suo genere d' occupazioni ) e domandò soddisfazione in 
una risposta verbale ch'ei fece ad un'osservazione del povero 
Prussiano. Ciò accadeva a tavola; Gropio si mise a ridere, ma 
perdette ad un tratto l'appetito, uè i due rivali s'erano an- 
cora riconciliati allorquando abbandonai la Grecia. Devo ri- 
cordarmi di questa querela , percb' essi volevano eh' io fossi loro 
arbitro. 

N. 7. — il mio amico , il Dottor Clarke , il cui nome non 

(*) Per questo Vorabolo non «Uro Tunisi intender fui, *e non Agente, 
preso però in nn stnso poco favore toIo. 



faa d' uopo di commemarj perchè sia conosciuto dal Pubblico , 
c la cui autorità sarà di gran peso per convalidare la mia 
testimonianza , mi permette 4» «tare & seguente di una 

lettera obbligantissima a ma diretta. Ella servirà di «chiarimento 
ai versi che precedono. 

« Quando l'ultima delle Maopi fu porcata via dal Parte- 
« none, gli operaj di Lord EJgin demolirono una gran parte 
i del cornicione so>rapposto, ed eziandio imo dei triglifi. 11 
„ Disdar che vide il danno cagionate? al monumento , si tolse 

di bocca la canna della pipa, versò una lagrima, e disse 
„ a Lusieri con un tuono di voce supplicheyojc : TfiApr! — 
„ Io era presente. „ 11 Disdar cui ha fatta allusione era il 

padre di «questo. 

A r . 8. — Secondo Zozimo, Minerva ed Achille cacciarono 
Alarico dall'Acropoli: altri dicono che il re Goto fu quasi 
tanto barbaro quanto il Pari Scozzese. — Vedi, (Chandler. 

JV. 9. — La reticella destinata ad impedire che le schegge 
non cadano sulla tolda nell' atto della manovra. Gli Aspiranti 
della marina Inglese, diconsi Midshipmen. 

N. 10. — Dicesi che V Isola di Caljpso sia quella Stessa 
* che oggi ha il nome di Goza. 

N. 11. L'Albania comprende una parte «fclla Macedonia, 
1* Uliria, la Caoiùa, e l'Epiro. Islumder, è il nome Uircp cor- 
rispondente ad Alessandro, e n«' primi vcr$i della stanza tren- 
tottesima ho fatta Mlusione al rinomato Scap^erbeg (Il Rcy 
Alessandro). Non so se eW»i ragione dicendo Scanderbeg com- 
patriotu d'Alessandro, che nacque a Pclla in Macedonia: ma 
ho seguito Gibbon die dà io stesso titolo a Pirro parlando 
delle sue imprese. 

Gibbon osserva m proposito ^11' Albania: „ Questo pese 
„ che puossi discoprire dalle coste d' Italia, e meno conosciuto 
„ dell' intecno dell' America. „ 

Alcune circostanze non abbastanza importanti perchè si ab- 



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frano ad esporre qu,i , ci condussero — il Signor Hobliouse c(J 

10 — a visitare questo paese prima di aver vista alcun' altra 
parte dell' Impero Ottomano ; il Maggiore Leake , in allora 
residente Ufficiale dell' Inghilterra a Giannina ci assicurò che 
verun altro Inglese, da esso in fuori, erasi avanzato al di là 
della Capitale penetrando nell' interno dell' Albania. A quest'e- 
poca (Ottobre, 18Q9) Ali Bascià il quale guerreggiava con 
Ibrahim Bascià, slavasi assediando Berat città Tonificala, nella 
quale il suo nemico era sialo costretto a rinchiuderai. Arrivati 
a Giannina, fummo invitati a Tebelen luogo ov' era nato il 
Bascià , e dov' egli aveva il suo serraglio favorito. Questa città 
era lungi da Berat una sola giornata, ed il Visir vi aveva 
stabilito il Quartier Gcueralc. 

Dopo aver soggiornalo alcun tempo nella Capitale , ci arren- 
demmo all' invito ; ma quantunque avessimo prese tutte le pre- 
cauzioni necessarie, e condotto in nostra compagnia uno dei 
Segrctarj del Visir, impiegammo (a cagion della pioggia) nove 
giorni per un viaggio che al nostro ritorno non ne durò cli<" 
quattro. 

Visitammo lungo il cammino due città, Argyrocaslro e Li- 
hochabo che ci parvero di poco intcriori a Giannina: nò v'ha 
penna o pennello che valga a ritrarre la bellezza dei dintorni 
di Zitza e Delvinachi, viaggio posto sui contini dell'Epiro, 
e dell'Albania propriamente (letta. 

ÌN'on mi tratterrò a lungo sull'Albania ed i suoi abitanti; 
che il imo compagno di viaggio saprà farlo meglio di me in 
un' opera la quale verrà certo pubblicata prima della mia ; 
rontuttociò non posso dispensarmi dal notare alcune cose ne- 
cessarie all' intelligenza de) tejtyp. 

Gli Amami, od Albanesi mi colpirono p^r la loro rassomi- 
glianza coi montanari di Scozia; le loro veftimenta, gli aspetti, 

11 modo di vivere sono gì' istessi fra a;upsti due popoli : Ics 
montagne dell'Albania potrebbero paragonarsi a quelle della 



Caledonia, se il clima ne fosse meno dolce. Il Kilt (specie di 
giubba de* montanari Scozzesi) benché bianco, la loro macilente 
corporatura, la loro vivacità, il lor dialetto, che ha suono 
Celtico, le loro decise maniere, tutto in fine mi richiamava 
Morven al pensFero. Veruna nazione è più detestata e temuta 
da' vicini, quanto gli Albanesi: i Greci li credono a mala pena 
Cristiani, e i Turchi dubitano se debbano averli in conto di 
Monsulmani; nel fatto poi ambe queste religioni sono da essi 
seguite ; alcuni Albanesi però non ne hanno veruna. Sono pre- 
doni lutti, e tutti armati ; e gli Amanti , i Montenegrini , i 
Chimariotti, e i Gegdii quali portano sul loro capo de' Scìuvwls 
rossi, sono rinomati per la loro perfìdia. Il resto degli Alba- 
nesi differisce un tal po* nel costume, e moltissimo nel carat- 
tere: appoggiato alla mia propria esperienza debbo parlarne 
vantaggiosamente. Due ne aveva meco, un Giaurro, e l'altro 
Monsulmano ; essi mi accompagnarono a Costantinopoli, ed in 
tutte le parti della Turchia da me percorse. È difficile trovar 
uomini più di loro fedeli nel pericolo, e più instancabili nel 
servire. Il Monsulmano chiamavasi Dervish Tahirf, 1* altro Ba- 
silio: quest'ultimo era un uomo di mezza età; ma Tahiri era 
all' incirca della mìa. Basilio aveva avuto ordine espresso da 
Ali Bascià di accompagnarci, e Dervish era uno dei cinquanta 
che ci scortavano quando traversammo le foreste dell' Acar- 
nania per trasferirci alle rive dell' Acheloo, e di là a Misso- 
lunghi in Etolia : lo presi al mio servigio fin d' allora che 
mi trovava colà, nè ebbi mai in appresso occasion di peu- 
tirraene. 

Nel 1810, dopo che il mio amico, il Signor Hobhouse, era 
partito per l'Inghilterra, fui sorpreso da una febbre gagliarda 
in Morea , e i miei due Albanesi m' ebbero salva la vita, al- 
lontanando da me il medico colla minaccia d'ucciderlo, se in 
un determinato tempo non mi avesse restituito in salute. At- 
ribuii la mia guarigione a questa consolante assicurazione di 



— 281 — 

una retribuzione postuma, ed al fermo rifiuto di valermi delle 
prescrizioni del Dottor Romanelli. Il solo famiglio inglese che 
mi rimanesse trovavasi in Atene; il mio Interprete era anche 
esso ammalato, ed i miei due buoni Amanti mi curarono con 
una attenzione che avrebbe fatto onore agli uomini i più ci- 
vilizzati. 

Ambedue ebbero gran numero di avventure. Siccome Dervish 
era d' assai bello aspetto trovavasi sempre in disputa coi mariti 
d'Atene: e giunse a tale, che quattro Turchi di {nudità, ven- 
nero a visitarmi al Convento onde farmi delle lagnanze sul di 
lui conto: avea egli rapita dal bagno una donna; — è ben 
vero che questa donna gli apparteneva legalmente , avendola 
comperata: — ma simile azione era affatto contraria al ceri- 
moniale del paese. 

Basilio era esso pure molto galante verso le donne della sua 
religione: aveva una somma venerazione per la Chiesa, ma nel 
tempo istesso un sommo dispregio per gli Ecclesiastici: e al- 
l' occasione non avrebbe lasciato di frustarli in modo del tutto 
eterodosso. Non passava mai vicino ad una Chiesa senza tosto 
segnarsi : e mi ricordo ancora qual pericolo egli corresse a 
Costantinopoli nell'entrare ch'ei fece in Santa Sofìa, prima 
d' allora tempio consecrato al suo culto. Allorché venivangli 
fatte delle riprensioni intorno alla sua condotta, sempre ri- 
spondeva: „ La nostra Chiesa è sacra, ma i nostri preti sono 
ladri „ e cominciava da capo i suoi segni di croce , ed a svir 
la nneggiai e (boxer) i primi papas (preti greci) che ricusassero 
di ajutarlo mentre domandava loro soccorso. E v'è mai sempre 
bisogno di ricorrervi in tutti que' luoghi dove un prete ha 
qualclie ascendente presso al Cogia Bashi del suo villaggio. A 
vero dire, non si saprebbe trovare fra i miscredenti una schiatta 
cosi abbietta quanto gli ultimi ordini del Gero Greco. 

Quando feci i preparativi del mio ritorno, chiamai i due 
Albanesi onde pagare ad essi il loro salario. Basilio prese quel 



— 382 — 

— - - , 

danaro con una dimostrazione sciocca $\ dispiacere per la mia 
partenza, e rimossi pressamente, seco recando il suo novero 
di piastre. Penisi» intanto non compariva: detto che si cer- 
casse, non si trovava in verun luogo. Finalmente entrò uel- 
l'atto che il Signor Logotheti padre dell'antecedente Console 
Inglese in Atene , ed alcuni altri Greci di mia conoscenza erano 
venuti a visitarmi. Dervish prende il danaro : ma d' improvviso 
ei gettalo sul pavimento, e battendo 1' una contro l'altra le 
mani, e recatesele poscia alla fronte si slancia fuori dell' ap- 
versaudo un torrente di lagrime, pa quel tempo, 
al momento del mio imbarco segui a lamentarsi, e mal- 
grado ogni nostro sfqrzp per consolarlo, non cessava di gridare: 
Di' sl<$hvsi, Egli m'abbandona! Jl Signor Logotheti clic fino 
allora non aveva ancor pianto, fuorché per la perdita di un 
Para, U padre del Convento, tutti i mici famigli, e le persone 
eh ' erano ve i mie a vedermi , tutti piangevano. Io credo che 
perfino il grasso svernato gualteio di Sterne avrebbe abbando- 
nata la padella per recarsi a dividere il vero cruccio inatteso 
di questo barbaro. 

Quando mi risovvenue, che poco tempo prima d' abbandonar 
X Inghilterra un personaggio nobile , col quale era intimamente 
legato, mi fe'dire, onde avere una scusa per congedarsi da 
me , che doveva accompagnare una sua parente dalla Cuffiara, 
io fui sqrprcso a$sai ed umiliato confrontando il presente col 
lassato. 

Che Dervish mi lasciasse con qualche rincresci memo doveva 
aspettarmelo : alloraquando il padrone , ed il famiglio sonosi 
inerpicati insieme sui monii di una dqzzina di provi urie, è 
naturale che il loro dividersi non sia senza fiolore: ciò non 
'li meno la sensibilità manifestata aljqra dq Dervjsh formava 
un notevole contrapposto alla naturale} cìi lui ferocia, e pot£ 
mutare in qualche modo la malvagia opinione eh' io m' aveva 
dell' uman cuor*. Credo clje ima parecchia fedeltà pressoché 



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frodale trovisi di frequente presso gli Albanesi. Aggirandomi 
un di pel monte Parnaso , un giovine Inglese die aveva al 

mio servigio, venuto in contesa con Dervish intorno a qualche 
oggetto del nostro fardello , lo prese a motteggiale siffattamente 
rhe questi credette che volesse percuoterlo. Nulla disse, ma 
sedutosi, appoggiò la testa sulle mani. Prevedendo le conse- 
guenze di questo accidente, ci studiammo di fargli conoscere 
che non gli si voleva fare la benché menoma offesa. ,, lo fui 
,, un ladrone, proruppe egli; sono soldato: giammai un capi- 
,, tano mi ha colpito. Voi siete mio Padrone; io ho mangiato 
„ il vostro pane , ma per questo pane ! ( giuramento loro co- 
,, mime ) dove ciò non fosse , avrei tostamente pugnalalo il 
„ cane che vi serve, e mi sarei ridotto nelle montagne. „ — r 
Tutto allora fu terminato ; pure ci non ebbe mai più perdo- 
nalo pienamente a colui che lo aveva insultato non volendolo. 

Dervish era peritissimo nella danza del suo paese , che si 
crede essere un avanzo dell' antica danza Pirrica. Comunque 
sia, ella è maschia, e richiede uua grande agilità. Differisce 
essenzialmente dalla stupida Romaica , e dal balloncliio dei 
Greci d'Atene. 

Gli Albanesi — parlo de' montanari, non di coloro che la r 
vorano nelle provincie — hattno per lo pài nobile aspetto. Fra 
Delvinarhi, e Libochabo scorgemmo le più belle donne che 
abbia mai osservate pei lineamenti del volto, e per le forme 
della persona: stavano esse intese a riparare una strada guasta 
dai torrenti straripati. L'andatura degli Albanesi è affano tea r 
tralr; ciò proviene senza dubbio dal cappotto o mantello che si 
recano appeso ad una spalla. La loro lunga capigliatura ri- 
corda gli Spartani, ed e impossibile il farsi un' idea del co- 
raggio die dimostrano nelle guerre dei partiti. Sebbene i Gegdi 
si aggiungano alle armate Albanesi con qualche cavallo, pure 
non ho visto un solo Arnaula che cavalcasse con maestria. I 
due ch'erano meco preferivano le selle Inglesi, benché giammai 



potessero avverarvi*. Ma indarno si vorrebbe superarli nella 
fatica. 

N. lf. — Itaca. 

JV. 13. — Azio, e Trafalgar non hanno d'uopo di com- 
mentar). La battaglia di Lepanto fu sanguinosa ed importante 
al pari di quelle: pure è nota assai meno. Ebbe luogo nel 
golfo di Patrasso; ed è cola dove l'autore di D. Chisciotte 

perde la mano sinistra. 

2V. 14. Leucade chiamasi oggi Santa Maura. Dal suo 

Promontorio (il Salto d'Amore) è fama che Saffo si precipi- 
tasse nel mare. 

15. Dicesi che il giorno che precedeva la battaglia 

d'Alio, Antonio ebbe tredici Re al suo alzarsi da letto. 

16. — Nicopoli, le cui mine occupano una grande e- 
stensione di terreno è posta a breve distanza da Azio ed oggi 
ancora vi si veggono alcuni avanzi delle mura dell'Ippodromo. 

jy. 17. — Secondo Pouqueville è ora il lago di Giannina: 
ma Pouqueville è sempre inesatto. (*) 

N. 18 — Il celebre Al\ Bascia. Si troverà di quest' uomo 
straordinario, una notizia molto inesatta nei viaggi di Pou- 
queville. « a* 
i9 Cinque mila Suliotti occupando il castello di 

Suli, e le circostanti rupi, resisterono per ben diciolto anni a 
trentamila Albanesi ; ma alla Bne il castello fu preso a tradi- 
mento. In questa guerra vi ebbero alcuni fatti che sarebbero 
stati degni dei più gloriosi giorni della Grecia. 

jV. 20. - 0 convento, ed il villaggio di Zitia distano di 
quattr' ore da Joannina o Giannina capitale del Bascialicco. La 
riviera di Kalamas — Acheronte presso gli antichi — scorre 

•») Byron non parla qui che di nna prima Opera di PonquerfHe . ndh 
quale erano sfuggili alcuni errori , per m.nc.ox. di notizie esatte ; »• 
essi furono corretti nelle due grandi Opere che ha pubblicate «bppoi , 
non conosciute dal rotta Inglese. 



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— 286 — 

nella valle, e poco lunge da Zizta forma una bella cateratta. 
Questo è forse uno de' più vaghi sili di Grecia , benché i din- 
torni di Delvìnachi , ed una parte dell' Acamaìiia possano di- 
sputargli la palma. Delfi, il Parnasso, e nell'Attica il Capo 
Colonna ed il Porto Rafti, sono ben lungi dal pareggiarlo in 
bellezza. L' Jonia, e la Troade nulla offrono che possa ad esso 
paragonarsi. Starei per dire altrettanto delle vicinanze di Co- 
stantinopoli ; ma la campagna mostra colà un aspetto cos'i di- 
verso che è impossibile confrontarla con quella di cui parlo. 

A r . 21. — Calojero: cosi vengono delti i monaci Greci. 

iV. 22. — I monti Chiraariotti pare che sieno stati vulcanici. 

JV. 23. — L' Acheronte degli antichi, come s'è già detto, 
chiamasi ora Kalamas. 

/V. 24. — Il bianco cappotto. — È qucsio il manto degli 
Albanesi. 

N. 25. — Tomerit è la stessa montagna che gli antichi 
indicavano sotto il nome di Tom aro. 

JV. 26. — Quando io la guadai, la riviera di Laos era 
ingrossata, e al di sopra di Tebelen vedeasi tanto larga quanto 
il Tamigi presso a Westminster : almeno per ciò che sembrava 
al mio amico Hobhouse ed a me. Senza dubbio che nella state 
ella ha molto minor massa di acque di quella che aveva al- 
lorquando la vedemmo. £ questa sicuramente la più bella ri- 
viera del Levante; l'Acheloo, l'Alfeo, l'Acheronte, lo Sca- 
mandro, ed il Caistro non possono venire a paro con essa nè 
per bellezza nè per vastità. 

N. 27. — Alludesi ai naufragati di Cornovaglia. 

N. 28. — I Monsulmani Albanesi non si astengono dal vino, 
e nelle altre parli della Turchia hannovi ben pochi Credenti , che 
su questo punto seguano letteralmente il prescritto del Profila. 

N. 29. — Palikar, accorciamento del greco vocabolo n<tAixetci 
nome generico di tutti i soldati Greci , e degli Albanesi che par- 
lano Romaico. U vero significato di questa voce è : giovine. 



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• 



JV. 50. — Per dare un saggio del dialetto Albanese o Ar- 
ti dèli' llliria, tràdùco qui due Gori popolarissimi, che vett- 
gono cantati danzaildo dagli uomini indistintaménte e dalle 
donne: le prime voci sono un intercalare senza vefun signinV 
quelli che trdvansi in molte canzoni Europee. 



Bo> Bo, Bo, Bn, Bo, Bo, La, la; iò Tengo , io vengo, 
Naciarura , popuso. statti ih silenzio. 



Naciamra na civili 
Ha pc u derini ti hin . 



ì 



Ha pc udori 
Ti vin ti mar servetini. 



Io vengo, m'àfTrettd: aprimi 
la portà àccìb possà Entrare. 

Apri la pòrta a méta" acciò 
possa prendere il mio tur- 
bante. 



Odifiote me 
Ea ha pe pse dua tivr. 



Calinola (*) dagli btefai neri 
schiudi là porte acciò possa 



BuOj Bo, Bò, Bo, Bo, 
Gi ègem spilla esimilo. 

Caliriote vu le funde 
Ede vete tunde tunde. 

Caliriote me surme 

Ti mi pul e poi mi le. 



Lai la, la, sei tu ch'io sentfy 
d mia anima ! 

Una giovine Àmaùta chiusa in 
magnifiche vesti s* avanza 
con grazia e decori. 

Calinola, giovine figlia dagH 
occhi neri, dammi un bacio. 



(*) Gli A1W.Ì , eà io isprcìr Ve uotmè fcntmtìétfci «dfente CàliHotJ , 
noa ho ro*i potuto penetrarne il perete. 



Se ti pula citi mora ~ Da un mio bàcio" fcf* ri- 

Si mi ri ni veti ùdo già. Lrarrtttì tu? La mi.-, anima 

arde in secreto. 

Va le ni il che cadale — Danza lievemente, con gra- 

Celo more, more celò. zia : si , con maggior grazia 

arìcota. 

Piti hari ti tireti Non ergere tanta polvere: essa 

Più liuron eia pra seti. lorderà i tuoi ricamati cai- 

zari. 



Quest'ultima fràifc tràrrAbe tri Impicciò Uri comméfitaW. 
In Albania gli Uomini barino calzari ricchissimi : ma Ite donne 
te non v* ha dubbio che la canzonte si Affigga ad unà dì esse ) 
non hanno, sotto i loro gialli stivaletti 0 pianelle, che una 
gamba nuda rimarchevole per la forma e per la candidezza. 
Le Albanesi sono di gran* lunga" più belle di quello che feieno 
le Greche^ il loro costume più pittoresco, e la loro bellezza 
più durevole, perchè essé vivono per lo più bd aria ajfcrta. 
Devesi osservare che TÀrfiauta non è lingua tdrittas perciò le 
parole delle due Canzoni che qui mostro al lettore sono riferite 
seguendo la pronunzia. Furono raccolte da un Gteco w Atene 
che pài la ed intende benissimo 11 aiàfelfò Arnàuto: 

fidi sefda linde ulavbsfc 
Vèttimi upri vi lòfsa. 



tò sono ferite del tuo àhibté, 
òhrmc! io non amo cHte pfer 




Ah vaisisso mi jftivl lWse 
Si mi rìni mi la VbsJte. 



Ahi! giovine figlia, il tuo a- 
moré mi consuma : là mi 
Dai ferito nel cuore. 



Uti tasa roba stua 
Siti ève tulali dua. 



Ti ho delto che non diman 
dava dote alcuna: io non 
domando che i tuoi occhi , 
e le tue occhiaie. 



Roba stinorì nsidua 
Qu mi sini veni 



Qurmidi dua civìleni 
Roba ti siarmi tildi eni. 



Non ho bisogno di questa ma- 
ledetta dote ; non ho biso- 
gno che di te. 

Lascia eh' io possegga i tuoi 
vezzi, e che le fiamme di- 
vorino la tua dote. 



Utara pisa vaisisso m< 

ri ii ti hapti. 
Eli mi bine a piste si gui 

dendroi tiltati. 

Udi vura udorini udiri ci co v a 

cilti mora. 
Udorini talti bolina n ede 

caimona mora. 



O giovine figlia! Ti ho amato 
con tulta 1' anima : e tu mi 
abbandonavi come un albero 



Che ho ritratto dell' aver posta 
la mia mano sul tuo seno ? 
Ho ritirata la min mano ; 
ma ella è ancora ardente. 



Credo che queste due ultime stanze di versi di differente 
misura appartengano ad un' altra ballata: il pensiero delle 
ultime linee rassomiglia a ciò che disse Socrate , allorché , 
avendo appoggiato il braccio sovra Crilobolo o Cleobolo uno 
de' suoi U9-o*0ATJof , il Filosofo si lagnò per più giorni di un 
vivo dolore che gli saliva fino alla spalla. Da quel momento 
risolvette d' instruire i suoi discepoli senza toccarli. 

N. 31. — Queste stanze son prese qua e là da alcune 
Canzoni Albanesi : per intenderle mi sono servito delle tradu- 
zioni Romaiche o Italiane. 



N. 32. — Questa città fu presa d' assalto contro i Francesi 
che la difendevano. 

N. 53. — - Vedi i frammenti che seguono a queste note. 
N. 34. — File, da dove si gode una bellissima vista d'Atene. 
Rimangono ancora molte mine di questa citta; ella fu presa 
da Trasibolo prima dell' espulsione dei Trenta Tiranni. 

JV. 35. — Quando fu conquistata dai Latini, che ne furono 
padroni per molti anni. - V. Gibbon. 

N. 36. — La Mecca e Medina caddero da qualche tempo 
nelle mani dei Wahabi, setta Àraba, che si accresce in forze 
di giorno in giorno. 

iV. 37. — Hannovi assai montagne , in ispecie quella che 
ha il nome di Link ara, sovra le quali la neve non si discioglie 
mai .per intero , malgrado V intenso calore dell' estate ; laddove 
sul piano scioglicsi anco in tempo d' inverno. 

N. 38. — Il monte Pentelico donde fu estratto il marmo 
che servi a costruire tutti i pubblici edifizj d' Atene. Questa 
montagna chiamasi ora Mendeli: vi si scorge tuttavia una ca- 
verna immensa fatta dall' esportazione dei marmi. 

N. 39. — „ Siste, viatori — heroa calcas 1 „ Tale era l'epi- 
taffio del famoso Conte Merci. — Quali dunque dovranno es- 
sere i nostri sentimenti allorquando calpestiamo la tomba dei 
dugento (Greci) estinti in Maratona? Questa tomba fu non 
ha guari frugata da Fauvel: nulla vi sì rinvenne, o almeno 
quasi nulla di ciò che cercavasi , come vasi , medaglie ecc. 
Mi fu offerto perchè lo comperassi il piano di Maratona, al 
prezzo di sedici mila piastre, ciò che equivale all' incirca a no- 
vecento lire inglesi. (22,600 lire tal.). Ohimè! — „ Expende 
— quot libras in duce summo — invenies? „ — E le ceneri 
di Milziade non varrebbero altrettanto? Non men di questo 
avrebbero fruttato vendendole al peso. 



19 



SUPPLEMENTI 

CHE HJkNNO RELAZIORB COLI A «ROTA 53. 



1. 

Prima di parlare di ima terra della quale ogni Scritiorc , 
viaggiatore o no , si è credulo in dovere di dire qualche cosa, 
pregherò Miss Owenson (Lady Morgan) nel caso clic si dis- 
ponesse a darci ancora in quattro volumi la storia di qualche 
greca Eroina, di aver la bontà di maritarla ad alcuno di mi- 
glior condizione che un Dùdar Àga ( il quale per parentesi 
non è un Aga ) U più incivile di qualsiasi piccolo uffìziale , 
«d il pio grande patrono di rapine che Atene abbia visto 
giammai (toltone Lord Elgin). Egli, il più indegno tra gli 
abitanti d' Acropoli ha un annuo stipendio di cento cinquanta 
piastre ( 8 lire sterline ) oltre ciò clic gli è necessario per dare 
il soldo alla ma Guarnigione, corpo il più indisciplinato fra 
tutti i corpi indisciplinati dell' Impero Ottomano. Dico ciò per 
amiciria, avendo presente a) pensiero che altra volta per mia 
cagione il marito dell'Ida d'Atene fu sul punto di essere ba- 
stonato. Il suddetto Disdar è ua marito turbolento, ebe batte 
sua moglie, sicché io supplico Miss Owenson a voler solleci- 
tare una separazione por la sua Ida. Dopo aver premesso ciò 
pei lettori di romanzi, intorno ad una materia di tanto rilievo, 
abbandono Ida per occuparmi del luogo della sua nascita. 

Lasciando da parte la magia ÓV nomi, e tutte queste asso- 
ciazioni d' idee, ebe sarebbe pedantesco, e superfluo riepilogare, 
la sola posizione d' Atene basterebbe perchè ogni uomo che ha 
occhi per ammirare l'arte e la natura, dovesse preferirla ad 
ogni altra terra. 11 clima, almeno pei me , è una perpetua 



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primavera : nello spazio di ben otto mesi , non passò un sol 
giorno che io non cavalcassi più ore ; la pioggia non vi cade die 
rarissimamente; la neve non fermasi mai sul piano, ed un 
giorno nuvoloso è cola una gradevole meraviglia. In Ispagna , 
nel Portogallo, ed in ogni parte dell' Oriente da me visitata , 
eccetto 1' Jonia, e 1' Attica, non ho trovato vcron clima che 
fosse di tanto superiore al nostro; ed a Costantinopoli dove 
soggiornai nei mesi di Maggio, Giugno, ed una parte di Lu- 
glio (1810) havvi motivo di maledire al paese, ed avere 
cinque volte lo spleen in una sola settimana. 

L' aria della Morca è pesante, e poco sana: ma, passato ap- 
pena l' Istmo verso la parte di Mcgara il cangiamento è sen- 
sibilissimo. Temo bene che Esiodo non sia ancora trovalo 
esano nella sua descrizione di un inverno nella Beozia. 

A Livadia ci incontrammo in un incredulo : era un Vescovo 
Greco. Questo degno ipocrita derideva la propria religione 
con somma intrepidezza (non però alla presenza del suo gregge) 

e burlavasi della Messa come di una c Era impossibile 

per questo concepire una miglior idea di lui; ciò non ostante, 
come Beoziano, era molto vivace, malgrado In sua sciocchezza. 
Questo fenomeno (all'eccezione di Tebe, delle ruinc di Chc- 
ronea, della pianura di Platea, d' Orcomeno, di Livadia , e 
della sua grotta di Trofonio) fu la sola cosa rimarchete 
che si osservasse passando il monte Citeronc. 

La fontana di Dirce fa volgere un molino; almeno il mio 
compagno (che avendo risoluto di essere ad un tempo pulito 
e classico, volle prendervi un bagno) assicura essere quella 
la fontana di Dirce; e chiunque lo giudicherà conveniènte potili 
contraddirlo. A Castri be\cmmo dell' acqua attinia da cinque 
o sei rigagnoli, fra' quali ve n' era uno poco limpido, prima 
di decidere per nostra soddisfazione quale si fos^e là sorgente 
Caslalia; quella sulla quale si fermò la nostra scella aveva un 
sapore sgradevole, che probabilmente le demava dallo scio- 



— Ì92 — 

g l'unsi delle nevi; questa esperienza però non costò a noi 
quella febbre epica che ebbe a provare il Dottor Chaudler. 
Dalla Fortezza di File, di cui rimangono molte rovine, sco- 
pronsi ad un tratto, il piano d'Atene, il Pentclico, rimetto, 
V Acropoli, ed il mare Egeo. Una tale prospettiva panni 
eziandio più magnifica di quella di Cantra e di Costantinopoli . 
La vista istessa della Troade che abbraccia t 1 Ida , l' Elles- 
ponto, ed il monte Atos in lontananza non potrebbe pareg- 
giarla, benché di maggiore estensione. 

Aveva sentito lodare molto la bellezza dell' Arcadia , ma , 
se ne togli la vista del Monastero di Megaspelion ( inferiore 
a Zilza perchè meno elevalo e non alto a dominare il paese) 
e della scesa delle montagne sulla strada da Tripolizza ad 
Argo, 1' Arcadia non ha di rimarchevole altro che il nome. 
„ Sternimr et dtdccs moricns reminiscilur Argos. ,, 

Virgilio non avrebbe potuto mettere questo verso che in bocca 
d'un Argivo; e, (sia detto rispettosamente) Argo non merita 
adesso tale epiteto. 

Se il Polinice di Stazio: 

„ In mediis audit duo littora campis „ 
potesse ora sentire lo strepitare delle due riviere traversando 
T Istmo di Corinto avrebbe più fino orecchio di quanti iulra- 
prendono questo viaggio. 

„ Atene, disse un celebre Geografo, è tuttavia la città più 
,, civile di Grecia. ,, Ciò può essere parlando della Grecia, 
non de' Greci', chè Giannina in Epiro, è riputata generalmente, 
perfino da essi, come superiore per ricchezza, raffinamento di 
lusso, istruzione, e dialetto de' suoi abitanti. Gli Ateniesi sono 
rimarchevoli per la loro astuzia, e le ultime classi della società 
sono ben caratterizzate col Proverbio, che le pone fra i Giudei 
di Salonicco, e i Turchi di Negroponte. 

Fra i molti stranieri residenti ad Atene, Francesi, Italiani, 
Tedeschi, Ragusei ecc. non v'ebbe mai diversità d' opinione 



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riguardo all' apprezzare il carattere degli Ateniesi , benché , per 
qualsivoglia altro soggetto disputino con grande acrimonia. 11 
Signor Fauvel, Console Francese, che stette treni' anni in Alene, 
ai talenti ed alle maniere del quale, e come Artista, e come 
uomo di distinzione, nessuno di quanti lo conobbero ricuserà 
un pubblico omaggio, diceva s^es&o y me presente, che i Greci 
non sono degni di essere emancipali; e stabiliva il suo ragio- 
namento sulla loro depravazione individuale e nazionale; di- 
mentico frattanto che tale depravazione deve attribuirsi alle 
cause che possono solamente allontanarsi con quei mezzi ch'egli 
riprova. 

Il Signor Roque, rispettabile mercatante Francese, che sog- 
giorna da gran tempo in Atene , mi diceva colla più piacevole 
gravita : „ Signore ! È questa la stessa canali le che era ai tempi 
,, di Temistocle! „ Osservazione rilevante pel — laudator 
temporis acti. — Gli antichi Greci diedero il bando a Te- 
mistocle ; i moderni gabbano il Signor Roque ; i grandi uomini 
sono sempre stati trattati cosi! In una parola, tutti i Franchi 
stabiliti nel paese, e la maggior parte degl'Inglesi, Tedeschi, 
Danesi ecc. che nou fauno clic trascorrerlo, arrivano a grado a 
grado a questa sfavorevole opinione, con altrettanto fondamento 
di quello che induce un Turco venuto in Inghilterra a vilipen- 
dere la nazione tutta perchè il suo lacchè lo ha derubato , o 
perchè gli è stato fatto un sopruso dalla lavandaja. Non è certo 
un lieve motivo onde arrendersi , il sentire come i Signori Fauvel 
e Lusieri (i due più grandi demagoghi che esistano, e che fra 
loro dividonsi il potere di Pericle , e la popolarità di Cleonc , 
e tormentano tuttodì il povero Vaivoda colle loro eterne con- 
tenzioni ) s' accordino a condannare i Greci in genere , come un 
popolo nulla virtute redemptum, ed in particolare gli Ateniesi. 

Quanto a me , non ardisco esporre 1' umile mia opiuione , 
perchè penso esservi sotto il torchio non meno di cinque Viag«i 
della più gran dimensione, e del più imponente apparalo ti- 



— 294 — 

pografico , scritti da persone di spirito ed onorate, e che avranno 
posto nel repertorio regolare dei libri di questo genere. Ma se 
mi si permette esprimere il mio parere senza offendere al- 
cuno, panni dpra cosa il protestare così apertamente, e con 
tale ostinatezza come hanno fatto i più, che i Greci non sa- 
ranno mai migliori, perchè oggi sono cattivi ed inetti. 

Eton e Sonnini hanno falsificato il nostro giudizio coi loro 
progetti , ed encomj ; ma d' altra parte De Pauw e Thornton 
hanno esagerata di troppo la corruzione dei Greci. 

Eglino non saranno mai indipendenti ; nè mai saranno come 
un tempo Sovrani , — e Dio voglia che noi divengano ! — ma 
non potrebbero essere soggetti , senza essere schiavi ? Le nostre 
Colonie non sono indipendenti ; ma sono libere ed industriose ; 
la Grecia potrebbe farsi tale col tempo. 

Al presente , come i Cattolici d' Irlanda, e i Giudei per tutta 
quanta la terra, del pari die ogni altro popolo eterodosso e 
bastonato, soffrono i Greci quanti mali fisici e morali possono 
affliggere l'umanità. La loro vita è una lotta col vero; sono 
viziosi per la propria difesa. È cosa tanto straordinaria che 
sieno trattati con umanità, che accadendo loro per avventura 
di risentirne gli effetti, sospettano tosto di colui che adopera 
seco loro la dolcezza , in quella guisa che un cane battuto di 
frequente, morde la mano che cerca di carezzarlo. „ Sono in- 
„ grati palesemente, e di un* «gratitudine detestabile. „ — 
Tale è il grido di tutti; ma, per Nemesi! verso chi mostrerai* 
nosi eglino riconoscenti ? Ov' è 1' umana creatura che abbia mai 
reso servigio ad un Greco, od ai Greci ? Ben devono essere 
ricoooscentissimi ai Turchi de* ceppi che imposero loro sul collo^ 
ed ai Franchi delle violate promesse, e de* perfidi consigli! 
Ben devono esserlo all' Artista che svelle le loro rume, ed al- 
l' Antiquario che le invola! Al viaggiatore che li fa frustare dal 
suo Giannizzero , e allo Scrittore che U vilipende ne' suoi Gioì- 
uali ! Ecco la somma delle loro obbligazioni verso gli stranieri. 



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Al Coa renio Fr*uce*caB6 Atene, 23 Geirodjo , <8H. 



Fra gli avanzi della politica barbala delle prime età, si tro- 
vano le traccie del servaggio che oggi àncora esiste in diverse 
contrade , i cui abitanti , benché» disgiunti di religione e di co- 
stumanze, si accordano quasi tutti nell' oppressione Che eser- 
citano. 

GT Inglesi hauno avuta pur finalmente compassione de' loro 
Negri; e sotto un governo un pò meno ipocrita, verrà tempo 
eh' essi affrancheranno del pari i loro fratelli Cattolici ; ma il 
solo intervento degli stranieri può dare 1' emancipazione ai 
Greci , che altrimenti pare abbiano a sperarla tanto poco dai 
luuiii, quanto i Giudei dall' nroan genere. 

Del resto noi conosciamo i Greci antichi ; od almeno i giovani 
europei dedicano allo studio de' loro scritti , t delle loro Istorie 
una gran parte del tempo, che potrebbero con maggior. 1 utilità 
adoperare a studiare i proprj Scrittori, e la propria Storta. In 1 
quanto ai Greci moderni , vengono essi trascurali fortó più che 
non meritano; ed inumo che ogn' individuo ambizioso del nome 
di sapiente, impiega la giovinezza, e spesso ancor* l'età matura- 
nello stùdio (fella lingua, * dette aringhe dei demagoghi Ate- 
niesi in favor* della libertà , i ««fendenti reali o supposti di 
questi fieri repubblicani sono abbandonati all' attuale tirannia 
de' loro oppressóri , benché un lieve sforzo per pn rie delle na- 
zioni europee sia bastante a smezzarne* Be caténe. 

Sarebbe pretensione ridicola lo sperare , come i GrCcr fanno, 
il ritorno dell'antica loro primazia; che, onde possa ciò avve- 
nire, sarebbe d' uopo che il resto del mondo rientrasse rtelT an- 
tica barbarie, dopo riconosciuta 1* sovranità della Grecia. Pare 
bensì , ( toltane l' apatia dei Franchi ) che non vi sieno rilevanit 



— 29« — 

ostacoli a rendere la Grecia un* utile dipendenza dell* Impero 
Ottomano, od anche uno Stato libero con discrete garanzie; — 
pure io non azzardo questo, se non salvo il diritto di ritratta- 
zione, dacché molte persone capaci a giudicarne, pensano non 
potersi giammai il mio progetto mettere in pratica. 

I Greci non perdettero mai la speranza della loro liberazione, 
benché sieno essi assai divisi di opinione relativamente a* loro 
possibili liberatori. La loro Religione fa sì che abbiano della 
confidenza ne' Russi ; ma questa Potenza gli ebbe già delusi ed 
.abbandonati due volte , e la terribile lezione avuta dopo la diser- 
zione dei Russi nella Morra non è ancora dimenticata. Non 
amano i Francesi , quantunque la sottomessionc del rimanente 
d'Europa dev'essere probabilmente seguita dalla liberazione 
della Grecia Continentale. Gl'Isolani attendono soccorsi dall'In- 
ghilterra, vedendo come ella siasi non ha molto impossessata 
della Repubblica Jonia, a riserva di Corfù. Ma, sia qual vuoisi 
la Potenza che rivolgerà le sue armi in sostegno de' Greci , sarà 
sempre per essi la benvenuta. Quando arrivi un tal giorno , 
abbia il Cielo misericordia degli Ottomani 1 Non essi potranno 
trovar pietà nel cuore de' Giaurri. 

Ma, anziché rammentare ciò che sono stati altra fiata, e in- 
vece di dissertare su quello che possono essere nell' avvenire , 
consideriamo ciò che siano al presente. 

E qui è impossibile conciliare la divergenza delle opinioni 
manifestate dai mercatanti , screditando a tutto potere i Greci: e 
dai viaggiatori in genere ponendo alcuni periodi in loro lode, e 
pubblicando curiose speculazioni fondate sul loro primitivo stato 
di splendore, che non può avere maggior influenza sulla loro 
sorte attuale di quello che abbia V esistenza degli Incas sui de- 
stini futuri del Perù. 

Uno scrittore ingegnosissimo chiama i Greci , gli alleati na- 
turali degl' Inglesi; un altro, non meno spiritoso assicura che 
non possono essere alleati con veruno, e clic non discendono 



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punto dagli antichi Greci: un terzo più vivace ancora dei due 
primi , innalza un Impero Greco sopra fondamenta Russe, e ve- 
rifica — sulla carta — tutte le chimere di Catterina li. Ri- 
guardo alla quistione della loro orìgine, che importa che i Mai- 
noiti sieno o no i discendenti in linea retta dai Lacedemoni , o 
che gli Ateniesi attuali sieno tanto indigeni quanto le pecchie 
dell' Imetlo, o le cicade alle quali venivano un tempo parago- 
nati? Quale Inglese mostrasi ansioso di sapere se il suo sangue 
sia Danese, Sassone, Normanno, o Trojauo? O chi avvi mai, 
se ne eccettui un Welchc, che si accuori pel desiderio di di- 
scendere da Carattaco ? 

I miseri Greci non sono così abbondevolmente provvisti di 
beni di fortuna, perchè i loro diritti ad un'antica origine ab- 
biano ad essere altrui oggetto d'invidia. È troppo crudele il 
cercare, come fa il Signor Thornton, a turbarli nel possesso di 
quanto il tempo ebbe loro lasciato ; cioè a dire la loro origine , 
cui essi sono oltre ogni dire affezionati , siccome quel solo bene 
che possano veramente dire lor proprio. Sarebbe curiosa cosa, 
in questa circostanza , il pubblicare e confrontare le opere dei 
Signori Thornton, e De Pauw, Eton, e Sonnini: paradossi per 
una parte, e prevenzioni per l'altra. Il Signor Thornton pretende 
d'aver diritto alla pubblica confidenza per aver soggiornato 
quattordici anni a Pera. Ciò potrebbe essere per rapporto ai 
Turchi ; ma tutto quel lungo spazio di tempo non gli ha però 
dati i lumi necessari a decidere del vero stato della Grecia, e 
de* suoi abitanti , come il vivere alcuni anni nel Quartiere dei 
Marinaj di Londra , non avrebbe potuto fargli conoscere le mon- 
tagne della Scozia occidentale. 

I Greci di Costantinopoli abitano il Fanale; e se Thornton 
non è passato traverso il Corno Dorato più spesso di quello che 
sogliano i mercatanti suoi pari, io non potrò avere grande con- 
fidenza nelle sue relazioni. Udii non ha molto un di questi Si- 
gnori vantarsi delle loro communicazioni rarissime colla città, 



— 208 — 

ed assicurare con aria di trionfo che per parte sua non era ve- 
nuto in Costantinopoli che quattro volte in quattro anni. 

Per ciò che si riferisce ai viaggi di Thornton nel Mar Nero 
sopra vascelli Greci, essi devono dargli della Grecia la stessa 
idea che una gita a Berwick sopra un battello peschereccio 
Scozzese gli darebbe di Johnnjr Grofs house. 

Su quali fondamenti dunque arrogasi egli il diritto di con- 
dannare in massa un popolo del quale conosce s\ pochi indi- 
vidui? È ridicolo, come Thornton, che biasima così spesso 
Ponqueville quantunque volte eì fa parola dei Turchi , abbia 
ricorso all' autorità di lui parlando dei Greci , e gli dia allora 
il titolo di osservatore imparziale. Per isventura Pouqueville 
non ha diritto ad un tal titolo , come non compete a Thornton 
il conferirglielo. 

11 fatto si è che noi siamo per mala sorte privi di docu- 
menti esatti sui Greci, ed in particolare, sulla loro letteratura; 
ed è probabile, che non ne avremo giammai, fiuchè le nostre 
relazioni non divengano più intime , ed abbia luogo la loro 
indipendenza. I rapporti de* viaggiatori sono poco degni della 
nostra confidenza, non meno che le invettive dei commer- 
cianti appassionati. Ma, fino a tanto che non possiamo averne 
di migliori , dobbiamo starcene paghi a qncl poco che pos- 
siam ricavare da tali sorgenti 

Sieno esse quanto si voglia difettose, por tuttavia sono da 
preferirsi ai paradossi di persone che non lessero che superfi- 
cialmente gli antichi autori, e nulla videro de* moderni, come 
De Pauw; il quale laddove afferma che la? razza dei cavalli 
inglesi è viziata dal New market, (*) e che gli Spartani furono 
vili sul campo di battaglia, da a divedere che conosce tanto 
poco gli Spartani, quanto i cavalli inglesi. 

Le sue — Osservazioni Filosofiche — porterebbero più giu- 

(0 Luogo dare ci fanno le corte dei Cavalli. 



< 



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slaraente il lilolo di — Sogni. È inutile lo sperare da eh! 
condanna cos'i sfrontatamente alcune delle più celebri iustitu- 
zioni degli antichi, una qualche indulgenza pei Greci moderni; 
e per ventura accade che 1* assurdità delle ipotesi sui loro avi 
distrugge le di lui asserzioni relative ad essi medesimi. 

Crediamo così, che a dispetto delle profezie del De Pauw, 
e delle dubbiezze del Signor Thornton, esista una speranza 
ragionevole di liberazione in favore di un popolo il quale — 
sieno pur grandi gli errori della sua politica, e della sua re- 
ligione, — è stato troppo ampiamente punito colla prigionia 
di tre secoli e mezzo. 

# 

3. 

Atene, «1 Convento Francescano, il 17 Mano, l8li. 

Debbo avere qualche conferenza con questo Sapiente li bano. 

Qualche tempo dopo la mia partenza da Costantinopoli 
verso costì, ricevei il N.° 31 della Edinburgh Review che, 
considerata la somma distanza, era un sommo favore; io lo 
dovetti alle cure del Capitano di una fregata Inglese clic 
venne a passare presso di Sai ami na. L ' art. 3 di questo nu- 
mero, conteneva 1' analisi di una traduzione francese di Stra- 
bone; vi erano state aggiunte alcune note intorno ai Greci 
moderni, e la loro letteratura, con una breve notizia sopra 
Coray uno degli autori della versione francese. Mi ristringerò 
ad alcune osservazioni sulle note, ed il luogo da dove le scrivo 
mi giustificherà, spero, dell' averle messe iu un* opera le- 
gata per più rapporti a questo soggetto. Coray, il più celebre 
dei Greci viventi, almeno presso i Franchi, nacque a Scio 
(nella Review dicesi nato a Smirne: ho delle ragioni per ere- 



— 500 — 

dere che la notizia sia inesatta). Oltre la traduzione di Beccaria, 
ed altre opere delle quali si fa parola nella R&'iew, ha pub- 
blicato un Lessico in Romaico ed in Francese, per ciò che 
mi viene assicurato da alcuni Viaggiatori Danesi , che giungono 
da Parigi. Ma V ultimo Lessico che ebbimo qui in Francese 
ed in Greco è quello di Gregorio Zalikoglou. (*) Coray ebbe 
ultimamente una controversia sgradevole con M. Gail (**) 
commentatore Parigino, ed editore di alcune traduzioni di 
poeti Greci; dacché T Instituto di Francia aveva aggiudicato 
ad esso il premio per la sua versione di Ippocrate: Tlifì 
Mtop ecc. col sommo malcontento del suo competitore de- 
luso. Le opere letterarie, ed il patriottismo di Coray meri- 
tano senza dubbio molti elogi; ma una parte di questi non 
deve essere già ricusata ai due Zosimado ( mercadanti stabiliti 
a Livorno) che lo inviarono a Parigi, e ve lo mantennero 
a proprie spese, colla mira determinata di cercare a rischia- 
rare le oscurità degli antichi Greci, e di accrescere le ricerclie 
moderne de' suoi compatì iotti. Coray però non è cosi celebre 
fra i suoi quanto alcuni che viveano nei due ultimi secoli ; 
più particolarmente Doroteo di Mitilenc, i cui scritti Ellenici 
sono tanto stimati da' Greci, che Melezio li chiama: Mcrèt 
ror BovKvìnnv k*Ì Etye^SvTA eipirTOf 'Eààwkow. (Pag. 224, 
Istoria Ecclesiastica. Voi. iv.) 

(*) Io possiedo on eccellente Lessico, T/iyX«*«», che lo scudiere S. G. 
die rumi per cambio di una piccola pietra preziosa. I miei amici Autiquarj 
non l'hanno giammai dimenticato, ab mai potranno perdonarmela. 

(**) Nell'opuscolo (pamphlet) che il signor Gail pubblicò contro Coray 
minaccia di voler gettare V insolente Ellenista dalla finestra. Sopra 
di che, un crìtico Francese esclama : „ Dio mio ! Gettar un Ellenista dalla 
finestra ! Quale sacrilegio ! " Sarebbe stato al certo un trattamento un pò 
aererò per quegli autori che abitano a tetto. Ho citato questo passo al 
solo oggetto di far vedere la parità di stile delle controversie di tutte le 
contrade civilizzate. Londra ed Edimborgo sosterrebbero con vantaggio 
sotto quc*to rapporto il paralello con questa ebollizione parigina. 



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* 



— 301 - 

Panagiotes Kodrikas, traduttore di Fontcìielle, e Kamarasses 
che tradusse in Francese V opera d' Ocello Lucano sopra l'Uni- 
verso, Christodoulos, e più specialmente Psalida, con cui mi 
trattenni a Giannina , hanno anch' essi molta fama fra i let- 
terati del loro paese. L'ultimo ha pubblicato in Romaico ed 
in Latino un'opera Sulla Vera Felicità, dedicata a Catterinall. 
Ma Polyzois, che gli Autori dell' Edinburgh Review dicono 
essere il solo Autore vivente che siasi destinato come Coray 
alla cognizione dell' Ellenico, se è quello stesso Polyzois 
Lampaniuiotes di Giannina che ha pubblicate molte opere in 
Romaico, esso è un mercatante viaggiatore di libri, nè più nè 
meno, che nuli' altro ha di comune col contenuto di quelli, 
fuorché il suo nome posto sulla pagella del titolo per ga- 
rantirsi la proprietà nella pubblicazione , ed è inoltre , un 
uomo sprovvisto affatto di classiche cognizioni. Pure , come 
questo nome è comune, un altro Polyzois può essere staio 
V editore delle Lettere d' Aristeneto. 

È cosa dolorosa che il sistema continentale abbia chiusa ogni 
comunicazione colle Città nelle quali i Greci stampavano i 
loro libri, e specialmente con Venezia e Trieste. Le Gram- 
matiche comuni per uso dei fanciulli sonosi fatte troppo care 
per la bassa classe. Fra i libri originali de' Greci moderni , 
devesi consultare la Geografia di Melezio Arcivescovo d'Atene, 
ed un gran novero di in quarto teologici, e di opuscoli poetici. 
Le loro Grammatiche e Lessici in due , tre , e quattro lingue 
sono numerosi ed eccellenti. La poesia è rimata. 11 più singo- 
lare componimento che mi vedessi, poco tempo fa, si è una 
Satira a dialogo fra im Russo, un Inglese, ed un Francese 
viaggiatore, il Vaivoda di Valacchia (o Blackbey, come essi 
lo chiamano) un Arcivescovo, un Mercatante, ed un Cogia 
Bachi (o Primate). Compariscono tali personaggi successiva- 
mente, e V Autore attribuisce a tutti loro V avvilimeuto at- 
tuale dei Greci sotto i Turchi. 



DV VjOU 



I loro canti sono talvolta graziosi e patetici: ma i metri 
sono per lo più sgradevoli alle orecchie di un Franco. Il più 
bello di lutti è U famoso, Atìr*, wmht Tw$ 'fiMuWl (Ascol- 
tate, figli dei Greci! ecc.) scritto dall'infelice Riga. Ma i„ 
nn Catalogo di sessanta e più Autori che ho sott' occhio , pos- 
soi* rinvenirsene tutto al più quindici ché abbiano trattato di 
altre materie che teologiche. 

Sono incaricato da «„ Greco di Atene, chiamato Mar- 
marotouri, di prendere le disposizioni necessarie onde, se è 
possibile, fare stampare a Londra una traduzione in Romaico 
del Viaggio £ Amicarsi di Barthélemj. Non ha egli altri 
mezzi onde pubblicar* la sua traduzione, fuorché- quello di 
spedire il MS. a Vienna, pel Mar Nero, e pel Danubio 

L' Autore della Review fa menzione di una scuola stabilita 
ad Ecatonesi, e soppressa ad istigazione del Generale Sebastiani 8 
U Crmco vuole senza dubbio parlare di Cidonia o a Tm™ 

a , molestato dalla Porta, sotto 

- ridicolo pretesto che i Greci costruivano una Fortezza invece di 
on Collegio. Ma , dop> alcune istanze, e per mezzo del paga- 
mento di una somma di denaro al Divano, è stato dato il permesso 
di proseguire l' insegnamento. U Professore principale chiamato 
Vemamin (Beniamino) è riputato uomo di talenti, ma libero 
pensatore. Nacque egli a Lesbo; studiò in Italia; insegna l'El- 
lenico , U Latino, e qualche lingua Franca; ed ha inoltre al- 

ninp iiA-MA.ii - «- a* • 



cune nozioni intorno alle 

Be0ehè n °" « ia ™» Pensiem di eKendermi di più sovra 

■ «-gnu. <P»»1° **mmm» cor, queste p » r „| e: „ Talp can . 
. g.»me nl . deve aunbuirsi alle loro d-graaie piu u 0i ,o che ad 



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„ una degradazione fisica. „ Può esser vero che i Greci non 
sieno degenerati fisicamante, e che Costantinopoli conteneva, 
nel giorno eh' ella cangiò di padrone, tanti uomini di sei piedi 
e più , quanti ne ebbe ne' giorni della sua prosperità. Ma la 
Storia Antica, e i Pubblicisti moderni e' insegnano che fa d'uopo 
ben più d'una perfezione fisica per mantenere uno Stato nella 
sua forza ed indipendenza; ed i Greci in ispecie sono un tristo 
esempio dei rapporti intimi che esistono fra la degradazione mo- 
rale, e la decadenza di una nazione. 

Lo Scrittore della Review parla d' un piano eh' egli crede 
immaginato da Potemkin onde perfezionare il Romaico. Ho fatto 
inutili «forzi per procurarmi dei ragguagli sulla di lui esistenza. 
Eravi un' Accademia a Pietroborgo pei Greci ; ma è stala sop- 
pressa da Paolo, nè il suo successore l'ha più ristabilita. 

M'immagino che sia un trascorso della penna del Critico, 
nè altro può essere che un trascorso della penna ( a slip of 
the pen) che gli abbia fatto dire alla pag. 58, n.° 31 della 
Edinburgh Review: — „ Sappiamo, die allorquando la capi- 
,, tale dell Oriente cedette a Solimano.... „ — Presuppongo che 
in una seconda Edizione della Review, quest'ultimo vocabolo 
verrebbe rimpiazzato da quello di Maometto li. (*) — „ Le 

(*) In nn precedente Numero della Edinburgh Review, 1 Soft , ti h*gge : 
„ Lord Byron ha «issati aironi de' «noi primi anni in Iscoria. Avrebbe 

potato apprendervi che il vocabolo pibtoch tanto vale a significare una 
n Cornamusa , come un Duetto ad indicate nn Violino. '* Or ditemi - è 
egli forse in I scozia che i giovani dell'Edinburgh Review hanno impa- 
rato che S 'limano significa Maometto TIt E similmente che critica 
voglia significare infalHkilitàl Ed ecco come, 

„ Cedimns incroe vicem praebemus crura sagittis. „ 
L' errore sembra così ad avidenza un» trascorso di penna ( per la somma 
somiglianza, delie due voci e pec la mancanza Lutala di errare del 
Leviathan léttcrario ) che io 1' avrei parsalo «otto silenzio , siccome nel 
tosto, se non avessi osservati nella Edinburgh Review moki scherzi piace- 
voli sul proposito di colali scoperte, in ispecie una recente nella quale le 



— 504 — 

„ Signore di Costantinopoli, prosegue il Giornalista , parla- 
„ vano a quest' epoca un dialetto che non sarebbe stato in • 
degno di una Ateniese. „ Non so come ciò possa essere : 
però emmi penoso il dirlo, le Signore in generale, e le Ate- 
niesi in particolare , sono bene scadute in oggi , essendo tanto 
lontane dallo scegliere il loro dialetto, e le loro espressioni , 
quanto tutta la stirpe Ateniese è lunge dal giustificare il pro- 
verbio : 

'fl 'Adwva Trpaórv x«fy*» 
TV ycuSApwq rpétptti ra>p<x 

Nel Voi. 10 di Gibbon , pag. 161, trovasi il passo che 
segue: — „ 11 dialetto volgare di Costantinopoli era grossolano 
„ e barbaro abbencbè le composizioni di chiesa e di palazzo 
„ affettassero talora di imitare la purezza dei modelli Attici. „ 
Malgrado quanto avrebbe potuto dirsi a questo proposito , è 
ben difficile il credere che le Signore di Costantinopoli par- 
lassero, sotto il regno dell'ultimo Cesare, un dialetto più puro 
di quello nel quale Anna Comnèna aveva scritto tre secoli 
prima, e queste reali pagine non sono certo considerale come 
i migliori modelli di eleganza sebbene la principessa ykaÌTTa* 
itXtp 'AKPIBftS 'AttixiSouw. 

Il miglior Greco è quello che parlasi nel Quartiere del Fa- 
nale ed a Giannina. In quest' ultima Città ewi una 
rentissima sotto la direzione di Psalida. 

Giunse non ha molto ad Atene un allievo dello stesso Psa- 
lida, che ha intrapreso un viaggio di osservazioni nella Grecia; 
esso è intelligente , e meglio instruito di un allievo della mag- 

parole e le sillabe vi tono discuti e e trasportate. Il passo mentovato qui 
•opra mi spinge involontariamente a ricordargli quanto più facile sia 
1' usare la critica che il far bene. Qoeati Signori che così spAso godono 
di nn trionfo dopo simili vittorie, mi permettano per ora questa leggera 
ovazione. 



— 305 — 

gior parte de* nostri Collegj. Riferisco ciò come una prova che 

10 spirilo di ricerca e d' osservazione non è estinto al tutto 
presso i Greci. 

Il Redattore della Review nomina Wright, Autore di un 
bel Poema intitolato: Horce Jonicce, come capace a dare 
dei minuti ragguagli sopra questi Romani di nome e Greci 
degeneri, del pari clic sulla loro lingua. Ma Wright, benché 
buon poeta, ed uomo abile, ha commesso un errore asse- 
rendo che il dialetto Albanese del Romaico, sta più dappresso 
all' Ellenico. Che è pubblicamente nolo parlar gli Albanesi un 
dialetto corrotto, quanto lo Scozzese della Contea d' Aberdeen, 
o l'Italiano di Napoli. Giannina (dove dopo il Fanale parlasi 

11 più puro Greco) benché sia la Capitale delle possessioni di 
Ali Bascià, non trovasi in Albania, ma in Epiro; e al di là 
di Delvinachi , nell' Albania propria , fino ad Argyrocastro c. 
Tebelen (al di là della quale città non mi recai) si parla 
nn Greco anche più cattivo di quello della stessa Atene. Ebbi 
per un anno e mezzo due di questi singolari montanari 
al mio servizio, la cui lingua madre è V Illirica, e giam- 
mai non udii eli' essi od i loro compatriota (i quali vidi, 
non solo nelle case, ma in numero di 20,000 nell'armata 
di Vdi Bascià) si lodassero pel loro Greco; ma bene spesso 
erano anzi scherniti pei loro barbarismi di provincia. 

Conservo presso di me venticinque lettere circa ( fra le quali 
ve ne hanno alcune del Bey di Corinto ) scrittemi da No- 
taras, il Cogia Bachi, ed altre del Dragomanno del Caimacam 
della Morca (che governa ora in assenza di Vdi Bascià). 
Mi fu detto poter essere quelli, considerevoli saggi del loro 
stile epistolare. Ne ricevetti eziandio parecchie a Costantinopoli 
da diversi individui di distinzione : esse sono scritte nello stile 
il più iperbolico, ma colla vera scrittura antica. 

Il Redattore della Rcview, dopo alcune osservazioni intorno 

alla lingua Greca nel suo stato passato e presente , pretende 

20 



— m — 

stabilire questo paradosso (pag. 59) che la cognizione cMU 
sua lingua materna tloveitc nuocere assaissimo a Coray per 
apprendere l'antico Greco: come se potesse essere meno capace 
d'intenderlo a cagione che egli sa a perfezione il moderno! 
A questa osservazione segue un paragrafo dove viene racco- 
mandato in termini espliciti lo studio del Romaico come un 
polente ttjulo , non solamente pel viaggiatore, o mercatante 
straniero, ma ben anco a chi fa l suoi sludj classici: in una 
parola, a rutti, eccetto che a colui che può rendersele l'uso fa- 
migliare; e per una pan là di ragionamento, il nostro antico 
linguaggio è riguardato come più facile ad apprendersi dagli 
stranieri) elle da noi medesimi! Tuttavolta io voglio indurmi 
a credere che un Tedesco, die studj 1' Inglese ( benché egli 
stesso d' origine Sassone ) sarebbe imbarazzai iasimo a spiegare 
Sir Trìstrtm , o qualche altro MS. Auchlnlcck, avesse pure 
a sua disposizione e dizionario e grammatica. Parrà evidente 
non potervi essere altri fuor che un nativo, capace di otte- 
nere una coftniiione , non dico già completa , ma competente 
de' nostri idiomi vertuti in disuso. L' ingenuità del critico dee 
guarentii della sua buona fede: ma noi non ci affideremo a lui 
più che al Lìsmafiago di Smollett che sostiene, che l'Inglese 
il più puro si parla ad Edimborgo. Che Coray potesse errare , 
è possibile; ma, dove ciò fosse, la colpa è piuttosto dell'uomo 
che della lingua materna, che è, e deve essere del più grande 
a)uto allo studente Greco. — Qui lo Scrittore della Review 
viene alle osservazioni sui traduttori di Strabone, ed io qui 
pongo fine alle mie sopra di lui. 

Sir W. Drummond, il Sig. Hamilton, Lord Aberdeen, 
il Dottor Clarke, il Cap. Leake, i Signori Geli, e Walpole, 
ed altri che trovansi di presente in Inghilterra , hanno tutto 
quanto è necessario per dare delle notizie certe sopra questa 
nazione scaduta. Le poche annotazioni da me pubblicate , non 
sarebbero scritte, se 1' articolo in quistione, — e meglio, — 



il luogo ove lo lessi, non mi avessero trailo a meditare atien- 
tamentc su crucile u&ffine . die il vantaselo delle mia aaaaa* 
aionc presente mi metteva in grado d' illustrare, o di pro- 
varmi almeno a farlo. 

Ho procurato di soffocare tutti i sentimenti personali che 
mio malgrado si risvegliano in me , da tutto ciò die riguarda 
V Edinburgh Review; non che ambissi a mere a re il favore 
de' suoi Scrittori, o cercassi a cancellare la ricordanza di quanto 
ho fatto , non ha molto , di pubblica ragione : ma semplice- 
mente io sento quanta incongruenza v' abbia nel mescolare 
risentimenti privati ad una discussione di simil fatta, princi- 
palmente a questa distanza di tempo e di luogo. 

I 

NOTA RELATIVA AI TURCHI. 
_ 

Le difficolta di viaggiare in Turchia furono dì molto esa- 
gerate, o piuttosto scemarono notevolmente da qualche anno, 
i Monsulmani hanno acquistata una specie di civilizzazione 
assai favorevole ai viaggiatori. 

È rischioso l'estendersi troppo parlando dei Torchi, e della 
Turchia, dacché non basta il soggiornare con essi una ven- 
tina d' anni per imparare a conoscerli, almeno per parte dì 
essi medesimi. Per mio riguardo, non ho motivo alcuno di 
lagnarmi: che anzi ho ricevute mille pulitezze — dirò pure 
tratti di amicizia — ed una agiata ospitalità da Ali Bascià, dal 
figlio suo Veli, Nasci:, di Morea, e da molte altre persone di 
condizione nelle provincie. Suleyman Aga , ex-Governatore di 
Atene, ed ora Governatore di Tebe, era un bori vivant, e di 
carattere così socievole che stavasi sempre accoccolato a tavola. 
Nel carnovale , quando i nostri compagni facevano delle ma- 
scherate , esso ed il suo successore erano più contenti di ricé- 



vere le maschere , che di trattenersi con alcuna nsufruttuaria di 
Grosvenor-square. Una volta, essendo egli venuto a desinare al 
Convento, il suo amico ed ospite il Cadi di Tebe, si lasciò 
cadere da tavola, iutanto che il Vaivoda pareva godesse della 
caduta di lui. 

In tutte le mie relazioni monetarie coi Monsulmani ho tro- 
vata sempre la più rigorosa onoratezza, ed il più gran disin- 
teresse. Trattando d' affari con essi, non s' incontrano quei 
vergognosi peculati conosciuti sotto il nome d' interessi , di 
differenza di cambio , di commissione ecc. che si hanno a 
soffrire ogni qualunque volta vogliasi dirigere, per ottenerne 
dei biglietti di Banco , ai Consoli Greci , ed eziandio alle stesse 
prime case di Pera. 

Al presente però, dietro un uso stabilito nell'Oriente, ben 
di rado vi troverete perdente ; che per una buona lettera di 
Cambio generalmente se ne ottiene un' altra di egual valore , 
un cavallo, od uno shawl. 

Nella Capitale , ed alla Corte , i cittadini , ed i cortigiani hanno 
gli stesti modi di quelli della Cristianità; non esiste però un 
carattere più onorevole, più amabile, e più cortese del provin- 
ciale Aga veramente Turco, o del gentiluomo Mon sul mano di 
Provincia. Non intendo già di parlar qui degli Aga, che per 
una specie di dritto feodale posseggono dei beni più o meno 
considerevoli nella Grecia , e nell'Asia Minore. 

Le ultime classi sono in uno stato di sommessionc cosi tolle- 
rabile, che eguagliano la plebe delle contrade che pretendono 
d' essere più civilizzate. Un Monsulmano , scorrendo le strade 
delle nostre Citta di Provincia si troverebbe più imbarazzato in 
Inghilterra, che un Franco in simile circostanza in Turchia. 
L' uniforme militare è il miglior costume per viaggiare. 

U ragguaglio della loro religione e delle varie sette dell' Isla- 
mismo trovasi esattamente riferito nell'opera francese d'Olisson. 
I loro modi e costumi sono stati meglio ancora descritti da 



* 



Thorntou. Gli Ottomani , con tutti i loro difetti non sono già 
un popolo da dispregiarsi : eguali per lo meno agli Spagnuoli , 

tono superiori ai Portoghesi. Se è difficile il dire ciò eh' essi 
si. no, puossi dire almeno ciò che non sono: non sono traditori, 
non sono vili, non bruciano gli eretici, non sono assassini, ne 
pure se il nemico si avanzasse verso la loro capitale. Fedeli al 
Sultano fino a che non divenga incapace a governarli , sono 
votati al loro Dio senza indagare qual sia. Se fossero domani 
cacciali da Santa Sofia, se i Bussi, od i Francesi occupassero 
il loro Impero, chi fa se l'Europa vi guadagnerebbe? L'In- 
ghilterra vi perderebbe certo. 

Quanto a questa ignoranza della quale sono cosi generalmente 
c talvolta cosi giustamente accusati, può mettersi in dubbio, 
lasciale a parte la Francia e l' Inghilterra , se v' abbiano punti 
usuali di cognizioni ove sieno sorpassali dalle altre nazioni. 
Forse nelle ani abituali della vita ? Nelle manifatture forse ? 
Una sciabola turca è ella inferiore ad una di Toledo? O pure, 
un Turco è egli più male in arnese di uno Spagnuolo? Od è 
alloggiato, e nudrito peggio di lui? O è di lui più ignorante? 
I loro Bascià sono forse meno educati di un Grande di Spa- 
gna? O un Effendi meno d* un Cavaliere di S. Giacomo? — Non 
lo credo. 

Mi ricordo che Mahmout, nipote di Ali Rascia mi ebbe ri- 
chiesto, «e il mio compagno di viaggio ed io fossimo dell' alta 
o bassa Camera del Parlamento? Tale quistione fatta da un 
fanciullo di dicci anni , prova che la di lui educazione non era 
stata trascurata. Si potrebbe dubitare se un giovine Inglese co- 
nosca a quell'età la differenza che passa fra il Divano, e un 
Collegio di Dervis : sono però sicurissimo che uno Spaglinolo 
non la conosce. Come mai il piccolo Mahmout, circondalo in 
ogni tempo da' suoi Governatori Turchi , avrebbe imparato che 
esisteva un Parlamento in Inghilterra, se gl'Institulori avessero 
ristretta al Corano ogn' istruzione del loro allievo. 



— 510 — 



In tulle le Moschee, hannovi delle scuole regolarmente fre- 
quentale ; ed i poveri sono istruiti senza che ne sia danneggiala 
la chiesa turca. Io credo, che il sistema di educazione non sia 

ancora stampato (benché esistano già dei torchj turchi, e sieno 
stati impressi dei libri per 1* istruzione militare di Nizam Ge~ 
didd ) \ non ho udito dire se il Muftì , ed i MoUas abbiano 
sottoscritto, o se il Caimacara, e il Tefterdar siami allarmati 
per timore che il giovine istrutto apprenda a non domandare a 
Dio la sua ria. Anche i Greci hanno un Collegio della loro 
propria religione a Maynooth, — non ad Hawaii, dove i Cri- 
stiani eterodossi ricevono dagli Ottomani quella stessa prote- 
tione , che ottiene il Collegio Cattolico dalla legislazione Inglese. 
Chi allora oserà affermare, che i Turchi sono ignoranti ipocriti, 
mentre mostrano per tal modo la stessa proporzione di carità 
cristiana che è tollerala nel più prospero e più ortodosso di tutti 
gì' Imperi possibili ? Ma , bench' essi accordino tutte queste cose, 
non soffrirebbero che i Greci partecipassero ai loro privilegi , 
_ no: si battano eglino bene in guerra, paghino puntualmente 
i loro haratch (tributi): sieno battuti in questo mondo, e dan- 
nati nell* altro. Emancipiamo noi forse i nostri Iloti Irlandesi ? 
Maometto ce ne guardi! Saremmo allora malvagi Monsulmani, 
e indegni Cristiani. 



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APPENDICE. 



Presso un popolo schiavo , costretto a ricorrere a torchj stra- 
nieri, eziandìo pei suoi libri di pietà, è meuo sorprendente il 
rinvenire un numero cosi ristretto di pubblicazioni intorno ad 
oggetti generali , di quello che lo sia il trovarne alcune sopra 
un soggetto qualunque. 11 numero totale dei Greci ,Jj dispersi 
nell'Impero Turco, e in qualunque altra parte, può sommare 
tutto al più a tre milioni; con tutto ciò, egli è impossibile 
trovare una nazione che abbia in proporzione del numero degli 
individui che la compongono, una maggiore quantità di libii e 
di autori di quella che hanno i Greci del nostro secolo: „Mais'i! 
diranno i generosi patrocinatori della schiavitù, i quali nell'atto 
che affermano l'ignoranza dei Greci, vietano loro di poterla 
dissipare ; „ Maisi ! E la maggior parte di que* libri , se non 
„ l' intiero novero, altro non sono che trattati ecclesiastici, e 
„ per conseguente buoni da nulla. „ Dio buono! Glie possono 
altro scrivere fuor che questo, domando io? È piacevole assai 
il sentire un Franca, principalmente Inglese , che insulta cosi 
il Governo del proprio paese; od un Francese, die può ingiu- 
riare ogni altro Governo fuorclté il suo, e che ha piena facoltà 
di scrivere sopra qualsiasi soggetto, filosofico, religioso, scien- 
tifico, scettico, o morale, disprezzando le leggende greche! 
Un Greco non può scrivere sulla politica, nè può abbozzare al- 
cuna scienza per mancanza d'istruzione: solo eh' ei dubiti, è 
scomunicalo, è dannato; ed è per questo che i suoi concittadini 
non sono avvelenati dalla moderna filosofìa ; ed in quanto agli 
scritti morali, grazie all'oppressione dei Turchi, essi non ne 
conoscono. Che riman loro adunque, se il cerchio nel quale 
debbono aggirarsi è tracciato? La Religione, f la Biografia 



— 512 — 

sacra: ed e naturalissimo che coloro elle hanno così poco a loro 
retaggio nella presente vita, volgano lo sguardo alla futura. 
Non abbiamo dunque di che meravigliarci , se in un Catalogo 
che ho adesso sott' occhio, di cinquanlacinque Scrittori Greci, 
la maggior parte dei quali viveva in questi ultimi anni, se ne 
trovino non più di quindici che abbiano trattalo d' altro che di 
religione. 11 Catalogo presente è riferito al capo vigesimo sesto 
del auarto volume dell' Istoria Ecclesiastica di Meleaio. Estraneo 
da questo Caulogo una lista di Autori che hanno scritto sopra 
materie generali. 

Néophitcs, Diakonos (Diacono) della Morea, ha pubblicato 
una Grammatica estesa , ed alcuni Regolamenti Politici 
che lasciò non terminati alla sua morte. 

Prokopitjs, di Moscopoli (Città dell'Epiro) ha scritto e pub- 
blicato un Catalogo di Greci Sapienti. 

Sebàprin, di Periclea, è autore di molte opere in lingua turca, 
ma scritte con caratteri greci pei Cristiani della Caramania 
che non parlano il Romaico, ma leggono questo carattere. 

Eustàthius Psalida di Bucharest, medico, fece il viaggio d'In- 
ghilterra col fine d' istruirsi x*P tv V-*?***»* ; ma benché il 
suo nome venga citato , non si dice che abbia pubblicate 
delle opere. 

Kat limki's Torgeraus , Patriarca di Costantinopoli. Scrisse di- 
versi Poemi , e dei Trattati in prosa ; come pure una Lista 
di Patriarchi dall'ultima presa di Costantinopoli. 

Anàstàsius Macedon, di Nasso, membro dell'Accademia Reale 
di Varsavia, Biografo Ecclesiastico. 

Demetrius Pamperes , di Moscopoli , autore di molte opere, in 
particolare di un Commentario sullo scudo di Ercole, 
d'Esiodo, e Dugento Novelle (non vien detto intorno a 
quali soggetti): pubblicò la sua Corrispondenza co] celebre 
Giorgio di Trebisonda suo contemporaneo. 



Meletius, celebre Geografo, autore del libro da dove si ricava 
questa nota. 

Dorotheus, di Mitilcne, Filosofo Aristotelico. Le sue opere El- 
leniche sono molto stimale. I Greci moderni dicono di lui : 
( cito le stesse parole di Meletius : ) Merk rbv BovKviiinr 

kol\ Ssvo^otvTA àptfTot 'tLMnvvp. Aggiungo sulT autorità 
di un Greco assai istruito, esser costui stalo cosi celebre 
fra i suoi compatriotti , che questi aveano in uso di dire: 
•Se Tucidide e Seno fonte andassero perduti , egli var- 
rebbe a ripararne la perdita. 

Marikus, conte Tharboures, di Cefalonia, professore di Chi- 
mica all' Accademia di Padova , e membro di essa Acca- 
demia, non che di quelle di Stockholm e d' Upsal. Pub- 
blicò a Venezia una Descrizione di alcuni animali marini , 
ed un Trattato sulle proprietà del JeiTo. 

Marcus fratello del precedente, famoso Meccanico. Ei diresse 
il trasporto a Pietioborgo dell'immenso masso di marmo 
sul quale fu posla nel 1769 la statua di Pietro il Grande. 
Vedi la Dissertazione da lui pubblicata in Parigi nel 1777. 

Georgius Constantinus, ha pubblicato un Lessico in quattro 
lingue, 

Georgius Ventote , stampò un Lessico Francese , Italiano, e 
Romaico. 

Esìstono molti altri dizionarj in Latino, in Romaico, 

in Francese ecc. ed alcune Grammatiche in ogni lingua 

moderna, toltane l'Inglese. 

Fra gli altri autori viventi, i più celebri sono que'che 

seguono. Ho ricavati i lor nomi da alcune Biografìe. 
Athànasius Parios: ha scrino un Trattato di Rcttorica Ellenica. 
Christodoulos, dell' Acarnania , pubblicò a Vienna alcuni scritti 

sulla Fisica in Ellenico. 
Pa>Agiotes Kodrikas, Ateniese, traduttore in Romaico della 

Pluralità dei Monili di Fontenellc, (opera mollo in pregio 



— 314 — 

presso i Greci ); è destinalo ad una cattedra di lingua Elle- 
nica ed Araba a Parigi , lingue eh' egli possiede in modo 
distinto. 

Àthanàsius , di Paros, autore di un Trattato sulla Retlorica. 

Viceneo Damodos , di Cefalonia , ha scritto ! Eir t* pM*mf$*fW , 
sulla Logica e sulla Fisica. 

Giovanni Ramar ases, di Bizanzio , tradusse in francese Ocellus , 
sopra V Universo. Dicesi che sia eccellente Ellenista e La- 
tinista. 

Gregorio Demetrius pubblico a Vienna un'opera di Geografìa. 
Tradusse eziandio alcuni autori Italiani, e stampò le sue 
versioui a Venezia. 

Le notizie riguardanti Coray e Psalida si diedero prece- 
dentemente. 

SUPPLEMENTO ALLA NOTA 18.-* 



Lord Byron accenna essere in Pouqueville i ragguagli più 
disùnti di Ali Bascià. Credo far cosa grata al Lettore trascri- 
vendo qui una notizia intorno a quest'uomo straordinario, uscita 
nel primo fascicolo del volume nono della Biblioteca Slorica. 
Essa va esente dai difetti che Byron rimprovera a Pouqueville. 

„ In un Numero antecedente avevamo inserito un riclamo da 
un Inglese, che viaggia in Grecia, direttoci contro la cessione 
del territorio di Parga clie il suo Governo proponevasi di fare 
ad Alt Visir : questa cessione è adesso ultimala. 11 tiranno del- 
l' Epiro regna in Parga , ma non vi regna che sopra un de- 
serto ; anziché sottomettersi al di lui dominio, gT infelici Par- 
ganiotti, d'unanime accordo preferirono di abbandonare i lor« 
beni, e la lena nativa; nè giammai forse si mostrarono essi 



più degni di vivere neh* amica patria de* loro Padri , quauto 

in quell'istante die se ne allontanavano. Si credei ebbe quasi che 
il racconto d#lla loro partenza fosse una pagina tolta da Ero- 
doto, o da Tucidide. Le grida ncll' imbarcarsi, l'addio dolo- 
roso alle rupi che gli aveano visti nascere, tutte le circostante 
del loro partire, ci rammentano alni tempi, alni costumi, ed 
hanno un' impronta di antichità. Sospettando essi che il barbaro 
potesse sfogare il suo furore col sovvertire le tombe de' loro 
padri, prima di partire tutte le ricercarono, e riuniti sopra 
una pira gli avanzi rinvenuti, vi appiccarono il fuoco. Le ce- 
neri della pira fumavano ancora quando gli Albanesi che for- 
mavano l'avanguardia del Tiranno entrarono nella vuota Parga. 
Parve che il Genio dell' antica Grecia avesse abbandonato l'E- 
piro coli' emigrare de' Parganiotti. I seguenti fatti faranno 

conoscere se avessero eglino ragione di temere e odiare A l'i 
Visir. 

„ Egli nacque da Veli , Bey di Tebelen : fino all' età di 
ventidue anni visse oscuro, e povero nel villaggio di Tebelen 
sua patria, che unito alle sue dipendenze di tre o quattro leghe 
di raggio in paese miserabile, formava la giurisdizione di suo 
Padre. Era bensì noto a quella regione per carattere ingiusto, 
rissoso, e per rilassamento di costumi. Accrebbe la sua fama 
coli' assassinio di due suoi fratelli Soliman Bey , e Tahir , 
Bey da lui riputati quali ostacoli alla sua ambizione. Immolò 
inoltre alla sua malignità e cupidigia alcuni de' suoi più pros- 
simi parenti, sicché fin d'allora fece conoscere quale sarebbe 
stalo in appresso. 

i, Rimasto Bey di Tebelen alla morte del padre , cercò la 
protezione di Chaggi Ali, Bascià di Larissa il quale, per mezzo 
d' intrighi fatti colla Porta, era riuscito a spogliare Curt Achmet 
Bascià di Bcrat deH* impiego di Vervendgi Bascià ( Ispettore 
delle strade) che affidò ad Ali il maneggio di sei Provincie. 
Appena insignito di questa carica , intima a queste Provincie 



che debbano pagargli il decuplo di quello che pagavano prima: 
ed alla testa di un' orda di soldati feroci , scorre il paese come 
ladrone, più che come Ispettore, esigendo ad arbitrio danaro 
da alcuni, carcerandone altri, e spargendo ovunque la deso- » 
Lazione ed il terrore. Curt Achmet, riavuto il posto di Ver- 
vendgi Bascik, scaccia Ali Bey dalle Provincie che devastava, 
e lo costringe a ritirarsi a Tebelen. 

„ Selim, Bascià di Delvino, aveva incorsa la disgrazia della 
Porta per aver venduto a' Veneziani il corso della PitrUza ed 
il suo lago. Vedendosi sul punto di perdere il Bascialico, e 
volendo almeno salvar la testa, fa nominare in sua vece Ali 
Bey per V intervenzione de' Veneziani , pensando che un tal 
benefizio gli avrebbe procurata 1* amicizia e la protezione del 
successore. Ali, eletto Bascià di Delvino, fa trucidare Selim, 
ed invia il capo di lui a Costantinopoli. Lordo del sangue del 
suo benefattore, si arricchisce delle spoglie della Provincia. 1« 
sue estorsioni lo rendono odioso alla Porta, *ì sollevano contro 
di lui gli abitanti del suo Bascialico, i quali, passali appena 
otto mesi, lo cacciano con violenza ed orrore. 

„ Riconciliatosi colla Porta a forza d'oro che sparge nel 
Divano , vien nominato Bascià di Tricala in Tessaglia. La nuova 
amministrazione è del pari contaminata di avanic, ed estorsioni 
di ogni specie; nè commise colà minor numero di ruberie che 
non ne avesse commesse a Delvino ; ma i Tessali soflcrirono 
più pazientemente. 

„ Una superchieria lo fece eleggere Bascià di Giannina. Ap- 
pena vedesi al possesso di questo Bascialico, destituisce dai 
loro impieghi tutti i Turchi e Greci di una qualche conside- 
razione. Mette in lor vece uomini sollevati dal nulla, cicchi 
istruraenti del suo tirannico volere, e vili agenti delle sue in- 
fami voluttà. In mi paese rinomato per purezza di costume, 
posto sotto la salvaguardia di due religioni rivali, ma del pari 
severe, abbandonasi impudentemente alla più orribile dissolu- 



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tezza , reggendo la violenza delle sue passioni , con tutta la rio- 
lenza del potere ; forzando colle minaccio e cogli apparecciij di 
morte le donne le più oneste, ad abborainevoli opre e nefande. 

„ Lo spaventevole spettacolo di diciassette leggiadre giovi- 
nette , attinenti per la maggior parte alle prime famiglie Greche 
di Giannina, affogate ad un tempo in un lago per suo ordine, 
non ebbe altra causa fuorché la sfrenata di lui libidine, con- 
giunta alla più nera crudeltà. La più bella di queste, Eufrosinc 
di nome, che i Greci moderni paragonavano all' antica Aspasia 
per grazia e spirito, troppo però da quella diversa per castiga- 
tezza di costumi, ebbe la disgrazia di piacere al Bascià che 
pose tosto m opera a sedurla offerte, promesse, minaccie. Ma 
visto come ogni cosa riuscisse vana, giurò di vendicarsi della 
sventurata Eufrosinc coti un orribile allentato. Recasi una notte 
sollo le finestre del «li lei appartamento, seguito da una schiera 
di Sicarj ; col mezzo d' una scala penetra egli stesso colà dove 
ella riposa co' figli, e dopo un torrcute d'imprecazioni, e 
d'ingiurie, lei nuda e semiviva trascina fuori della casa, e 
consegnatala a' satelliti , ordina sia condotta alla . morte. E 
onde palliare l'atrocità di una personale vendetta, che ributtava 
ad un tempo alla morale ed all'umanità, sotto il pretesto di 
una vendetta pubblica, che oltraggiando vie più l'umanità po- 
teva almeno aver sembianza di zelo pel costume, fa arrestare 
del pari sedici altre donne che il Pubblico sospettava , per la 
maggior parte però a torto, clic avessero commercio co' figli 
di lui, e le fa tutte gettare con Eufrosinc nel Lago di Gian- 
nina. Alcune circostanze accrebbero l'orrore, e la pietà inspi- 
rata da tale avvenimento. Una di esse era gravida: questo staio 
però non potè salvarla, che suo mai ilo, un mostro per nome 
Ricala Janko la fé' consegnare egli slesso al Bascià. Lna fan- 
tesca d' Eufrosinc ostinossi a voler seguire la padrona, e le- 
nendola stretta nelle braccia affogos&i con essa. Due sorelle , 
distinte per gioventù e bellezza, si rammemorarono, presso a 



morire la loro costante unione, e tutti ì piaceli innocenti dei 
quali avevano iiuieme goduto: resero grazie al Tiranno che non 
le avesse disgiunte nell'istante fatale, ed abbracciatesi si pre- 
aitarono unite nel Lago. Tutta quanta Giannina fu presa da 
costernazione e terrore, alla nuova dell' orrenda catastrofe: per 
più giorni, le porte, e le fi nei tre di tutte le case rimasero 
chiuse, le vie deserte, ogni relazione di negozj e di società 
interrotta: si sarebbe detto che gli abitanti dell' intiera Città 
erano morti con quelle diciassette donne. 

„ Tali orrori non sono in Ali Visir che effetti di uno smo- 
dato libertinaggio: quanti delitti poi non gli facea tuttodì 
commettere l' insaziabile di lui cupidigia ! Talvolta fa che ri- 
comincino tremendi processi già ultimati, per istrappare delle 
somme alle parti: spoglia tal altra le vedove sensa figli, di- 
chiarandosi erede naturale di tutte queste famiglie; e quando 
grava d' imposizioni straordinarie un paese , e quando V op- 
prime con esorbitanti tributi per la costruzione di palagi e 
fortezze, monumenti della sua vanità od ambizione. Mise in 
ceppi Mourlach Bejr, individuo appartenente ad una delle pri- 
marie famiglie di Giannina, astringendolo cosi a cedergli a vii 
prezzo una sontuosa villa da lui posseduta nella Provincia del- 
l'Aita. E frutto furono d' assassinj e di ladronecci le immense 
terre non solo eh' Ei possiede in questa Provincia , ma tulle 
quelle eziandìo della Provincia di Giannina e la maggior parte 
di quelle della Tessaglia, ddl' Acarnania , dell' E tolta , della 
Locride, e dell' Epiro. Non contento di depredare i particolari, 
spoglia eziandio le intere Città: Cetana in Tessaglia, Fosco- 
poli nella Macedonia sono in preda al bottino come se fossero 
Città nemiche. Quest'ultima, era una grande Città popolosa, 
commerciante, istruita: non conta al presente che un ristretto 
numero di miserabili abitanti. 



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NOTE 

AL CANTO TERZO 



N. t. — Posto d' onore (pridc of pi ice ) è uu 
di Falconeria, e significa il più alio punto del volare — V. 
Macbeih ecc. 

„ An eagle towering in hit pridc of place, 
Was by a mousiug ovvi hwk'd at and kiU'd. , t 
„ Elevandosi un' aquila al suo posto d' onore fu da un bar- 
„ bagianni, che stava in agguato, inseguita ed uccisa,,, 

N. 2. — Vedi la famosa Canzone di Amodio e di Aimo- 
gitone. — La miglior traduzione Inglese è quella di Deuman 
iiell' Antologia di Bland : 

,, With myrtle my sword will I wreathe, „ ecc. 

N. 3. — Nella notte che precedette la battaglia, ebbe luogo 
per quel che si dice, un ballo, a Brusselle. 

N. 4. e 5. — Sir Evan Cameron ed il suo discendente Do- 
nald, ti bel Lochici dei quarantacinque. 

N. 6. — Si suppone che il bosco di Soignies sia un resto 
della foresta delle Anlennc celebre nell* Orlando del Bojardo, 
e resa immortale nell' As jou like U. (Come vi piacerà) di 
Shakspeare. Ne parla anche Tacito , come di un luogo dove 
i Germani si difesero con successo contro le usurpazioni dei 
Romani. — Mi piacque adottare un nome clic porta seco no- 
bili memorie, a preferenza di quello che non somministra in 
origine altro che idee sanguinose. 

N. 7. — La Guida che mi condusse dal Monte San Gio- 
vanni sopra il campo di battaglia pareva clie fosse intelligente 



— 510 ~ 

ed esatta. Il posto dove cadde il maggiore Howard era poco 
lontano da due grossi alberi isolati (ve n'ebbe un terzo, ma 
fu troncato o spezzalo nel combattimento) che sono vicini 
T uno all' altro accanto ad un sentiero. — Egli mori appiedi 
di quegli alberi, e. vi fu sepolto: il corpo ne fu poscia tra- 
sportato in Inghilterra. Una lieve cavita rimasta al terreno 
indica il luogo dove fu posto, ma probabilmente sarà tolta 
ben presto. L'aratro già vi passa sopra, ed oggi evvi semi- 
nato del grano. 

Dopo avermi indicate le diverse posizioni dove Picton, ed 
altri valorosi Capitani morirono, la Guida mi disse: „ Ecco 
„ ove cadde il Maggiore Howard : era a* suoi fianchi quando 
„ venne ferito. „ Gli dissi, essere quello un mio parente; 
pane allora anche più sollecito ad indicarmi in modo pre- 
ciso il luogo, e le circostanze di quel crudele avvenimento. 
Questo sito è uno di quelli che si possono riconoscere con 
maggiore facilità in quel campo , a cagione dei due alberi 
già accennati. 

Percorsi a cavallo per ben due volte il campo di Waterloo 
paragonandolo alle scene simili che mi ricordava. Può essere 
effetto della mia immaginazione , ma parmi che questo piano 
sia stato fatto per essere il teatro di grandi azioni. Ho vi- 
sitali attentamente quei di Platea, di Troja, di Mantinea, 
di Leuttra, di Cheronea, e di Maratona; e la pianura che 
cinge il Monte San Giovanni , ed Hougoumont pare non man- 
car d'altro, che di una causa migliore e di quella indefini- 
bile ma eccitatrice aureola che il decorso del tempo diffonde in- 
torno ad un luogo illustre , perche possa gareggiare con tutte 
le summentovate pianure, meno forse 1' ultima. 

A". 8. — I pomi ( favolosi ) delle rive del Lago Asfalto 
erano, per quanto dicesi, belli al di fuori, e dentro pieni 
di cenere. V. Tacito Istoria L. 5, 7. 

N. 9. — Il grande errore di Napoleone , se i nostri Storici 



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tono veritieri, fu il continuo spregio ch'egli mostrava per tutti 
gli uomini, perchè non aveva alcun sentimento comune con 
essi e per essi; spregio più oflensivo forse per la vanità umana, 
che 1' attiva crudeltà della ti rat una la più sospettosa. 

Tali furono i suoi discorsi alle assemblee pubbliche, del pari 
che le sue conversazioni cogli individui; e le sole parole che 
si suppone aver egli dette al suo ritorno a Parigi, dopo clie 
y inverno di Russia ebbe distrutta l'armata, riscaldandosi le 
mani: „ Si stà meglio qui che a Mosca „ hanno probabilmente 
alienato da lui un numero maggiore di animi, di quello che 
si facessero i disastri che 1* avevano condotto a fare questa os- 
servazione. 

iV. 10. — 

, „ What wants that knave 
That a king should bave?,, 

„ Che manca perchè questo mariuolo sia fatto Re ? ,, 
Furono le parole dette dal Re Giacomo incontratosi in Johnny 
Armstrong e ne' suoi colleghi vestiti del grande Uniforme — 
V. la Ballata. 

iV. 11. — Il Castello di Drachenfels è situato sul più alto 
vertice delle .Sette Montagne, in riva al Reno: è tutto rovi- 
noso, e da esso vengono alcune singolari tradizioni. È questo 
il primo Castello che trovisi sulla strada di Bonn , dalla parte 
opposta però della riva. Quasi di fronte a questo curioso mo- 
numento, sonovi gli avanzi di un altro Castello detto dei 
Giudei, ed un'ampia Croce in commemorazione dell' assassinio 
di un Capo fatto da suo fratello. 11 numero dei Castelli e delle 
Città poste sulle due sponde del Reno è considerevole, e le 
loro situazioni assai pittoresche. 

N. 12—11 monumento del giovine, e sventurato Generale 
Marceau (ucciso ad Altenkirchcn, l'ultimo giorno dell'Anno 4.» 
della Repubblica Francese) esiste tuttavia come l'ho descritto. 

21 



Le iscrizioni incise sopra questo monumento sono troppo lunghe, 
nè erano necessarie ; il nome bastava. I Francesi 1' adoravano, 
i nemici lo ammiravano : gli uni e gli altri lo piansero. — I 
suoi funerali furono accompagnati dai Generali, e dai distac- 
camenti delle due armate. Nella stessa tomba giace pure il Ge- 
nerale Hoche : anch 1 esso fu un prode in tutta T estensione del 
termine. Ma bench* egli non meno siasi distinto nelle battaglie, 
non ebbe però V onore di esservi ucciso. Si sospettò di' ei mo- 
risse avvelenato. 

Un monumeuto a parte ( che non chiude il corpo , essendo 
stato sepolto con quello di Marceau) gli sorge presso di An- 
de mach. Questo luogo fu il teatro di una delle sue più me- 
morabili intraprese : egli gettò un ponte sul Reno. II monu- 
mento differisce per la forma , e per lo stile da quello di 
Marceau: la Iscrizione è più semplice, e piace assai più: 

l' armata di sambre e mosa 

AL SUO GENERALE IH CAPO 

HOCHE 

• 

Ecco il tutto, nè facea mestieri dir altro. Hoche era consi- 
derato primo tra' primi Generali della Repubblica avanti che 
Buonapnrtc avesse fatto un monopolio de' suoi trionfi. — Era 
destinato a comandare 1' Armata d' invasione diretta contro 
l' Irlanda. 

N. 15. — Ehrenbrcitenstein ( Ehren-breiten -Stein ) cioè la 
grande pietra d' onore una delle più potenti Fortezze della 
Europa fu smantellata e distrutta dai Francesi alla tregua dì 
Leoben. — Ella fu vinta dalla fame, e dal tradimento, nè 
poteva esserlo che per esse. Dopo aver viste le Fortificazioni 
di Malta e di Gibilterra, molto perde nel confronto, pure la 
sua posizione è vantaggiosa. Il Generale Marceau la assediò in 
vauo per alcun tempo ; ho dormito in una camera dove mi fu 



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mostrata una finestra dalla quale, per ciò che mi fu detto, 
osservava Marceau al chiaror della luna i progressi dell' asse- 
dio, quando una palla venne a colpire immediatamente sotto 
di lui. 

N. 14. — La Cappella è distrutta, e la piramide di ossa 
fu dì molto diminuita dalla Legione Burgundica al servizio di 
Francia, che anelava a cancellale la memoria delle invasioni 
malaugurate dei loro antenati. Un breve cumulo di queste ossa 
esiste ancora , malgrado tutti gli sforzi dei Borgognoni per più 
età (lutti coloro che passavano di colà ne portavano un pezzo al 
loro paese), e malgrado i ru baroenti ancor meno perdonabili 
de* postiglioni Svizzeri che le prendevano onde venderle ai col- 
tellina j i quali, perchè divenute bianchissime, desideravano vi- 
vamente di averne per formarne dei manichetti a' coltelli. Mi 
arbitrai a portar via un quarto all' incirca delle ossa di un 
eroe, e mi valse di scusa il pensare che dove non le togliessi, 
il primo che passava le avrebbe prese per farne un indegno uso, 
neir atto che io mi propongo di conservarle con cura religiosa. 

& 15. — Aventico (presso di Morat) era la Capitale Ro- 
mana dell' Elvezia, dove ora trovasi Avenche. 

N. 16. — Giulia Alpinula, giovane Sacerdotessa d' Aventico, 
morì poco dopo gì' inutili tentativi eh* ella fece onde salvare 
suo padre condannato a morte, come traditore, da Aulo Cecina. 
11 suo Epitaffio fu scoperto già da molti anni ; — eccolo ; — 

JULIA ALPINULA 

RIC JACEO 
1NFEL1C1S PÀTRIS IN FELIX PROLE* 
DE* AVENTI* SACERDOS 
EXOR ARE PÀTRIS NECEM NON POTUI 
MALE MORI IN FATIS ILLI EKAT 
VIXI ANNO* MI1I. 



— 324 — 

Non conosco alcuno scritto più commovente di questo Epi- 
taffio, nè Istoria di maggiore interesse. Ecco nomi ed azioni 
che non dovrebbero essere dimenticate, e che si rammentano 
sempre con vera e consolante emozione, sviando lo sguardo 
dalle miserabili particolarità di questa congerie confusa di bat- 
taglie e di conquiste che eccitano per qualche tempo nell'anima 
una tumultuosa e falsa simpatìa , che va a terminare in una 
profonda nausea prodotta da simile follU. 

N. 17. — Questo fu scritto alla vista del Monte Bianco (il 
3 Giugno 1816) il quale, eziandio a questa distanza abbagliava 
gli occhi (20 Luglio). Osservai oggi, per qualche tempo il ri- 
flesso distinto del Monte Bianco, e del Monte Argentiere nel 
Lago Lemano die traversai nel mio battello. La distanza di 
queste montagne dal Lago è dì sessanta miglia. 

A. 18. — 11 colore del Rodano a Ginevra è azzurro; ma 
ha tale pienezza di tinta, che non 1' ave a mai osservata cosi 
forte in alcuna acqua dolce o salata, eccetto nel Mediterraneo, 
e neir Arcipelago. 

N. 19. — Questo si riferisce ad un passaggio delle sue 
Confessioni, dove racconta la sua passione per la Contessa 
D' Houdctot (la Signora di St. Lambert), e la sua lunga pas- 
seggiata di ogni mattina ad oggetto di godere del solo bacio, 
eh' era il saluto consueto dell' amicizia Francese. La descrizione 
clie Rousseau fa dei sentimenti da esso provati in questa occa- 
sione può considerarsi come la più pura e la più appassionata 
dell'Amore. Non ostante, le impressioni dell'amore sono tali, 
clic le parole saranno sempre insufficienti ad esprimerle; un 
quadro non può darci se non una imperfetta idea dell'Oceano. 

JV. 20. — Ed' uopo che ci rammentiamo , come le più belle 
e le più commoventi dottrine del Divin Fondatore del Cristia- 
nesimo furono predicate non nei tempj , ma sulla montagna. 

Per non agitare quislioni religiose, e per non parlare che 
della eloquenza umana, i discorsi i più maestosi, e di mag- 



4 



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— 325 — 

giorc effetto non sono già stati pronunziati fra due mura. De- 
mostene s' indirizzava alle assemblee pubbliche, e popolari ; 
Cicerone arringava nel Foro. Che una tale circostanza produ- 
cesse maggior effetto sulT animo degli uditori, e sovra quello 
dello stesso Oratore, può facilmente concepirsi dalla differenza 
delle emozioni clic sappiamo essere state allora destate in quei 
pubblici luoghi, e quelle die proviamo noi leggendo i discorsi 
di questi Oratori uelle nostre sale di studio. È ben diverso il 
leggere l'Iliade al Capo Sigeo, o presso le sorgenti che sca- 
turiscono dalle falde del monte Ida , avendo intorno il piano ed 
i fiumi dell' Arcipelago , ed il leggerla al chiarore di una candela 
in una ristretta biblioteca: — io conosco questa differenza. 

2V. 21. — Le burrasche alle quali rife risonisi questi versi, 
accaddero il 13 Giugno 1816 a mezza notte. Fra i monti Acro- 
ccrauni della Chimera ne ho già vedute delle più terribili, 
delle più belle non mai. 

N. 22. — „ Ces montagnes (dice Rousseau nella sua Nou- 
vclle Hc'loisc, Leti. 17, parte 4, nota) som si hautes, qu'unc 
demi-heure après le soleil couebe, leurs somme ts som cncore 
éclairés de ses rayons , dont le rouge forme sur ces cimes blan- 
ches une belle couleur de rose 1 qu'on apercoit de fon loin. „ 
Questo si applica più particolarmente alle Montagne poste al 
di sopra della Meillerie. 

n y al lai à Vevay logcr à la Clef , et pendant deux jourfl 
que j'y restai sans voir personne, je pris pour cette ville un 
amour qui m'a suivi dans tous mes voyages, et qui m'y a fait 
élablir enfin les he'ros de mon Roman. Je dirais volonticrs a 
ceux qui ont du goùt et qui sont scnsiblcs: AUcz à Vevay — 
visitez le pays, examinez les sites, promenez-vous sur le lac, 
et dites si la nature n'a pas fait ce beau pays pour une Julie, 
poni- une CI ai re, et pour un SaintPreux; mais oc les y chcr- 
cJiez pas. „ 

Confcssions, livre IV, pag. 306. Lyon, 1796. 



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Nel Lugli* 1816 feci una gita intorno al Lago di Ginevra; 
e per ciò che le mie proprie osservazioni hanno potuto sugge- 
rirmi in una visita attenta, e piena d' interesse per tutte le 
prospettive le più celebrate da Rousseau nella sua Hdóise, posso 
dire con certezza nulla esservi d'esagerato ne' suoi quadri. Sa- 
rebbe difficile vedere Garens (coi siti che lo circondano, Vcvay, 
Chillon, Boveret, SaintGingo, La Meillerie, Evian, e lo sbocco del 
Rodano nel Lago) senza sentirsi involontariamente colpiti dalla 
particolare disposizione di questi luoghi per le persone, e per 
gli avvenimenti coi quali sono stati popolati. Ma non basta : 
il sentimento che destano in noi le vicinanze di Garens e le 
rupi opposte della Meillerie e più elevato e più esteso della 
pura simpatia per una passione individuale; è un sentimento 
dell' esistenza dell' amore nella sua più grande e più sublime 
intensità , e della nostra propria partecipazione a' suoi benefìz) 
ed alla sua gloria; è il gran principio dell' universo, che vi « 
più addensato, e non meno visibile. Noi con esso, non siamo 
più individui , ma ci mescoliamo alla bellezza del tutto. 

Se Rousseau non avesse giammai scritto, nè fosse mai esistito, 
le stesse associazioni d' idee non avrebbero perù meno apparte- 
nuto a tali luoghi : adottandoli per 1' opera sua , non ha fatto 
che accrescerne 1* interesse. Ha dato a divedere il suo gusto 
squisito per la bellezza, scegliendoli nell* immenso numero di 
altre regioni; ma essi hanno fatto per lui ciò che niun mortale 
potrebbe fare per essi. 

Ebbi la ventura (o la disgrazia , come si voglia) di attraver- 
versare il lago, dalla Meillerie (dove soggiornai qualche tempo) 
e Saint Gingo nel tempo di una burrasca, che aggiungeva 
molto alla magnificenza dello spettacolo, sebbene accidental- 
mente accompagnata da pericolo pel nostro battello piccolo e 
troppo carico. E fu appunto in questo luogo dove Rousseau 
fece tragittare il battello di Saint Preuz e della Signora Vohnar 
onde far ritorno alla Meillerie pei ripararvi*! durante k burrasca. 



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Arrivando sulla riva di Saint Cingo trovai che il vento era 
stato abbastanza gagliardo per abbattere alquanti vecchi tronchi 
di quercia alle falde delle montagne. Sulle alture opposte , 
avvi una villa detta il Castello di Clarens: le colline sono co- 
perte di vigne, e sparse qua e là di deliziosi boschetti. Uno di 
essi chiamavasi il Boschetto di Giulia ; ed è rimarclievole come, 
benché venisse da gran tempo tagliato da' Monaci e convertito 
in vigneto, gli abitanti di Clarens accennano tuttora il posto 
clic esso occupava, chiamandolo col nome che gli ha fatti ce- 
lebri, e che soprawiverà al loro. 

Rousseau non è stato avventurato al punto da far Vi che si 
conservassero i soggiorni locali che avea dati alle aeree sue 
creazioni ( airy nothings ). 11 Priore del Gran San Bernardo ha 
fatti tagliare alcuni de' boschetti resi sacri da Rousseau , per 
formarne dei tini, e Buonaparte ha spianata nna parte delle 
rupi della Meillcric per riparare la strada del Sempione. Questa 
sttada è bellissima , ma non posso soscrivcrc alla osservazione 
che udii fare: „ la route vaut rnieux que les souvenirs. „ 

N. 23. — Voltaire, e Gibbon. 

24. — La Rochcfoucauld ha detto: „ Dans l'advcrsite 
de nos mei Deni s amis, nous trouvons souvent quelquc chosc 
qui ne nous de piali pas. „ 

Max. ccxli. 



— 528 — 



NOTE 

AL CANTO QUARTO 



2V. 1. — La comunicazione tra il Palazzo Ducale e le 
prigioni ha luogo per mezzo di un ponte oscuro , o galleria 
coperta, posto al di sopra dell'acqua, e diviso con un muro 
di pietra in un andito ed una cella. Le prigioni di Stato dette 
pozzi erano praticate nei larghi muri dell' edifizio allorché il 
prigione n' era tolto per andare al supplii , si menava tra- 
verso la galleria alla parte opposta, e giunto nell'altra distri- 



bufone, „ ecUa 5ul CHvi sUoaaU) ^ baMa 

cu. .1 n»n .atroducova in q „« u cell. è al « d'oggi 
"..rala: ma U passaggio è umor, apcio, ,d i nou, soUoTl 



_ , . „ cu e noto sono lì 

nome di A>n, c de' Sospiri. I po tti 80no d di ^ ^ 

mento della camera posta appiè del Ponte. Furono da principio 
in numero d. dodici: ma al primo giungere de' Francesi, i 
Veneziani furono solleciti a chiudere o demolire il più profondo 
carcere secreto. Contultociò vi si può ancora discendere per 
mezzo di un' apertura falla nel pavimento, donde a traverso di 
buche mezzo ingombrate da mine si penetra fino alla profon- 
dila di due piani sotto il primo. Se aveste bisogno di una 
qualche consolazione per la caduta del potere patrizio , forse 
ciré ne trovereste qui. Appena un raggio di luce splende' lungo 
J andito che mena alla cella , ed i luoghi di reclusione sono 
aflaiio tenebrali. 

„ Breve pertugio dentro dalla muda „ 
vi lascia penetrare 1' aria umida «V corridoj c serviva ad in- 
trodurre ,] nudrimemo a quegl' infelici: un tavolalo dell'altezza 



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— 529 — 

di un piede era la sola lor suppellettile. Le Guide ti dicono 
die non era ad essi accordato lume di sorta. Le celle sono 
a un dipresso lunghe cinque passi, larghe due e mezzo, ed 

alle sette piedi; trovami T una direttamente sovra dell'altra, 
e la respirazione è difficilissima nelle più basse. Quando i Re- 
pubblicani Francesi discesero in questi schifosi luoghi non vi 
trovarono che un solo detenuto che, dicesi, fosse cola da sedici 
anni; ma i prigioni che dimoravano nelle altre carceri, aveanvi 
lasciate le traccie del loro pentimento , o della loro dispera- 
zione : traccie clic osservansi tuttavia , e che lorse debbono in 
parte la loro esistenza a qualche moderna supercluerìa. Alcuni 
detenuti pare avessero fatto ingiuria al Clero , altri essere stati 
membri essi medesimi di questo sacro corpo ; ne solo si suppone 
questo dalle loro sottoscrizioui , ma ben anco dalle Cliicse e 
dalle campane tracciate da essi lungo il muro. Al lettore non 
sarà forse discaro di vedere qui riportato un saggio delle ri- 
flessioni inspirate da una cosi orribile solitudine. Ecco tre di 
aitato Iscrizioni trascritte colla maggiore esattezza possibile. 

I. 

NON TI FIDAR D'ALCI: NO, PERSA e TACI 

Se fuggir vuoi di spioni insidie e lacci. 
Il pentirti, pentirti nulla giova 
Ma e ben di valor tuo la vera prova. 

1607. adi 2 r. enaro. Fui re- 
tento p' LA BESTIEMMA p' AVER DATO 
DA MANZAR A UN MORTO. 

Jacomo GUITTI scrisse» 



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— 350 — 

IL 

Un PARLAR poco et 
Negare pronto ei 
Un pensar al fine può dare la vita 

A NOI ALTRI MESCHINI 

1605. 

Ego John Baptista ad 

ECCLESIA» CORTELLARIUS. 

III. 

Di CHI MI FIDO GUARDAMI DIO 

Di CHI NON MI FIDO MI GUARDERÒ IO 

VA. LA STA. CH. KA. RNA. 

Il copista ha conservato i solecismi senza correggerli ; alcuni 
di essi però non sono volontarj, perchè le lettere venivano 
evidentemente tracciate nel bujo. Basti osservare che dee leg- 
gersi bestemmia e mangiar nella prima Iscrizione scritta pro- 
babilmente da un prigioniere rinchiuso per qualche azione empia 
commessa ne' funerali ; che Cortellarius. è il nome di una Par- 
rocchia sul Continente opposto a Venezia presso il mare , e che 
le ultime lettere iniziali sono senza dubbio poste per Viva La 
Santa Cfùesa /Cattolica Romana. 

N. 2. — Un antico Scrittore, descrivendo Venezia ha ado- 
perata la figura istessa , che non sarebbe poetica dove non fosse 
vera: 

„ Quo fit ut qui superne urbem contempletur turrilam teUuris 
„ imaginem medio oceano figtwatam se piUet impiccrc. (*) 

(*) Marci Antonii Sabclli, de Venet» Urbis »itu, untati* Edit. T>urin. 
i5»7, Eh ». fol. aoi. 



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— 331 — 

N. 5. — I canti ben noti de* gondolieri , a stanze avvicen- 
date, ricavate dalla Gerusalemme del Tasso, sono cessati col- 
F indipendenza di Venezia. Le edizioni del poema coli' origi- 
nale in una colonna, e la versione veneziana nell'altra, erano 
un tempo comuni, e tuttavia se ne trovano. 11 seguente estratto 
servirà a mostrare la differenza tra F Epopea Italiana ed i 
„ Canti alla Barcariola. „ 

Originale. 

— Canto F arme pietose , e '1 Capitano , 
Che il gran Sepolcro liberò di Cristo ; 
Molto egli oprò col senno e colla mano , 
Molto soffrì nel glorioso acquisto : 

E iman l'Inferno a lui s'oppose, e invano 
S'armò d'Asia e di Libia il popol misto, 
Che il Ciel gli die favore, e sotto ai santi 
Segni ridusse i suoi compagni erranti. 

Veneziano. 

— L* arme pietose de cantar gho vogia , 
E de Goffredo la immortai braura, 

Che al fin F ha liberà co strassia e dogia 
Del nostro buon Gesù la sepoltura ; 
De mezo mondo unito e de quel Bogia, 
Missier Pluton no 1' ha bu mai paura. 
Dio F ha agiutà , e i compagni sparpagnai 
Tutti *1 gh' i ha messi insieme i dì del Dai. 



Ciò nondimeno alcuni de' più antichi gondolieri cantano ancora 
qualche stanza del Bardo eh' era loro un dì si famigliare. 
11 7 Gennajo scorso FAulore di Childc Haiold, ed un altro 



* 



Inglese, quello clic scrisse la presente notizia (*) trassero al 
lido con due cantori l'uno de 1 quali era carpentiere , barcaruolo 
l'altro. 11 primo posesi a prua, il secondo a poppa della gon- 
dola. Poco dopo il nostro allontanarci dalla Piazze ita, comin- 
ciarono a cantare, e proseguirono, fino a che fossimo perve- 
nuti all'Isola. Ci diedero essi, fra gli altri saggi, la Morte di 
Clorinda, ed il Palagio d'Armida, non cantando i versi Ve- 
neziani , ma gì' Italiani. 11 carpentiere però che dei due era il 
più esperto, ci disse , che avrebbe potuto tradurre V originale, 
ed aggiunse: „ Io so quasi trecento stanze; ma non ho il co- 
„ raggio (egli adoperò il vocabolo morbin) d'impararne più 
,, oltre , nè tampoco di cantare quelle che già imparai ; onde 
,, apprendere e ripetere, vuoisi aver tempo superfluo da di- 
„ sporne a piacimento, ed io, soggiunse quel meschino, — 
„ guardate me, e i miei abiti, — io mi muojo di fame. „ 
Queste parole ci commossero più assai di quel canto, che l'a- 
bitudine sola può rendere gradevole. Il recitativo era acuto, 
stridulo, e monotono, ed il barcaruolo rinforzava la voce ap- 
poggiando una mano sopra un lato della bocca. Il carpentiere 
dava poca azione al suo canto , ed appariva lo sforzo eh' ei 
faceva per contenersi : ma era troppo commosso dal soggetto per 
comprimerlo affatto. Seppirao da essi che il canto non era esclu- 
sivamente riservato ai barcaiuoli , e die eravi una gran parte 
d' individui nel basso popolo, cui erano famigliari queste stanze: 
ma di rado , o non mai s' udivano cantarle volontariamente. 

Non pare clic sia uso dei gondolieri quello di vogare e 
cantare ad un tempo. Benché i versi della Gerusalemme or di 
rado s' intendano, vi hanno però bene spesso delle serenate 
lungo i Canali di Venezia, e ne' giorni di festa gli stranieri 
lontani, e non troppo assuefatti alla lingua per distinguere 
le paiole, possono immaginarsi che la maggior parte delle 

(*) Hobhoiwe. 



Gondole risuoni ancora dei versi del Tasso. L' Autore di alcune 
osservazioni edite nelle Curiosità della Letteratura mi scuserà 
se mi prevalgo del suo scritto per ricavarne due citazioni: 
che, ad eccezione di qualche frase un po' troppo ambiziosa e 
stravagante, ha data una descrizione esatta non meno che pia- 
cevole : 

„ A Venezia, i gondolieri hanno a memoria dei lunghi tratti 
d'Ariosto e di Tasso, e li cantano sovente con una cantilena 
particolare ; ma pare che quest' uso a poco a poco si perda : 
almeno, io non ho potuto trovare, ed a fatica, che due persone 
le quali potessero in questo modo recitarmi un passaggio del 
Tasso. Debbo aggiungere che il fu Signor Berry mi cantò una 
volta un di questi squarci, alla guisa, per ciò che mi disse, 
de' barcaiuoli. 

„ Eglino si accoppiano sempre onde cantare alternativamente 
le stanze. Ne sappiamo le arie da Rousseau che le ha fatte 
stampare: non sono esse già una melodia propriameute detta; 
ma s\ un mezzo fra il canto ferino ed il canto figurato che si 
accosta al primo con una declamazione di recitativo, ed al se- 
condo con de' passaggi, e de' gorgheggi che protraggono ed ab- 
belliscono una sillaba. 

„ Entrai in una gondola a mezza notte. Dn cantore posesi 
davanti, l'altro di dietro, e ci dirigemmo verso San Giorgio. 
Un d'essi cominciò il canto; terminata che fu la sua strofa, 
l'altro prosegui la successiva, e cosi di seguito, sempre alterna- 
tivamente. Per tutto il tempo che durò il cantare, si udivano 
immancabilmente le stesse note; ma secondo il soggetto ed il 
contenuto della stanza, ponevano più o meno di enfasi ora 
sopra una nota, ed ora sopra un'altra; e cangiavano cosi e- 
ziandio il tuono dell' intiera strofa, secondo parca loro esigerlo 
T oggetto del poema. 

„ Nel complesso, a dir vero, i suoni erano rozzi, ed ingrati 
all'orecchio: sembrava che i gondolieri, al modo de' selvaggi 



334 



^ro consistere 1' eccellenza del canto nella gagliardia della 
voce. Vedevasi che volevano superarsi a vicenda colla forra 
de' polmoni, sicché ben lungi dal godere di questo spettacolo 
(dal fondo della gondola ov' era) mi trovai in una incomoda 



„ 11 mio compagno, al quale feci conoscere le impressioni 
che ne risentiva , desideroso di riparare P onore de» suoi com- 
patrioti! , assicurommi che que'caud erano armoniosissimi uditi 
in lontananza. Perciò, noi discendemmo sulla riva, lasciando 
uno de' cantori nella gondola , mentre l' altro posesi in disparte 
alla distanza di qualche centinajo di passi. Cominciarono cosi 
a vicenda, ed io mi posi a passeggiare dall'uno ali* altro, 
allontanandomi sempre da quello die cominciava la sua parte. 
Spesso ancora mi fermai onde ascoltarli ambedue. 

„ Qui propriamente comiuciai a prender piacere da questa 
scena La declamazione forte, e il suono acuto del canto giun- 
gevano da lunge all'orecchio, e richiamavano tutu la mia at- 
tenzione ; i rapidi passaggi , che esigevano di necessita un tuono 
più basso, parevano lamenti che succedessero agli slanci del- 
l' emozione e dell' affanno. 11 secondo cantore clic attentamente 
ascoltava, riprendeva tostochè P altro aveva cessato, rispon- 
dendogli con note quando più dolci , e quando più sonore se- 
condo lo esigeva il senso della stanza. I canali immersi in 
profonda quiete, gli edificj sorgenti, il chiaror della luna, le 
spesse ombre delle gondole che muovevano qua e là a foggia 
di spiriti, accrescevano la maestà della scena; ed in mezzo a 
tutte queste circostanze era agevol cosa rilevare il carattere di 
quella mirabile armonia. 

„ Ella si affà egregiamente all' ozioso e solingo mariuajo , 
disteso nella sua barca , sur un canale in attesa de' passeggieri. 
La noja di questa situazione è in parte alleviata dai canti , e 
storie poetiche che ha impresse nella mente. Alza spesso, quanto 
più può, la gagliarda sua voce che si propaga a grande distanza 



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— 335 — 



lungo il flutto tranquillo, e non avendo intorno a sè che 
una profonda taciturnità trovasi come nella solitudine , nel 
centro di questa vasta popolosa Città. Ei non ode colà strepilo 
di vetture , o suonò di passi ; nna gondola chetamente gli 
viene ad or ad ora dallato, e appena si fa sentire il battere 
de' remi nelle acque. 

„ Ad una certa distanza da lui, il gondoliere ascolta nn 
altro , la cui voce gli è forse sconosciuta. La melodia ed i versi 
mettono ben presto in relazione i due stranieri. Diviene egli 
allora quasi un* eco die risponda ; e si sforza di farsi intendere 
in quel modo di' egli ha sentita quella voce lontana. Per una 
tacila convenzione alternano verso a verso; e sebbene il canto 
prolunghisi per tutta quanta la notte , ei s' intertengono cos\ 
senza fatica : e quanti passano in mezzo a loro prendono parte 
a questo trastullo. 

„ L' espressione della voce piace singolarmente aduna grande 
lontananza : allora ella ha un vezzo indicibile : lamentevole n'è 
il metro, ma nulla ewi di tristo nelle sue intonazioni, e qualche 
volta è impossibile il ristarsi dal piangere. 11 mio compagno 
che non era altrimenti di fibra troppo dilicata, dissemi ad un 
tratto : „ E singolare come quel canto intenerisce , e molto più 
„ quando lo cantano meglio. „ 

„ Mi wmie riferito , che le donne di Libo (*) , — un lungo 
ordine d' Isole che separano l'Adriatico dalle Lagune, — ed in 
particolare quelle dei distretti lontani di Malamocco, e di Pa- 
lestnna cantano in questo modo il poema del Tasso, e danno 
ai loro canti le medesime modulazioni. 

„ Sedute lungo la riva , al giungere della notte , mentre i 
loro mariti attendono alla pesca, hanno esse la consuetudine 
di gridare ( vociferare ) questi canti , fintanto che ciascuna di 

(*) L 1 Autore volle dir Lido, che non •■ già una lunga fila d'Itole, ma 
«ibbene uua .«ola lunga isola : — Littu» , la riva. 



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esse non giunga a distinguere la voce del marito lontano che 
risponde. „ O 

L* amore della musica e della poesia dislingue tutte le classi 
de' Veneziani , anche in mezzo d' ogni altro popolo armonioso 
d' Italia. La stessa Citta può fornire ad un tempo un numeroso 
uditorio per due o tre Sale di Opera; ed occorrono ben pochi 
incidenti nella vita privata pei quali non veggasi un Sonetto 
stampato circolare nelle adunanze. Un Medico od un Avvocato 
prendono i loro gradi, un Abate declama il suo primo sermone, 
un Chirurgo ha fatta un' operazione, un Arlecchino annunzia la 
sua partenza, o la rapprese ut azione a proprio benefizio; ha 
luogo un matrimonio, un parto, è stata vinta una lite? E 
tosto le muse sono invocate, onde somministrino al poeta un 
egual numero di sillabe: e i trionfi individuali fan bella mostra 
sopra una carta di candor senza pari, o sopra cartelli colorili 
in parte, incollati ad ogni crocicchio della Capitale. L'ultimo 
saluto d' una Prima Dotuia fa cadere una pioggia di poetici 
omaggi da quelle ultime regioni donde nei nostri teatri non 
discendono per lo più che amorini e fiocchi di neve artificiale. 
Ed avvi una vera poesia nella vita di un Veneziano; questa 
vita, nel suo corso ordinario, è variata da quelle sorprese e 
mutazioni tanto ricercate nella finzione, ma così diverse dalla 
tetra monotonìa dell' esistenza settentrionale. I passatempi sono 
tenuti in conto di doveri; i doveri sono cangiati in passatempi, 
ed ogni oggetto, considerato come se facesse parte egualmente 
del commercio della vita , viene annunziato ed eseguito colla 
stessa indifferenza e collo stesso brìo. La Gazzetta Veneta ter- 
mina costantemente col triplice avvertimento che segue: 

- > ■ ■ 

f) Curiosità della Letteratura Voi. 2, pag. ediz. 4807, ed Ap- 

pendice 29 alia vita del Tas.o di Blak. 



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SCIARADA 



Esposizione del SS. Sacramento 
nella Cluesa di ... . 



TEATRI 

* 

Sa* Mosé: — Opera. 

San Benedetto : — Commedia di carattere. 

San Luca: — Riposo. 

Se riflettasi a ciò che i Cattolici credono che sia contenuto 
nell'Ostia consecrata, potrà forse pensarsi che una nicchia le 
si convenisse più onorevole di quella che la pone fra una Scia- 
tada ed un Dramma. 

N. A. — „ Sparta ebbe molti figli migliori di lui. „ — 
Risposta della Madre di Brasida agli Stranieri che le faceano 
le lodi di suo figlio. 

N. 6. — Il Lione nel suo viaggio agli Invalidi non ha per- 
duto altro che il Vangelo che sosteneva con una zampa. I ca- 
valli hanno anch' essi ripreso il posto poco scelto da dove erano 
slati strappati; e sono come prima mezzo nascosti sotto l'atrio 
della Chiesa di San Marco. 

La loro Storia dopo lunghe ed infruttuose discussioni fu 
spiegata in un modo soddisfacente. Le decisioni e i dubbj d' E- 
rizzo, e di Zanetti, e recentemente del Conte Leopoldo Cico- 
gna™' accordavano loro un'origine romana, ed un' antichità 



— 558 — 

cl»e non arrivava clic al regno di Nerone. Ma il Signor De 
Schlegel f e ' conoscere ai Veneziani il valore di quel tesoro ; 

ed un Greco {') provò definitivamente i diritti che avevano 
i suoi compatriota su qucsla produzione nobile dell' arte. Il 
Mustoxidi non fu senza replica; pure non ve n'ebbe alcuna 
stuoia degna di attenzione. Pare adunque che i cavalli sicno 
indubitatamente dell'Isola di Chio, trasferiti a Costantinopoli 
da Teodosio. — La Scienza lapidaria è un* occupazione favo- 
rita degl'Italiani: essa ha dato fama a più d'un letterato. Un 
de* più bei lavori della Tipografia Bodoni e un volume consi- 
derevole d'Iscrizioni, tutte scritte dall' amico di lui Paciaudi. 
Un gran numero di esse erano stale preparate pel ritorno dei 
cavalli: è da supporsi che non fosse scelta la migliore, mentre 
leggenti le seguenti parole in lettere d'oro sopra l'atrio della 
Cattedrale. 

Qt'ATUOR • EQUORUM . SIGSA . A . VeNETIS . BySAHTIO . CAPTA . AD 
TEMP . D . MAR . A . a . MCQV . POSITA . QU.t . HOSTLLIS 
CVP1DITAS . A . MLHXC1H . AB8TULERAT . FrANC . I . MP. 
PAC . ORBI . DAT, E . TROPBAUM . A . MDCCCXV . VICTO« . REDUXIT. 

Nulla dirò dei Latino , ma siami permesso 1' osservare , che 
T ingiiiatizta de' Veaexiaoi portando via da Costantinopoli questi 
cavalli fu per lo meno eguale a quella de' Francesi trasferen- 
doli a Parigi, e che sarebbe stato più prudente di scansare 
ogni qualsiasi allusione all'uno e all'altro spogli amento. 

N. ft- — Dopo moki inutili sforzi per parte dcgl' Italiani , 
onde scuotere il giogo di Federico Barbarossa, ed i tentativi in- 
fruttuosi di questo Imperatore per farsi padrone assoluto nei do- 
mili j Cisalpini, le lotte sanguinose di 24 anni furono felice- 

(*) Sui quattro cavalli delta Basilica di San Marco in Veneiia. Lettera 
di Andrea Mustoaidi Corcirvfc. Padova, per Bertoni e romp, 1816.* 



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— 339 



mente terminate nella Città di Venezia. Gli Articoli del Trat- 
tato furono prima di lutto convenuti tra il Papa Alessandro m 
e Barbarossa ; ed avendo il primo ricevuto un talvo condotto 

crasi già da Ferrara trasferito a Venezia cogli Ambasciatori del 
Re di Sicilia , ed ì Consoli della Lega Lombarda. Frattanto , 
v'erano rimasti alcuni punti a decidersi; e nel decorso di più 
giorni si credette non potere aver luogo la pace. In questa con- 
giuntura venne improvvisamente la nuova dell' arrivo dell' Im- 
peratore a Cbioggia, citta posta a 15 miglia dalla Capitale. I 
Veneziani tosto si sollevano, ed insistono perchè si tragga mi li- 
loro mura: i Lombardi spaventati si ritirano dalla parte di 
Trevigi. L'istcsso Papa temè qualche disastro, se Federico mar- 
ciasse ad un tratto contro di lui; ma fu rassicurato dalla pru- 
denza e destrezza del Doge Sebastiano Ziani. Varie imbasciate 
ebbero luogo fra Chioggia e Venezia ; fino a che V Imperatore , 
cedendo da alcuna delle sue pretese , si $\ cstì della ferocia di 
lione, c prese la dolcezza di agnello^). Il sabbato 23 Luglio 1177 
sei galere Veneziane trasportarono Federico , in gran pompa , 
da Chioggia all' Isola del Lido lontana un sol miglio da Venezia. 
Nel mattino seguente il Papa, accompagnato dagli Ambasciatori 
Siciliani , e dagl' Inviali della Lombardia da esso chiamati da 
molti paesi , in mezzo ad unii gran pressa di popolo , recossi 
processionalmcntc dal palagio Patriarcale alla Chiesa di San 
Marco, e sciolse solennemente l'Imperatore ed i suoi parti- 
giani dalla scomunica contro di essi pronunziata. Il Cancelliere 
deU' Impero rinunziò a nome del suo Signore agli Antipapi 
ed a' loro scismi. Il Doge . con numeroso seguito formato 

(*) Qiiihu-> au.litis , iuiperator, operante eo , ipii corda prìncipum sicul 
viih ci .piando vnit homìltltr (nel inai, leoniu . feritale dcponM , orinwu 

In aii.u-tudi urlìi indulti 

Homiuldi Salernitani. Gnronieoa. apud Striptor, 
I\er. lui. T. VII. pag t«». 



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- 340 — 

di membri ecclesiastici e secolari , andò tosto sulle galere onde 
accompagnare con tutta pompa V Imperatore dal Lido a Venezia. 

Federico discese dalla sua galera alla Pianella. Il Doge, i 
Patriarchi, i Vescovi, il Clero, e con essi gran moltitudine 
di popolo colle loro croci e bandiere lo precedettero proces- 
sionalmcnie sino alla Chiesa di San Marco. Alessandro era se- 
duto innanzi al vcstibulo della Basilica, circondato da' suoi 
Vescovi e Cardinali, dal Patriarca d' Aquilea, dagli Arcive- 
scovi e Vescovi Lombardi, tulli in gran pompa, e vestiti dei 
loro abiti pontificali. Federico s'appressò, e venerando T On- 
nipotente nella persona di Alessandro, deposta la sua impe- 
riale dignità, e spogliatosi del manto, prostrossi colla faccia 
per terra a* piedi del Papa. Alessandro colle lagrime agli 
occhi, benignamente lo alzò, lo abbracciò, e lo benedisse: 
all' istante gli Alemanni del corteggio cantarono ad alta voce 
il Te Ih um. Allora l'Imperatore, preso il Papa per la mano 
destra, lo condusse alla Chiesa, dove ricevuto la di lui be- 
nedizione, ritornosscne al palazzo ducale (*). La ceremonia 
d' umiliazione fu ripetuta il dì dopo nel quale il Papa, sulla 
domanda di Federico, disse egli stesso la Messa in San Marco. 
L* Imperatore spogliossi un' altra volta del suo manto impe- 
riale ; e preso in mano un cero , ufficiò a guisa di mazziere 
alla testa de' Laici, e precedendo il Pontefice all' altare. Ales- 
sandro, recitato il Vangelo, fece un Sermone al popolo. 

L* Imperatore si pose presso al pulpito , ncll' atteggiamento 
di chi ascolta attentamente ; ed il Pontefice commosso da questo 
segno di deferenza, sapendo come Federico non intendesse 
una sola parola di quanto diceva , ingiunse al Patriarca d' Aqui- 
Icja di tradurre in Tedesco quel latino Sermone. Da poi si 
cantò il Credo. Federico fece la sua offerta, baciò il pie del 
Papa, ed essendo grande la pressa, lo menò per mano sino 

(•) RomnaKli Salernitani. Chronkon, T. VII. p»g. »•&-. 



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al suo cavallo bianco : tcnncgli la staffa , ed avrebbe conditilo 
il cavallo per le redini, se il Papa non ne V avesse dispensalo, 
pago al buon volere, rimandandolo con bonià dopo averlo be- 
nedetto. Tale in somma è il racconto trasmessoci dall'Arcive- 
scovo di Salerno, presente alla ceremonia, e la cui storia fu 
confermata da posteriori relazioni. Gli Stati Lombardi dovet- 
tero a questo avvenimento la conferma de' loro privilegi; ed 
Alessandro ebbe ragione di ringraziare 1' Onnipotente che avesse 
afforzalo un infermo, un vecchio inerme onde soggiogare un 
terribile e potente monarca (*). 

N. 7. — Il Lettore si ricorderà della esclamazione di quel 
montanaro : Oh ! per un' ora di Dundj ! Quando Enrico 
Dandolo venne eletto Doge nel 1192 aveva 85 anni, e pei 
conseguenza allorché comandava a' Veneziani nella presa di 
Costantinopoli, ne avea 97. A quest' eia resesi padrone di quasi 
un terzo dell' Impero della Romania (cos'i allora clùamavasi 
1' Impero Romano) aggiungendolo ai titoli ed ai dominj del 
Doge di Venezia. 

I tre ottavi di quest' Impero furono conservali nei diplomi , 
lìncliè Giovanni Dolfìno, die fece uso della suddetta denomina- 
zione nell'anno 1357, pervenne al Dogato. 

Dandolo diresse in persona l'assedio di Costantinopoli. Due 
navigli il Paradiso, ed il Pellegrino furono insieme uniti, ed 
un ponte levatoio, o una scala d'assedio discendeva dall' alto 
delle antenne fino ai terrapieni, il Doge fu uno de' primi che 
si precipitassero nella Città. Fu compiuta allora, dicono i Ve- 
neziani , la profezia della Sibilla Eritrea : ,, Un trattato di lega 
„ tra i forti avrà luogo nelle acque dell'Adriatico sotto la con- 

'*) Vedi Intorno a ciò Romualdo Salernitano. In un sccoudo Sermone 
che fece il Papa Alessandro il primo giorno d'Agosto avanti l' Imperatore, 
paragonò Federigo al FigUuol Prodigo , e se medesimo al padre che gli 
perdona. 



— 342 — 

- dotta d' un Capitano cieco : circonderanno un becco , — pro- 
„ fancraano Bizanzio, — saccheggie ranno gli edifici — ne di- 
„ veleranno le spoglie ; un altro capro manderà i suoi belali, 
„ sin tanto che abbiano misurata e percorsa uu' estensione di 
H 54 piedi, 9 pollici e mezzo. „ (*) Daudolo mori il primo 
Giugno 1205, dopo d' aver regnato 15 anni, 6 mesi, e 5 
giorni, e fu sepolto nella Chiesa di Santa Sofia a Costantino- 
poli. È singolare che il traditore speziale che ricevette la spada 
del Doge, e distrusse i' antico Governo nel 1796 — 7, fosse 
pur nominato Daudolo. 

N. e. — Dopo la perdita della battaglia di Fola, e la presa 
di Chioggia il 16 Agosto 1379 i Veneziani furono riduiti allo 
stremo dalle flotte riunite de' Genovesi, e di Francesco da Car- 
rara Signore di Padova. Un ambasciatore fu mandato a' vin- 
citori con un foglio bianco perchè li pregasse d' imporre quelle 
condizioni che meglio loro piacesse, e di lasciare a Venezia 
solamente la sua indipendenza. U Principe di Padova era in- 
clinalo ad accogliere le proposte; ma i Genovesi, che dopo la 
vittoria di Fola aveano gridato: A Venezia! A Venezia! Ev- 
viva S. Giorgio! erano fissi di annientare i loro rivali: e Pietro 
I ) ' Oria , lor Comandante in capo diede a' supplichevoli questa 
risposta : „ Alla fe di Dio , Signori Venetiani , non riavrete mai 
„ pace dal Signore di Padova, nò dal nostro commune di 
„ Genova, se primieramente non mettano le briglie a quelli 
„ vostri cavalli sfrenati che sono su la Resa del vostro evan- 
„ gelista S. Marco. Infrenati che gli havremo, vi faremo stare 
n in buona pace. E questa è la intentione nostra et del nostro 

(*) Pict potentium in aquu Adriatici* congregano , ceco predace, Hircum 
nmbtgent, Byuntium proprwoabunt , fedine» deuigrabnnt; spolia disprr- 
gentar, Hircu. n<wu UUbit usque dom LIV. pedes , et IX. pollice» H 
•emis , pnementaratt discurrtnt. 

( Chronicon. ibid. par* XXXIV. ) 



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„ oommune. Questi mici (rateili Genovesi clie avete menati con 
„ voi per donarci, non li voglio-, rimenatcgli m dietro, perchè 

ii io intendo da qui a pochi giorni venirgli a riscuoter dalle 
„ vostre prigioni, e loro e gli altri. „ 

l Gcuovesi in fatti si avanzarono (ino a Malainoeco alla di- 
stanza di cinque miglia dalla Capitale , ma il loro proprio pe- 
ricolo, e l'orgoglio de' nemici, diedero coraggio a Veneziani 
che fecero mirabili sforzi, e grandi sacrifìzj individuali, accu- 
ratamente menzionati dagli Storici. Vittorio Pisani fu posto al 
comando di 34 galere. I Genovesi furono cacciati da Malamorco , 
e ritiraronsi a Chioggia iu Ottobre, indi minacciarono di bel 
nuovo Venezia che videsi ridutta all'estremo. In questo mentre, 
il 1 Gennajo 1380 giunse Carlo Zeno dalle Crociere sulle coste 
di Genova con 14 galere. Allora i Veneziani furono forti ab- 
bastanza per assediare i Genovesi. D' Oria venne ucciso il 22 
Gennajo da una palla di pietra del peso di cento novaniacinque 
libbre, lanciala da una Bombarda detta la Trevigiana. Chiodi a 
fu strettamente bloccata: cinque mila ausiliarj , fra* quali alcuni 
Condottieri Inglesi guidali da un Capitano nominalo Ocello, 
raggiunsero i Veneziani. 1 Genovesi a viccuda si affrettarono 
a domandar delle trattative ma non ne venne accordala veruna , 
e si arresero a discrezione ; il 24 Giugno 1380 il Doge Con- 
tarini fece l' ingresso trionfale in Chioggia. Quattro mila pri- 
gioni, dicianove galere, alcuni piccoli navigli e barche con 
tutte le loro armi e munizioni vennero a mani del vincitore, 
che senza 1* inesorabile risposta del D' Oria avrebbe lestamente 
ristretto il suo dominio alla sola Citlà di Venezia. I particolari 
di queste transazioni trovansi iu un'opera intitolala : La guerra 
di Chiozza scritta da Daniele Chinazzo, che a quell'epoca tro- 
vavasi in Venezia (*). 

C) Chronka della guerra di Chioza ec. Script. Rer. lui. T< XV. p»|. 
699 a 801. 



— 341 - 

N. 9. — „ Pianta il Lione. „ Vale a dijc. il Lione di San 
Marco , stendardo della Repubblica che diede' origine alla pa- 
rola Pantalone: — pianta — Leone , Pantalcone , — Pantalone. 

N. 10. — La popolazione di Venezia, alla fine del dicias- 
settesimo secolo sommava a presso che duecento mila anime. 
Nell'ultima verificazione fatta or sono due anni, non ne con- 
tava che centotre mila e diminuisce di giorno in giorno. Il 
commercio e gli impieghi del Governo eh* erano le sorgenti 
inesauste della Veneta grandezza^ sparvero ( # ). Molte case di 
Patrizj sono deserte , ed a poco a poco verrebbero a mancare, 
se il Governo, inquieto per la demolizione di sctlaniaduc palagi 
in questi ultimi anni, non avesse appositamente vietato quel 
triste ripiego della povertà. Molti avanzi della nobiltà Veneta 
sono oggi dispersi e confusi coi Giudei i più ricchi sulle rive 
della Brenta , i cui palagi sono caduti , o cadono tuttodì in 
mine. Esiste ancora il motto: Gentiluomo Veneto, e questo e 
tutto. La nobiltà non è più clic V ombra di sè medesima , pu- 
lita però ed amabile tuttavia. Puossi certamente perdonarle , 
se ella si duolo del perduto potere, per quanto grandi sicno 
stali gli errori dalla Repubblica commessi, e benché il termine 
naturale della sua esistenza venga considerato dagli stranieri 
come giunto all' ultimo periodo ; un solo sentimento deve at- 
tendersi da' Veneziani. In verun epoca i sudditi della Repub- 
plica furono cosi unanimi nella risoluzione di raccogliersi sotto 
lo stendardo di San Marco, come allorché fu spiegato negli 
ultimi tempi , e la viltà , ed il tradimento d' un breve stuolo 
di patrizj che raccomandavano una neutralità fatale, furono 
ristretti ai sóli traditori. 

(") NonnuHorum »• nobilitate Immensa* suot opes, adco ut vix xstimari 
possiut: iti quod tribù» c rebus oiitnr , partìmouia , commercio, atque 
il» emolumenti» , qu<* e Repnb. per ipiimt, fju «* bau'- ob musarti diuturna 
l'ore creditur. Vide - De Trini ipatibus Itali», Iractatu*. edit. 163t. 



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L' attuale generazione non può pensare a condolersi della 
perdita delle sue primitive forme aristocratiche, e del governo 
dispotico troppo ; ella non pensa che all' indipeudeuza , ita a 
vuoto. I Veneziani sono desolati per questa memoria , che di- 
legua per un istante il loro brio. Può dirsi, colle parole della 
Scrittura, che Venezia muore ogni giorno ; e la decadenza è 
cosi generale e visibile , che lo 





avendo il principio 
la di lei 

celerità di quello che 
vilù clie trasse i Veneziani lungo i mari, gli ha costretti, dopo 
la loro disgrazia, a cercare un' altra patria, dove si trovano 
almeno confusi in mezzo ad una folla di esseri dipendenti, e 
non presentano l' umiliante spettacolo di un' intera nazione gra- 
vata or ora di ceppi. Il loro brio, la loro cortesia, e quest'av- 
venturata indifferenza che sola può dare, la costituzione del 
temperamento , ed alla quale aspirerebbe indarno la filosofia , 
non hanno potuto soccombere agli avvenimenti. Ma molte par- 
ticolarità di abbigliamenti e di maniere si perdettero a grado 
a grado; ed i nobili, coli' orgoglio comune a tutti gì' Italiani 
clic ebbero dominio, non hanno pensato a mascherare la loro 
insufficienza. Questo splendore , che era una prova , ed una 
parte di potere , non vollero essi avvilirlo sotto le catene del 
servaggio. Ritiratomi da' palagi che abitavano in mezzo a' loro 
concittadini: il continuare a soggiornarvi avrebbe potuto far 
credere che si fossero acquietaci «all' onta, e sarebbe parato 
un insulto a coloro che sofferirono per le comuni miserie. Dì 
ijuc' che rimasero nella avvilita Capitale può dirai , che , an- 
zicliè vivere in mezzo ad essi, traggono a visitare i luoghi della 
loro potenza svanita. Il pensiero : — Chi opprime , e chi è 
oppresso ? — può difficilmente essere soggetto di un comraen- 



— 346 — 

Urio per colui che è nazionalmente amico ed alleato del vin- 
citore. Puossi assentire però, che per coloro che anelano alla 
indipendenza, alcuni de' loro padroni abbi. ino ad essere og- 
getto di odio, e può dirsi lenza tema di errare, che quesl' odio 
inutile non verrà meno prima che Venezia sia scomparsa sotto 
il fango de' suoi ingombri canali. 

N. 11. — La Storia è raccontata nella vita di Nicia, da 
Plutarco. 

N. 13. — Venezia salvata — 1 Misteri d* Udoifo - Il Vi- 
sionario, o l'Armeno — Il Mercante di Venezia - Otello. 

N. 15. — Tannai è plucale di tarme specie d' abete partico- 
lare alle Alpi , clw soltanto cresce sulle rupi ove trovasi appena 
terra che basti ad ali meritare le sue radici. S' alza colà a tanta 
altezza che sopravauza qualunque altro albero di montagna. 

N. 14. — La descrizione suddetta parrà fantastica od esa- 
gerala a chi non ha visto giammai il cielo orientale e V italiano. 
E pure questa altro non è che un' esatta descrizione e fors'auco 
debole, di una sera del mese di Agosto (il 18) quale io l'os- 
servai in riva della Brenta presso alla Mira in una delle mie 
frequenti corse a cavallo. 

N. 13. — Grazie al genio critico di uno Scozzese , Laura 
ci è nota meno adesso di quello che lo fosse mai. Le scoperte 
dell'Abate De Sade, i suoi trionfi, le sue facezie non possono 
istruire, o divertire più a lungo. Non dobbiamo credere però 

Belisario, o gli Incus, benché un letterato di vaglia il Dottor 
ficìiiic ce lo assicuri posiiivsinicntc* bensì 4000 uriti debole siti* 
tonta. La fatica dell' A. De Sade non fu inutile affatto; ciò 
non pertanto il suo amare, del pari che molte altre passioni , lo 
ha reso ridicolo. L' ipotesi che abbatteva le questioni degl' Ita- 
liani a questo proposito, e nel suo moto traevasi dietro delle 
critiche meno conseguenti, è ella stessa distrutta. Noi abbiamo 
un' altra prova che ei fa presagire la possibilità di veder sue- 



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cedere l'aulico pregiudizio al più strano paradosso, il più ag- 
gradevole iu conseguenza , ed il più autentico in apparenza. 

Pare prima di tutto che Laura nascesse, vivesse, e morisse, 
c fosse sepolta non ad Avignone, ma in campagna. Le sorgenti 
della Sorga, i cespugli di Cabrières possono riprendere le loro 
pretensioni, e De la Bastie dileggialo cotanto, può essere con- 
sultato con compiacenza. L' ipotesi dell* Abate non ha altro 
appoggio che il Sonetto in pergamena, e la medaglia rinve- 
Jiut*i ^iil Id ^iA_lni<ì delibi cì^^initi i-Iu^?u6S c^o i^^aìdc^ « 

e la nou ma- 
noscritta del Virgilio di Petrarca che conservasi nella Biblioteca 
Ambrosiana. Se queste prove fossero indubitate, la poesia sa- 
rebbe stala scritta, la medaglia immaginata, fuso e deposto il 
tutto nello spazio di dodici ore , ed il tutto presso il cadavere 
di uua persona morta di peste, e portata in tutta fretta alla 
tomba , il giorno is lesso della sua morte. Questi documenti de- 
cidono troppo; eglino provano, non già il fatto, ma la sopcr- 
chicria. O il Sonetto, o la nou del Virgilio sono una falsifi- 
cazione. L' Abate li cita ambedue come indubitatamente auten- 
tici e veri; la conseguenza n' è dùara, — o l'uno o 1' altro 
sono evidentemente falsi (*). 

In secondo luogo, Laura non fu giammai maritata; eli' era 
anzi una fiera, e superba pulzella che quella tenera e saggia 
sposa che onorò Avignone, facendo questa Citta teatro di una 
onesta passione alla Francese, e che si beffò per lo spazio di 
ventun' anni del primo Poeta del suo secolo, co' suoi fini rag- 
giri di alternati favori, e di concertati rifiuti (**). Sarebbe 



(*) Il Sonetto area già eccitali i sospetti di Orazio Valpole. — Vedi la saa 
lettera a WHarton, nel 4763. 

(•*) ,, Par ce petit manège, celie alternative de fareurs et de rigueu» 
„ bien ménagéc*, une femme tendre et »ge imuie, pendant vingt-un 
„ ans, le plus grand poète de lon «iècle, »ans faire la moindre brèebe à 
ii ìoq honneur. „ Mtm. pour la Vie de rètrargite, Préface aua Francois. 



— 348 — 

stala in vero cosa troppo ingiusta 1* attribuire ad una donna 
undici figli, sulla fede di una abbreviazione mal intesa, e 
sulla decisione di un librajo (*). Tutlavolla è soddisfacente il 
pensare come l' amor di Petrarca non fosse altrimenti platonico. 
Il godimento cui ambiva vivamente di possedere sola una volta 
almeno, solo un istante, non era al certo un godimento spi- 
rituale (**) , e forse non sarebbe difficile il rilevare da sei luoghi 
almeno de' suoi Sonetti qualche cosa di veramente reale, come 
a dire uu progetto di matrimonio con una persona ch'egli 
chiama una Ninfa acrea (***)• L'amore di Petrarca non era nè 
platonico, nè poetico, c se in un passo delle .opere sue lo 
chiama amore veementissimo , ma unico ed onesto, confessa 
però, in una lettera ad un amico, che questo amore era cri- 

• 

L' editore italiano dell' eduiono di Londra del Petrarca che ha tradotto 
Lord Woodhouselee , interpreta quelle parole : - femme tendrc et snge - 
per : raffinata civetta. Riuesȓoui iutoroo a Madonna Laura , pag. 234 , 
Voi. 3, ed«. <8H. 

(*) la un dialogo con s. Agostino, Petrarca ha descritta Laura come 
avente il corpo rifluito da frequenti ptubs. Gli amichi Editori leggevano 
e stampavano perturbationibus ; ma Capperonicr Lihrajo del Re di 
Francia nel 1762 che vide il M. S. nella Biblioteca di Parigi affinila , clic: 
On lit, et qu'on doit lire, partubus exhaustum. „ DeSade aggiunge 
i nomi di Boudot e Bejot a quello di Capperonicr, e in tutto il decorso 
di questa discussione sul ptubs , dassi a divedere egli stesso per un let- 
terato da nulla. Vedi Riflessioni ec. pag. 267. S. Tommaso d Aquino e 
chiamato a testimonio per intendere «e 1' Amica di Petrarca fosse una 
catta vergine , od una continente sposa. 

(«*) Pigmalion , quanto lodar ti dei 
Dell' imagine tua, se mille volte 
W avesti quel eh' i* sol una vorrei ! 



Son. 58. Quando giunse a Simon l'alto concetto ec. 
C°) Vedi Riflessioni ec. pag. 291. 



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minoso e perverso, die lo tiranneggiava, e che ne aveva il 
cuore angustiato ed oppresso (*). 

Pure, in questa circostanza, egli era forse travagliato da suoi 
colpevoli desiderj , dacché lo stesso A. De Sade , il quale certo 
non sarebbe stato cosi scrupoloso e delicato, dove avesse potuto 
provare la sua provenienza da Petrarca e da Laura, è costretto 
a difendere gagliardamente la virtuosa avola sua. Per ciò 
che riguarda al Poeta , non abbiamo forse altro garante 
della sua innocenza , che la costanza della passione. Ci assicura 
egli nell* Epistola alla Posterità, che, pervenuto al quadrage- 
simo anno , aveva non solamente in orrore qualsiasi azion di- 
sonesta (sono sue parole), ma che non se ne ricordava alcuna. 
E però la nascita della sua figlia naturale non può riferirsi ad 
un' epoca al di là del suo trigesimo nono anno. La memoria 
o la moralità del Poeta certo incappò , se dimentico Si rese 
di questa caduta. (**). Il più debole argomento in favore della 
purezza di questo amore è stalo dedotto dalla durata che egli 
ebbe , dacché sopravvisse ben anco all' oggetto della sua pas- 
sione. La riflessione del De La Bastie: Che la virtù soia è 
capace di produrre impressioni che per morte non si cancel- 
lino (•**), è una di quelle che tutti applaudiscono, e nessuno 
trova veritiera , dopo un esame del proprio cuore , o delle ri* 
membranze di sentimenti umani. 

Tali apotegmi nulla valgono in favore di Petrarca, o a so- 
stegno della morale; e solo possono servire agli spiriti deboli 
o giovani. Ma chi varcò di un sol giorno 1' età dell' ignoranza, 

(*) Quella rea e perverta passione che solo tutto mi occupava , e mi 
regnava nel cuore. 

(»*) A questa confessione cosi sincera diede forse occasione una nuora 
caduta eh' ei fece. Tiraboschi, Storia eo. T. V. ì.. IV. parte 2, png. 4M. 

(*♦*) De Bimard, Barone da la Bastie, nelle Memorie dell' Accademia 
delle Inscrizioni e Belle Lettere dal 1740 al 1751. V. RiBesMoni ec. P . 295. 



e dell' innocenza non sa arrendersi die alla sola verità. Non 

v'è scrino più vano, più nojoso, e meno istruttivo di quello 
nel (piale s'imprenda a difendere V onore di un individuo , o 
di una nazione, abbencliè un tal genere di opere riscuota sem- 
pre maggiori applausi , di una saggia ed illuminata critica 7 
che viene attribuita al maligno desiderio di ridurre un gran- 
d' nomo alle proporzioni comuni dell' umanità. Dopo tutto ciò 
non è inverosimile che il nostro istorico abbia avute delle buone 
ragioni per sostenere la sua ipotesi favorita , che rassicura l'Au- 
tore , sebbene metta difficilmente al riparo 1' onore della miste- 
riosa Amica di Petrarca (*). 

jV. 16. — Petrarca ritirossi in Arquà immediatamente dopo 
il riiorno da Roma, dove non avea potuto vedere Urbano V, 
P anno 1370; ed all' eccezione del celebre viaggio eh' egli 
fece a Venezia in compagnia di Francesco Novello da Carrara, 
sembra che passasse gli ultimi quattro anni di vita in questa 
deliziosa solitudine, ed a Padova. Nello spazio dei quattro 
mesi elle precedettero la di lui morte, fu in uno slato con- 
tinuo di languidezza, e la manina del 19 Luglio 1574 fu 
trovato morto sopra una seggiola a braccioli nella sua biblio- 
teca, colla testa appoggiata sur un libro. Conservasi oggi an- 
cora cotesta seggiola fra i monumenti preziosi di Arquà , e 
dietro la non interrotta venerazione in clic si tennero in ogni 
tempo gli oggetti relativi a questo grand' uomo, dal giorno 
della sua morte sino a noi , può credersi cl»e essi abbiano 
mi i^rado maggiore di autenticità dei monumeuti di Stratford 
sull'Arvon, a' quali vuoisi aggiunta la memoria di Shakspeare. 

Arqua giace a dodici miglia da Padova, tre miglia circa 
distante da Rovigo, in sulla destra della strada, in mezzo ai 

ì 

f») „ E te la TÌrtù, o la saggezza di Laura fa inesorabile, egli godè, e 
potè andar superbo del postelo della Ninfa della poesia Gibbon 
Decadenza e caduta ce. Gap. 70, pag. 327, Voi. XII. in S. u 



monti Euganei. Dopo un venti minuti di «»«.. 
una pianura eguale , coperta di alberi , giungesi ad un picelo 
Lago azzurro, limpido, profondo, ed alle falde di una ca- 
tena di colline, sparse di bei vigneti, e giardini, in mezzo ai 
quali veggonsi abeti, melaranci, ed ogni sorta di alberi frut- 
tiferi. 

Dalle sponde del Lago la strada serpeggia a mezzo delle 
colline, e quanto prima scorgesi la Chiesa d' Arqnà a traverso 
di una gola formata da due rupi 1* una posta di contro al- 
l' altra, e che cingono quasi interamente il villaggio. Le case 
sono sparse qua e là sul pendio di queste alture , e quella 
del Poeta è posta sopra una breve prominenza che domina 
due discese, e da dove si scorgono non solamente i verdi 
giardini che cuoprono le valli immediatamente soggette, ma 
eziandio le vaste pianure lungo le quali hannovi de' boschetti 
di gelsi e di salici, de' vigneti e de' cipressi -, e da hmge si 
scoprono i campanili di alcuni casali. Queste pianure si esten- 
dono fino alle foci del Po, ed alle rive dell' Adriatico. Il 
di queste colline vulcaniche è assai caldo, e le ven- 
vi cominciano prima che nelle pianure di Padova. 11 
corpo di Petrarca è deposto, che non può dirti sepolto, in 
un sarcofago di marmo rosso sostenuto da quattro pilastri, 
sopra un'elevata base per togliere che si confonda questo tumulo 
cogli altri. Il sarcofago isolato è visibilissimo; ma sarà nascosto 
quanto prima dai quattro allori piantativi di fresco. La fontana 
di Petrarca, — chè tutto qui porta il suo nome, — scaturisce 
e discorre sotto una vòlta artefatta, di poco tratto più al basso 
della Chiesa: ella è molto copiosa, talché eziandio nella più 
arida stagione conserva qucll' acqua salutare che formò un 
tempo la ricchezza de' colli Euganei ; e se non fosse che in 
qualche stagione è gremita di vespe e di calabroni, sarebbe 
anclie più attraente. Verurr* altra analogia potrebbe rinvenirsi 
fra le tombe di Petrarca e di Arcbiloco. Le rivoluzioni dei 



«ecoli hanno risparmiate queste valli solitarie, e se fu violalo 
il, tenere di Petrarca, lo fu sempre per sola venerazione. Si 
cercò una volta di togliere un tanto tesoro dall'urna, ed un 
Fiorentino giunse a derubarne un braccio a traverso di una 
fenditura che si osserva oggi ancora. L' oltraggio non fu mai 
dimenticalo : esso Ita servito a identificare il Poeta con quella 
terra ov' era nato, e nella quale non volle soggiornare. Un 
giovane paesano di Arquà interrogato chi fosse Petrarca , ri- 
spose: che tulli gli abitanti del villaggio conosce vario quanto 
aveva rapporto ad esso , ma che sapeva soltanto estere staio 
un Fiorentino, 

Il Sig. Forsyth (Osservazioni sull'Italia pag. 95 nota, 2> 
Edizione) non fu abbastanza esatlo dicendo che Petrarca non 
ritornò più in Toscana dacché V ebbe lasciala da giovane. 
Pare anzi clie passasse per Firenze nel suo viaggio da Parma 
a Roma , e nel ritorno , V anno 1360 e vi soggiornasse per 
uno spazio di tempo bastante a procurargli la relazione dei 
più distinti personaggi. Un nobile Fiorentino, vergognando 
dell' avversione del Poeta per la sua terra natale, si adoperò 
studiosamente a distruggere quest' opinione comune e sfavo- 
revole nello spirilo del nostro illustre viaggiatore, che egli 
conosceva e venerava per 1' ingegno straordinario, e per la 
vasta erudizione, e pel gusto raffinato, congiunti a quella 
semplicità di modi, clic è stata in ogni tempo riconosciuta 
come il più sicuro segno (benché non sia certo indispensa- 
bile) di un genio supcriore. 

Ogni passo dell* amante di Laura fu investigato con somma 
cura. A Venezia mostrasi la casa ov* egli abilò. Gli Aretini 
a decidere 1' antica controversia fra la loro città e i loro con- 
finami d' Ancisa, luogo dove Petrarca fu condotto all'età di 
sette mesi, e dove soggiornò fino al seti imo anno, indica- 
rono con una lunga iscrizione il luogo ove nacque il loro 
celebre Concittadino. Una lapide marmorea gli fu creila in 



Parma nella Cappella di Sant'Agata, nella Cattedrale (*) , 
essendo stato egli Arcidiacono di questo Capitolo, noti tumu- 
lato in detta Chiesa a cagione solamente della sua morte 
in paese lontano. 

Un' altra lapide col di lui busto gli si eresse a Pavia dove 
era venuto a passar 1' Autunno nel 1368 col genero Brossano. 
La condizione politica che ha per gran tempo distolto gl'Ita- 
liani dal criticare i vivi, ha concentrata la loro attenzione 
ncU' illustrare i morti. 

N. 17. — La lotta è tanto verosimile coi demonj come 
coi nostri migliori pensieri. Satanno scelse il deserto per ten* 
larvi il Salvatore; ed il nostro casto John Locke preferiva 

- 

(•) Ecco V Epigrafe : 

D. O. M. 

FRANCISCO. PF. T a * n C H AE , 
PARMENSI ARCHIDIACONO. 
PARENTIBUS PRAECLAHIS, CENERE PERAJOIOUd, 
ETHICES CHRISTIANAE SCR1PTORI FXIMIO , 
ROMANA E L1NGUAE RESTITUTORI , 
ETRUSCAE PRINCIPI, 
AFRICAE OB CARMEN HAC IN URBE PERACTUM REGIBUS ACQUO 
S. P. Q. R. LAUREA DONATO. 
TANTI TIRI 
JUVENILIUM JUYENIS , SEN1MUM SENEX 
STUDIOSISSIMA 
COMES NICOLAUS CANONICUS CICOGNARUS , 
MARMOREA PROXIMA ARA LICITATA , 

IBIQUE CONDITO, 
DIVAE JANUARIAE CRUENTO CORPORE 
H. M. P. 
SUFFECTUM 

SED INFRA MERITUM FRANCISCI SEPULCHRO , 
SUMMA HAC IN AEDE EFFERRI MANDAMI is\ 
SI PARMAE OCCUMBERET , 
EXT ERA MORIE HE L NOBIS EREPTf. 

23 



di starsene in compagina di un fanciulli.», anziché in totale 
solitudine. 

jV. 18. — Forse il passo nel quale Boilcau sprezza il Tasso 
potrebbe servire del pari che molli altri a giustificare V opi- 
nione emessa sull' armonia de' versi Francesi: 

„ A' Mallierbc , à Racan , préfe'i cr The'ophile 
„ Et le clinquanl du Tasse a tout l'or de Virgile. „ 

(Satire IX. v. 176-7.) 

* 

Il Biografo Sernsi (*) pieno d' affetto pel Poeta Italiano , 
non meno che pel Francese, si affretta ad osservare che l'Autor 
della Satira ritrattò o disapprovò la sua censura, riconoscendo 
in seguito 1* Autore della Gerusalemme qual Genio sublime, 
vasto, ed atto al sommo ai più grandi slanci di poesia. 
Aggiungeremo , che tale ritrattazione è ben lungi dall' essere 
soddisfacente , se è vero l'aneddoto riferito dal D'Olivet (**). 
La sentenza pronunziata contro di lui dal P. Bouhours (***) 
non è ricordata che per confondere il Critico di cui 1' Ita- 
liano Serassi non cerca a discoprire la Palinodia che pro- 
babilmente non avrebbe voluto ammettere. In quanto poi al- 
l' opposizione eh' ebbe la Gerusalemme dagli Accademici della 

(*) La Vito del Tasso, lìb. 3, pag. 284 , edii. Bergamo «790. 

(••) Histoirc de 1' Académie Francaise, depitu 4652 hisqu' 1 4700, par 
I* Abbé d' Olirei, p. 484 , édie. d'Amsterdam 4730. „ Mais, ensuite, ve- 
„ nant à 1* usage qu' il a fait de «es talco*, j* aurata montre que le boa 
„ «cdj o' ett pas tonjoors ce qui domine che» lui. pag. 482. „ Boileau 
diceva di non aver cangiato di opinione: „ J' en ai si peu changé ec. „ 

(•••) La manière de bien penser dauales ouvrages de l'esprit „ Dialogo 
secondo, pag. 489, edb. 4692. Filanto è dalla parto del Tasso, e dice: 
„ De tous lrs beaux esprits que l'Italie a portés, le Tasse est peut-ètre 
„ celili qui pense le plus oobìeroent. „ Ma Bouhours pare che parli nella 
persona di Eudozto che termina con questo assurdo confronto: „ Faites 
„ valoir le Tasse Unt qu'il rou* plaira, j« m' en tìens , pour moi , a 
„ Virgile. „ ibid. pag. 402. 



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Crusca che dichiarò il Tasso incapace J' ogni concorrenza col- 
V Ariosto , ponendolo al di sotto di Bojardo e di Pulci , la 
vergogna di questa opposizione dee ricadere in parte su di Al- 
fonso, e sulla Corte di Ferrara. Che Leonardo Salviati, prima, 
e quasi che sola cagione di questa decisione, fu indubitata- 
mente (*) sedotto dalla speranza di acquistare il favore delk 
Casa d'Este; mira alla quale ei spesava d'aggiungere, esal- 
tando la fama di un giovine Poeta a pregiudizio di un rivale 
in allora Prigione di Stato. 

Le speranze e gii sforzi di Salviati debbono servire aliarci 
conoscere V opinione emessa dai contemporanei sulle cagioni 
della prigionia del Tasso, e colmare la misura della nostra 
indignazione contro il Tiranno che lo catturava. L'effetto delle 
critiche del Salviati rispose perfettamente all' espettativa : fu 
chiamato alla Corte di Ferrara, dove, bench' egli si sforzasse 
ad accrescere i suoi titoli al favore del Duca scrivendo gli e- 
logj della di lui famiglia (**) fu a vicenda abbandonato , e 
mori indigente. L' opposizione degli Accademici della Crusca 
cessò sei anni dopo cominciata la controversia ; e se V Accade- 
mia ebbe da prima della rinomanza pel paradosso (***) che aveasi 
tolto a sostenere, è probabile che la cura della sua propria ri- 
putazione dovesse alleggerire anziché aggravare il rigore della 
prigionia dello sventurato Poeta. Il Tasso impiegò molte ore 
della sua solitudine alla propria difesa, ed a quella del padre, 
caduto anch' esso sotto la censura di Salviati ; ed il prigioniere 
sarebbe stato ben poco imbarazzato a confutare dette accuse , 
dove, fra gli altri delitti, veniva incolpato di avere per gelosa 
invidia trascurato di menzionare la Cupola di Santa Maria del 

(*) La Vito ecc. Hb. 3 , pag. 90 , tomo 2. 

(**) Orazioni funebri. . . . Delle ludi di Don Luigi Cardinal D" E»te , 
delle lodi di Donno Alfonso D' Ette. Vedi la Vita L. 3, pag. 117. 

(••*) Ku posto nel 1582, e la risposta della Crusca al PtiL-griuu di Ca- 
raffa, od all'oca poesia fu pubblicata nel 1584. 



— 35C — 

Fiore a Firenze nel suo confronto della Francia coli' Italia (*). 
L ' ultimo Biografo dell' Ariosto pare che voglia riaccendere la 
questione, ponendo in dubbio il giudizio che il Tasso avea 
fatto di sè, (* # ) citato nella sua vita dal Serassi. Ma Tirabo- 
schi s'era già eretto giudice di questa rivalità, (***) dimo- 
strando non esservi fra il Tasso e 1' Ariosto questione di con- 
fronto, ma si di preferenza. 

JV. 19. — Prima che le reliquie dell* Ariosto venissero tra- 
sferite dalla Chiesa de' Benedettini alla Biblioteca di Ferrara, 
il suo busto posto sulla tomba fu colpito dalla folgore , e la 
corona in bronzo ne rimase fusa. V avvenimento fu riferito da 
uno Scrittore dell'ultimo secolo (****). La traslazione di queste 
ceneri fatta il 6 Giugno 1801 fu uno de' più splendidi spetta- 
coli dell' effimera Repubblica Italiana; e per consecrarc la me- 
moria di questa cerimonia , si ferono risorgere gli Intrepidi ; 
si famosi un tempo, riorganizzandoli in Accademia Ariostesca. 
La gran piazza pubblica a traverso della quale venne a passare 
la processione fu detta per la prima volta Piazza dell'Ariosto. 
L' Autore dell' Orlando è gelosamente nominato l'Omero, non 
dell' Italia , ma di Ferrara (*****). 

(*) ,, Cotanto potè sempre in lui il veleno della sua pessima volontà 
„ contro alla uazioo Fiorentina La Vita L. 3, pag. 96-98, tomo 2. 

(••) Vita di M. L. Ariosto , scrìtta dall' A. Girolamo Baruftaldi giù- 
niore, ecc. Ferrara 1807, Un. 3, pag. 262, 

(•••) Storia della Lett. ecc. Lib. 3, tomo 7, parte 3, pag. 1220, S. 4. 

(****) Mi scontarono que* Monaci eh' estendo caduto un fulmine nella 
f, loro Chiesa, schiantò esso dalle tempie la corona di lauro a quell'ini- 
„ mortale poeta. „ Op. di Bianconi, voi. 3, pag. 176, ediz. Milano 1802, 
Lettera al signor Guido Savini Arcitisiocritico tati' indole di un fulmine 
caduto iti Dresda 1* anno 1759. 

<••••*) » Appattionato ammiratore ed invitto apologista (t'Y Omero Ter- 
„ rareu: ,, Questo titolo fu prima conferito al TUMO ed è citato a con- 
fusione Uci lanini, lib. 3, pa S . 262-265, La Vita di M. L. Ariosto ecc. 



t 



La madre dell' Ariosto era di Reggio, e la casa ove nacque 
è accuratamente distinta con una lapide in marmo , e sopravi 
P Iscrizione : Qui nacque Ludovico Ariosto il giorno 8 di Set- 
tembre dell'Anno MIA. Ma i Ferraresi fanno ben poco conto 
che il caso facesse nascere lunge da essi il loro poeta, e lo 
riclamano come appartenesse loro esclusivamente. Essi possie- 
dono le di lui ossa: ne mostrano la scranna, lo scritto jo, e 
gli autografi. 

. . . . . Hic illius 'ai-ma , 
Hic currus fuit 

La casa ove abitò, la stanza ove mori sono accennate dal 
suo proprio monimento ripostovi (*) e da una moderna Iscri- 
zione. I Ferraresi sono gelosissimi de* loro diritti , dappoiché 
l'odio del Denina, insorto da una causa che i loro apologisti 
danno a divedere misteriosamente di conoscere, tentò d'invilire 
il loro terreno ed il loro clima sino alla nullità bcoziana , per 
tutte le produzioni di spirito. Un Voi. in 4° fu dato alla luce, 
onde rispingere l'ingiuria, e questo supplemento alle Memorie 
di Baretti sugli illustri Ferraresi fu considerata come una ris- 
posta trionfante al Quadro Storico statistico dell'alta Italia. 

N. 20. — L' Aquila , il vitello marino , l' alloro (**) e la vite 
bianca (***) erano indicati quali preservativi contro il fulmine, 
c de' più sicuri. Giove scelse il primo , Augusto Cesare il se- 
condo (****) , e Tiberio non omise giammai di cingersi il capo 
di una corona del terzo quando il cielo minacciava burra- 
sca (*****). Queste superstizioni non devono eccitare le risa in 

(•) „ Parva sed apta mìhi , sed nulli obnoxia , «ed non 
„ Sordida, parta meo «ed tamen aere domus. „ 
(**) Aquila , «farina marinus, et lauru» , fulmiuc nou feriuulur. Plinio , 
Stor. Natur. I.ib. 2, Cap. 55^ 

(•••) Coltimclla, I,. <0. 
• (****) Svelonius, in Vita August. Cap. 90. 
("•*•) Id. in Tita Tiberii, Cap. 69. 



L £L k P T elÌ ma6Ìchc * «diana 

non hanno ,„coro perduto aff,.,» U i OIO ^ 8 

.1 letto™ non «rt moIlo sorpreso ilet 
tato™ * Svetomo abbia tolto ^ d; disapp 31 
«rtu .ttnbutte alla corona di Tiberio, raccoaUndo che noci» 
anni prima della redazione del Common...: . 1 

•«ueniano, un alloro era 



«tato a Roma colpito dal fulmine (*). 

IV. «. — Il lago Cornano ed il fico Criminale del Foro 
«odo colpiti dal fulmine, furono riguardati come sacri e t 
nmembranra d, un tale avvenirne*» fu perpetuata con m l 

2 e 'n T >VeDte , U '° rm * ^ un po««> , con un. picei 
Cappella che copnva la supposta cavi.» faua dalla fol Rorc I 
corp, danneggiari e e la perone morte erano considerale coma 
.ncorrutubJ, ( ) ad un folminc che tendo non «gionas* la 
morte, dava una perpetua dignità db persona così distinta dal 

len™!r h "fT ' VeVa ^ •^•-PPtó in un bianco 
lenzuolo erano sepolt, in quel luogo istesso dove gli avea colti 
Né questa «persone era soltanto ristretta agli adoratori di 
G.ovc; , Lomhard. credevano agli augnrj ricvwi dalla folgoro 
ed un proto confessa che per me«o di un' arte diabolica pra- 
ticata onde ncavare ti futuro dal mono, un indovino annunzio 
ad Agdulfo, Duca di Torino un avvenimento che si verifico 
e d.egh „n, Regina ed una corona ("•). Bravi pero qualche' 

C ™ T ! " qUe ' t ° *» « U *** «"unti di 

Roma n,n credevano sempre propizio: e come i terrori hanno 
verosundmente maggtor durata che le con»lazi„„i dell, su- 
peratone, non dee fu- meravigli, che i Romani del secolo di 

fi WOU 2, p,,. «9, et, lajJ , (int.iv. («7. 

C - " n "'"' T "~ — « >- «. C, r . Xt. 

("•; Pauli Diaconi. De Ge.tis |„n r „i,„i i » ^ ... , 



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Leone, sicno siati sbigottii! da alcune burrasche male inter- 
pretate, a segno d'implorare le esortazioni di un erudito, che 
mise in opera tutta la sua sciema intorno ai tuoni ed ai ful- 
mini onde provare che un tale presagio era favorevole; comin- 
ciando da quello che solcava le mura di Vetietri , e termi- 
nando con quello che strisciò lungo una porta <K Firenze, e 
che predisse il Pontificato ad uno de* tuoi concittadini (*). 

A'. 22. -- Chi non riconosce nelle due Stante 42 -e 43 la 
parafrasi del famoso Sonetto di Filicaja: 

\,J.:. -o ir»l/.Ci«j ». !*">.■ ^ a*,- — . >- - 'f jJu. /'ftft&f : 

Italia ! Italia . o tu cui feo la sorte ? 

N. 25. — La celebre lettera di Servio Sulpicio a Cicerone 
sulla morte di sua figlia, contiene la descrizione esatta oggi 
siccome allora, di una strada in Grecia che sovente ho per- 
corsa per mare e per terra , in diversi viaggi : 

„ Di ritorno dall' Asia , vogando da Egina alla volta di Mc- 
„ gara, mi diedi a contemplare l'aspetto delle circostanti terre: 
„ Egina era alle spalle ; aveva a fronte Megara , sulla dritta il 
„ Pireo, sulla sinistra Corinto: Città tutte famose e fiorenti un 
„ giorno, rovesciate ora e sepolte nelle loro rame. A quella 
„ vista non potei a meno di non riflettere a me stesso. Ahi 
„ lasso ! Or come aw jeue che noi poveri mortali ci crucciamo 
„ così vivamente se alcuno de* nostri amici viene a perire ; noi, 
„ dico, la cui vita è sì corta, intanto che gli avanzi di tante 
„ nobili Città ri parano qui ad un tempo a' miei sguardi? (**) „ 

N. 24. » Dall'alto del Campidoglio contemplando Poggio 
il decadimento di Roma , lasciossi sfuggire questa esclamazione : 

* 

(•) I. V. Valeriani, De fulminimi ùgnificarionìbu* Declaraatio ap. Graer. 
Àntiq. Rom. T. 5 , pag. 593. La declamazione è indiri tu a Giuliano De' 
Medici. 

* 

(••) Dottor Middleton: HUtory of the Life of M. Tullia» Cicero, Se».. 7, 
pag. 371, Voi. 2. 



— 360 — 

„ Ut tome omni decore nudata, prostrala jacct , instar gì- 
„ gantei cadaveri* corrupti ataue undique exesi (*). 

N. 25. — La vista della Venere de' Medici ci ricorda i versi 
delle Stagioni , ed il confronto dell'oggetto colla descrizione 
piova, non solo 1* esattela del ritratto, ma ben anco il vezzo 
particolare del pensiero , e , per dir cosi , l' immaginazione ses- 
suale del Poeta descrittivo. La stessa conseguenza puossi de- 
durre da un altro pensiero nello stesso episodio di Musidora ; 
che le nozioni di Thompson intorno a' privilegi dell'amore cor- 
risposto, dovevano essere affatto primitive, o mancavano di 
dilicatezza quando ci pone in bocca della Ninfa riconoscente 
al suo discreto Damo ne, che in un momento più venturoso 
potrà forse divenirle compagno nel bagno: 

The time may come you need noi fly. 
( 11 tèmpo potrà arrivare quando voi non sarete co- 
stretto a fuggire. ) 

• 

Il lettore rammenterassi 1' aneddoto riferito nella Vita del 
D. Johnson: non ci allontaneremo dalla Galleria Fiorentina 
senz'aver fatta parola dell* Arrotino. È singolare che il carat- 
tere di questa statua , oggetto di tante dispute , non sia ancora 
deciso, almeno nello spirito di chiunque ba visto un sarcofago 
nel vestibulo della Basilica di S. Paolo, fuori le mura di 
Roma, dove V intiero gruppo della favola di Marzia è discre- 
tamente conservato: lo Schiavo Scita che aguzza il coltello è 
appuntino rappresentato colla stessa posizione di questo celebre 
capolavoro. Lo Schiavo non è nudo, ma e più facile lo scio- 
gliere questa difficoltà, che il prendere il coltello che la statua 
fiorentina ha nella mano per un rasojo ; ciò che potrebbe es- 
sere, se, come suppone il Lanzi, l'individuo altro non fosse 

(•} He fortuna» «■ anelale urbi* Roma* , et de mini» ejiudem descri|'tio, 
»p. Sallrngrr, Thc»aur. T. i. |>»g. 501. 



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che il barbiere di Giulio Cesare. Winkelmann , analizzando un 
basso rilievo sullo stesso soggetto, segue 1' opinione di Leo- 
nardo Agostini, e la sua autorità può giudicarsi come conclu- 
dente, quando anche la rassomiglianza non apparisse all'osser- 
vatore il meno attento (*)• 

In mezzo ai bronzi della stessa collezione, vedesi ancora la 
tavoletta recante l'Iscrizione copiala, c commentata da Gib- 
bon (**). 11 nostro Storico trovò alquante difficolti» , ma non 
abbandonò per questo l'impresa: quanto non dovette estere 
afflitto sentendo che ogni sua critica erudizione era stata rove- 
sciata da un' Iscrizione riconosciuta ora poco autentica ! 

N. 26. — 

. . . . Atquc oculos pascal uterqne suos. 

Ovìd. Amor. L. 2. 

27. — Questo nome ci richiamerà alla memoria tutti 
coloro non solamente le cui tombe hanno resa Santa Croce il 
centro di un pellegrinaggio , ma eziandio colei l' eloquenza della 
quale era votata a queste ceneri illustri, e la cui voce è oggi 
cosi mula come quelli eh' ella celebrava. Corinna non è più , 
e con essa devono cessare il timore , 1' adulazione , T invidia 
che diffusero una nube, o splendente troppo, o troppo oscura 
intorno al Genio, ed impedirono eh' ci potesse trar profitto 
dagli avvertimenti di una critica imparziale. I ritratti che di 
essa si fecero , o sono adulatori , o deformi , secondo che il 
pennello era guidalo dall'amicizia, o dal livore: è difficile 
tanlo ottenere un fedele ritratto da' contemporanei, clic la voce 
di coloro che le sopravvissero non saprà forse mai apprezzare 
pel giusto valore l' ingegno singolare di questa celeberrima 
donna. La galanteria, l'amore del maraviglioso, e la speranza 

(*) Wdi Mommo, Ani. ined. par. \ , Cap. «7, pag. 50. r Storia delle 
arti rrr. I,. \T, Cap. i. Tom. 2, pap. 314, not. R. 

('*) Nomina, genWiqtH Aoliqu» Itali», pag. 204, tdil. oct. 



, — ooz — 

di vedersi associati ad una fama die spunto Io strale della cri- 
tica, debbono cessare d'esistere. — Tra gli estimi non v' ha 
differenza di sesso; egUno più non possono destare la nostra 
ammirazione con portenti novelli , o confermare alcun privilegio: 
Corinna non è più una donna, ma semplicemente un' autrice ; 
e puosà prevedere che ben molti critici sieno per volgere la 
lor passa ta compiacenza in una grave severità, alla quale la 
stravaganza de' lor primi elogi potrà forse dare V aspetto di 
verità. I più tardi posteri (che Ella dee giungere sino ad essi ) 
pronunzieranno sulle varie di lei produzioni; e quanto più re- 
molo sarà l' orizzonte ove compariranno le di lei opere , tanto 
sarà per esserne più minuto 1' esame e più certa la giustizia 
della decisione. Per lei allora avrà principio quella esistenza 
nella quale i grandi Scrittori di ogni età , e di ogni nazione , 
sono, come già lo furono, raunati in un mondo tutto lor pro- 
prio, e da questa sfera superiore diffondono la loro eterna in- 
fluenza con che servono di guida e di consolazione all' umanità. 
Ma T individuo scomparirà a misura che V Autore si farà meglio 
conoscere: ond'è che alcune persone ammesse alle privilegiale 
società di Coppe t per le grazie di uno spirito naturale, e di 
una facile ospitalità , trarranno dall'obbtto queste virtù , le quali, 
abbenchè dicasi amino celarsi, sono in costanza più spesso raf- 
freddale che eccitate dalle cure domestiche della vita privata. 
Ti overassi taluno che dipinga quelle grazie ingenue di che Ella 
adoni a vasi nelle sue relazioni di parentado, doveri che possono 
assai meglio giudicarsi da chi conosce i secreti dell' interno di 
una famiglia, che da colui che nulla considererebbe fuor delle 
relazioni pubbliche; doveri che non potrebbero giungere gra- 
diti all'orecchio di uno spettatore indifferente se chi imprende 
a narrarli non abbia in se tutta la [dilicatezea di una verace 
affezione. Provcrassi taluno non a celebrare, ma a descri- 
vere 1' amabile padrona di una casa aperta in ogni tempo 
all'ospitalità, centro di una società sempre varia, e sempre 



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563 — 



gradevole ; oclla quale costei scevra d' ambizione e di nrlifizj 
di pubbliche rivalità, non risplendeva clic per animare vie 
più quel drappello die le faceva corona. La madre tenera- 
mente affezionala, e teneramente amata, — l'amica generosa 
senza limiti, ma sempre illuminata, — la padrona caritatevole di 
tutti gì' infelici, — non può essere dimenticata da coloro di' ella 
amò, protesse, nudrì. La sua perdita sarà più sentita colà 
dove fu meglio conosciuta : e sia lecito ad uno straniero d'unire 
il suo rammarico disinteressato al dolore de' suoi numerosi amici , 
non die di coloro, (e il numero n'è di gran lunga maggiore) 
i quali furono da essa beneficati. Fra le sublimi scene del Lago 
Leman la più grande soddisfazione eh' egli eblie a provare ai 
fu di poter ammirare le belle, seducenti prerogative dell'ama- 
bile Corinna. 

N. 28. — V affettazione della semplicità nelle Iscrizioni 
sepolcrali che ci lascia spesso incerti se il monumento che 
abbiamo sou' occhio rinchiuda le ceneri del defunto, o se 
pure sia un CenotafBo, od un semplice monumento consecrato 
non alla morte, ma alla vita dell 1 individuo, questa affetta- 
zione, dico, ha tolte dalla tomba di Macchiavelli tolte le 
distinzioni che dovevano aspettarsi dalla sua Iscrizione, come 
sarebbe 1' accennare il luogo o 1* epoca della sua nasata , o 
della morte, dell' età, o della patria dello Storico. 

Tasto nomai sullum par elogium. 
Niccolaus Machiavelli. 

ì Non s' intende la ragione perchè il nome non sia siato 
messo prima della sentenza che vi allude. 

jV. 29. — Dante nacque in Firenze uel 1261. Trovossi in due 
battaglie ; fu quattordici volte Ambasciatore ed una Priore della 
Repubblica. Quando il partito di Carlo d' Angiò vinse i Bianchi 
era in ambasciata presso Papa Bonifazio Vili, e fu condan- 
nalo a due anni d' csiglio e ad un' ammenda di 8,000 lire , 



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— 364 — 

le quali non avendo egli pagate , n' ebbe confiscati tulli i suoi 
beni. Nè la Repubblica fu paga a questa sola soddisfazione; 
che nel 1772 si scoperse negli Archivj di Firenze una sen- 
tenza nella quale Dante è P undecimo inscritlo di una nota 
di quindici individui condannati nelPanno 1302 ad essere arsi 
vivi: Talis perseniens igne comburatur sic quod morialur. Il 
pretesto di un tale giudizio erano baratterie inique, estor- 
sioni, e guadagni illeciti (*); Baracteriarum inùjuarum , ex- 
torsìonum, et illicilorum lucrorum , e con tale accusa non è 
strano che Dante abbia sempre protestato sè innocente , ingiusti 
i suoi concittadini. 11 suo riclamo a Firenze fu accompagnato 
da un altro all' Imperatore Enrico; e la morte di questo So- 
vrano, accaduta tiel 1313, fu il segnale per lui di un bando 
perpetuo. Avca, prima d'allora, menata vita di stento a' con- 
fini della Toscana colla speranza di essere richiamato: ma 
allora posesi in cammino verso il settentrione d' Italia , dove 
Verona ebbe la gloria di averlo a lungo tra le sue mura ; 
finalmente si stabili a Ravenna che fu P ordinario suo sog- 
giorno, non però il solo, fino alla morte. Il rifiuto da' Ve- 
neziani fattogli di un'udienza pubblica ria lui dimandata col 
mezzo del suo amico e protettore Guide Novello da Polenta, 
fu, a quanto dicesi, la principale cagione di questo avveni- 
mento che ebbe luogo nel 1321. Fu seppellito in sacra Mi- 
norimi AUde a Ravenna in un bel sepolcro erettogli da Guido, 
ristorato in seguito (nel 1483) per cura di Bernardo Bembo 
Magistrato della Repubblica, la quale ebbe ricusato di ascoltarlo : 
e di nuovo dal Cardinal Corsi nel 1692 ; surrogato in fine 
da un monumento più sontuoso costruito nel 1780 a spese 
del Cardinale Luigi Valenti Gonzaga. 

(•) Stor. ddla Leti. lui. T. 5, L. 3, parie 2, pag. 448 — Tirabo*chi * 
poco esatto. Le date dei tre Decreti contro Dante «ono: A. D. <302 , 
4304, e 1316. 



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— 365 — 

La colpa, o la sventura di Dante si fu d'essersi aggregato 
ad un partilo abbattuto, e come i suoi Biografi meno indul- 
genti nel rimproverano , una troppo grande franchezza nel 
parlare , congiunta a modi pieni d' importabile alterigia. Ma 
il secolo che segui rese onori pressoché divini all' Esule. 
I Fiorentini, avendo tentato spesso, e sempre indarno, di 
riavere le sue ossa , incoronarono il di lui ritratto in una 
Chiesa (*), e «mesto dipinto è tuttavia uno dcgl' idoli della 
loro Cattedrale. 

Gli vennero coniate medaglie , — erette staluc. Le Città 
d' Italia , non potendo pretendere all' onore di averlo avuto 
in grembo dal nascere, dacché il luogo dov' egli venne alla 
luce è certo, si disputarono almeno quello del suo gran Poema, 
ed i Fiorentini pensano ch'abbia a tornarne loro gloria dal 
sostenere com' egli avesse già terminato il settimo Cauto prima 
che venisse bandito dalla terra natale. L' anno cinquantesimo 
primo dopo la di lui morte, formarono una Cattedra pubblica, 
il cui Professore doveva dichiarare i versi di Dante, e Boc- 
caccio fu chiamato a questo patriottico impiego. Quest' esempio 
fu imitato da Bologna e Pisa, ed i Commentatori, se resero 
poco servigio alle lettere , accrebbero la venerazione , che scor- 
geva un' allegoria morale o sacra in ogni immagine della sua 
mistica Musa. Seppesi che la sua nascila, e la sua infanzia 
erano state distinte in un modo straordinario. L' Autore del 
Decameron, suo primo Biografo, racconta, clic la madre di lui 
venne avvertila in un sogno della dignità del suo portato ed 
altri trovarono che all' età di dieci anni avea già manifestata 
la sua precoce passione per questa Sapienza, o Teologia, che 
sotto il nome di Beatrice fu presa a torto per una sua Amica 
terrena. 

(*) Così racconta Ficino: ma alcuni opinano la di lui incoronazione 
Cft»ert «aata uu' allegorìa. Vedi Stor. ecc. pjg. 453. 




Quando fu riconosciuto che la Divina Commedia allro non 
era che una creazione mortale, e die, trascorsi due secoli la 
critica e la rivalila ehbero moderato il giudizio degl' Italiani, 
Dante iu dichiarato pienamente superiore ad Omero (*) , e 
benché la preferenza sembrasse a qualche casuist 
mia eretica degna delle fiamme , la contesa fu 
stenuta per lo spazio di cinquant' anni. Negli « 
cerco quali fossero i Signori di Verona che potessero gloriarsi 
di avergli data protezione ("), ed il geloso scetticismo di uno 
Scrittore vorrebbe niegare a Ravenna il possesso indubitato 
delle di lui ceneri. Lo stesso critico Tiraboschi propendeva a 
credere che il Poeta avea previsto e predetta una delle sco- 
perte di Galilei. 

La popolarità di Dante, del pari che quella de» grandi Scrii- 
tori delle altre nazioni, non si e sempre mantenuto allo stesso 
livello. Lo scorso secolo parca tendere a disprezzarlo e come 
tipo, e come libro di studio; e Bettinelli un giorno riprese 
il suo allievo Monti perche leggeva le stravaganze barbare e 
viete della Divina Commedia! La presente generazione abban- 
donale le idolatrìe galliche del Cesarotti, ha ripigliato il culto 
antico, e il Danteggiare degl' Italiani del Settentrione è ripu- 
tato come indiscreto da' Toscani i più moderati. 

Hannovi inoltre alcune curiose notizie intorno alla vita ed 
agli scritti di questo grande Poeta , non ancora raccolte dagli 
Italiani ; ma il celebre Ogo Foscolo pensa di supplire a questa 
mancanza, nè dee far rincrescimento che l'opera nazionale sia 
stata riserbata ad uno Scrittore cosi appassionato pel suo paese, 
e per la causa della liberta. 



(•) Varchi, nel suo Rrcolano. La controversia proseguì dai «570 al *6<6. 
Vedi Storia ecc. T. VII, L. 3, parte 3, pag. USO. 

(••) Gio: Jacopo DiouUi Canonico di Verona. Serie dì Aneddoti N. 2. 
Vedi Storia ecc. Tom. V, 1U>. i, parte 1, |>ag. U, 



— 56f 

A . 30. — Scipione l'Affricano La la sua tomba ( se pure 
non fuvvi seppellito) a Linterno dove crasi ritirato in ostra- 
cismo volontario. Questa tomba stava presso alla ripa del mare, 
e la storia dell' Iscrizione sovrapposta Isgkata Fatma avendo 
sommili i> irato questo nome ad una torre moderna, è un aggra- 
devole unzione, dov' ella manchi di verità. Se il Romano non 
fu sepolto a Linteruo, è certo eh' ei vi visse (*). 

„ In cosi angusta e solitaria villa 
„ Era '1 grand* uom che d* Africa s* appella 
„ Perchè primo col ferro al vivo aprilla (**) 

L' ingratitudine è tenuta generalmente per vizio capitale delle 
Repubbliche, e pare vada obbllato, come per un esempio di 
circostanza popolare, cento se ne possano numerare della di- 
sgrazia de' cortigiani ; i popoli oltre a ciò sonosi talora pentiti , 
i monarchi o di rado, o non mai. Lasciando da parte molte 
prove di ciò , una breve storia potrà mostrare la differenza che 
passa fra un* aristocrazia , e la moltitudine. 

Vittorio Pisani, battuto nel 1354 a Portolongo, e molti anni 
dopo dai Genovesi nella battaglia decisiva di Poi a, fu richia- 
mato dal Governo Veneto, e posto in ceppi. Gli Avogadori 
proposero di farlo decapitare, ma il tribunale supremo si ac- 
contentò della sentenza di prigionia. Mentre Pisani sosteneva 
questa non meritata pena, Chioggia, in vicinanza della Capi- 
tale (*") fu coir intervento del Signor di Padova conquistata 
aa Pietro D'Oria. Alla nuova di tale disastro la gran campana 
della Torre di San Marco suonò a stormo: il popolo ed i sol- 
dati delle galere ricevettero ordine di recarsi tantosto ad op- 

(») Vitam Literni egit «ine desiderio orbu. Vedi TiU Ut. HUtor. L. 38. 
Tito Lino riferUce, essere stata opinione d" alcuni eh' ei fonte seppellito 
a Linterno; di altri che fosse tumulato in Roma, ivi, cap. 55. 

;••) Trionfo della Castità, di Tettare*. 

<•••) Vedi la Nota della Stanza 13. 



— 368 — 

porsi a che non si avanzasse il nemico; ma eglino dichiararono 
che non si sarebbero mossi di un passo se Pisani non si libe- 
rava, e se non si concedeva loro a Capitano. 

11 Gran Consiglio fu tosto radunato: chiamossi il prigione , 
e il Doge Andrea Contarmi gli comunicò la domanda del po- 
polo , e i danni dello Stato la cui salvezza era tutta riposta nei 
suoi sforzi, implorando da esso l'obblio delle offese sostenute 
nel di lui servigio: „ Mi sottoposi, rispondeva il magnanimo 
repubblicano, „ mi sottoposi senza moyer querela a* vostri giu- 
„ dizj: sopportai con pazienza le pene della prigionia, perchè 
„ mi venivano inflitte per ordine vostro; non è questo il mo- 
„ mento di discutere se le avessi meritale. — Forse lo esi- 
, gcva il bene della Repubblica , e tutto quanto la Repubblica 
decide è sempre saggiamente stabilito. Vedretcmi ben presto 
, sacrificar la vita per la salvazione della mia patria. ,, Pisani 
fu nominato Generalissimo, e pel suo valore e per quello di 
Carlo Zeno riebbero i Veneziani quanto prima la loro superio- 
rità sulle rivali marittime. 

Nè meno ingiusti delle Repubbliche Greche furono verso i 
loro concittadini i Comuni Italiani. Nelle une come negli altri 
la libertà pare essere stata cosa individuale, e malgrado la 
pomposa eguaglianza davanti alla Ugge che un antico Scriitor 
Greco (*) riputava essere il gran distintivo fra i suoi compa- 
triotti, ed i barbari, i mutui diritti de' cittadini non appare 
fossero mai lo scopo delle antiche democrazie. L'Autore delle 
Repubbliche Italiane ha scritto un Saggio che forse non è an- 
cora conosciuto, nel quale ha ingegnosamente stabilita la diffe- 
renza che avvi fra la liberta de' primitivi Stati , e la significa- 
zione data dall'Inghilterra a questo vocabolo nella sua più 
felice costituzione. E pure gì' Italiani , tosto che cessano d'esser 

(*) Il Greco vantava.! d' easere Ìrm/uo» Vedi , 1' ultimo CapWolo del L. i 
di Dionisio d' Àlicaruasso. 



liberi, ricorrono sospirando a que' tempi di turbolenza, quando 
ciascun cittadino poteva essere chiamato a dividere il sommo 
potere, ignari quanto abbia a pregiarsi il riposo della ro» 
narchia. 

AT. 31. — I Fiorentini non colsero l'occasione del breve sog- 
giorno che Petrarca fece nella loro Città l'anno 1350 onde re 
vocare il Decreto che aveva confiscati gli averi del padre sub, 
bandito poco tempo dopo l' esiglio di Dante. La sua corona di 
lauro non gli abbagliò; ma quando l'anno seguente ebbero bi- 
sogno della di lui assistenza ad ordinare l' Università , si penti* 
rono della loro ingiustizia, ed inviarono a Padova Boccaccio 
perchè lo inducesse a ritornare in patria, e stabilirvi si , fa- 
cendogli vedere come avrebbe potuto tranquillamente por fine 
all' immortale sua Affrica , e godere, rientrato al possesso 
de' beni , della stima d' ogni classe de' suoi concittadini. La- 
sciavangli la scelta dell' Opera o della Scienza che intendesse 
spiegare: lo chiamavano, la gloria della loro terra: protesta- 
vano, d'averlo caro oltreraodo, e che nel diverrebbe ognor 
più. Aggiungevano, che dove avesse trovato qualche cosa di 
dispiacente nella lor lettera, ritornasse, se non per altro, 
per emendare il loro stile (*). Petrarca parve arrendersi in 
sulle prime all' adulazione ed alle proposte degli amici : ma 
non ritornò a Firenze , e preferì un pellegrinaggio alla tomba 
di Laura ed a' boschetti ombrosi di Valchiusa. 

N. 32. — Boccaccio fu sepolto nella Chiesa di S. Michele 
e S. Giacomo in Certaldo , piccola Città in Valdelsa , che 
alcuni Scrittori supposero essere stato il luogo della sua na- 
scita. Egli vi passò V ultimo periodo della vita in laboriosi 

(*) n Accingiti inoltre, se ci è lecito ancor l' esortarti a compire l'im- 
mortai tua Africa Se ti avviene d' incontrare nel nostro stile 

„ cosa che ti dispiaccia , ciò debb' essere un altro motivo ad esaudire i 

„ desidcrj della tua patria. „ 

Stor. della Leu. Jtal. Tomo V, parte i, L, 1, pag. 76. 

24 



— 370 — 

studj che accorciai ongli l'esistenza; colà le ceneri avrebbero 
dovuto trovare , se non onori , almeno riposo : ma le Jene ipo- 
crite di Cert aldo spezzarono la tomba di Boccaccio, e gitia- 
ronla fu ora del sacro recinto. L' occasione, e forse la scusa 
di questa violazione si fu la riparazione del pavimento della 
Chiesa : ma il fatto si è che la pietra del sepolcro di Boc- 
caccio fu tolta e gettata in disparte in fondo dell' edifizio. 

L* ignoranza può dividerne la vergogna coli' ipocrisia. Sarebbe 
doloroso il riferire una tale eccezione alla venerazione che 
gì' Italiani conservano pei loro Grandi Uomini , se non fosse 
stata accompagnata da un tratto più onorevolmente conforme 
al carattere generale della nazione. 11 primo personaggio di 
quella terra, l'ultimo rampollo della famiglia De Medici, 
tolse a proteggere la memoria dell' oltraggiato defunto, già di- 
stinto sopra tutti i di lui contemporanei da' suoi stimabilissimi 
Antenati. La Marchesa Lenzoni tolse la tomba del Boccaccio 
dall' oscurità ov'era giaciuta alcun tempo, e dielle onorevole 
posto nella sua propria abitazione. Fece di più : la casa nella 
quale il Poeta avea passata la vita non era stata rispettata più 
della tomba; il proprietario indifferente al nome dell' antico 
pigionale, la lasciava cadere in rovine. Questa abitazione con- 
siste in due o tre camerette, ed una bassa torre sulla quale 
Cosimo II fé* porre un' Iscrizione. La Marchesa si adoperò onde 
comperarla: ed intende di consacrarvi quelle cure, e quelle 
considerazioni clie si deggiono alla culla ed al tetto del Genio. 

Non è questo il luogo di far le difese di Boccaccio ; ma 
quell' uomo che ogni suo avere consumò ncll' acquisto della 
scienza, uno dei primi Sapienti (se non il primo) che facesse 
conoscere la scienza e la poesia de' Greci in Italia ; — cl»e non 
solo inveutò un nuovo siile, ma creò eziandio, od almeno sta- 
bili un nuovo linguaggio; — che s' ebbe l'estimazione di tutte 
le Corti civilizzate d' Europa , e fu giudicalo degno delle più 
distinte cariche nella Repubblica della sua Patria , e , ciò 



— 371 — 



che è più , dell' amicizia di Petrarca ; — die visse filosofo e 
libero pensatore , e mori nelle ricerche della Scienza ; — un 
tal uomo merita maggior considerazione senza dubbio di «fucila 
che gli ebbero il Prete da Certaldo ed un Viaggiatore Inglese 
che lo disse Scrittore odioso, disprezzevole e licenzioso, le cui 
ceneri impure doveano lasciarsi marcire, senza V onore di al- 
cuna rimembranza (*). Questo Viaggiatore Inglese (sventura- 
tamente per chi ha a deplorare la perdita di una persona ve- 
ramente amabile) è superiore a qualunque critica; ma la morte 
che non ha protetto Boccaccio contro gì' insulti 'di Eustace 
non difenderà certo Eustace. dal giudizio impaniale de' posteri. 
La morte potrà canonizzare le sue virlù, non gli errori; e 
puossi modestamente osservare, aver egli oltrepassati, come au- 
tore non solo, ma come uomo, i limili della model aziono 
quando ha evocata 1' ombra del Boccaccio in compagnia «li 
quella dell' Aretino, in fra le tombe venerande di Santa Croce 
per cacciamola poi indegnamente. 

A\ 55. — La nostra venerazione per i Medici comincia da 
Cosimo, e terni ina con suo nipote. Questo insedio non è pino 

(») Classica! Tour, cap. IX, voi. II , pag. 355, 3, eiliz. „ Nuli» diremo 
„ del Boccaccio, il moderno Petronio: l'abusare del genio è più odioso e 
l, più disprezzevole che il non averne , e poco importa ove la salina 
„ impura di un autore licenzioso vada confusa colla sua polvere natia 
,, ( hindred dust. ) Per la stessa ragione il viaggiatore può passar sotto 
>, silenzio la tomba dello scostumato Aretino. „ 

Questa frase ambigua può difficilmente salvare l'autore dal sospetto che 
abbia commesso nn altro errore , riguardo al luogo dove fu sepolto 1' 
Aretino , la cui tomba era nella Chiesa di s. Luca in Venezia , e diede 
luogo alla famosa quistione di che parla Bayle. Ora le parole di Eustace 
ci trarrebbero a pensare che questo avello fosse a Firenze, o per lo meno 
che si possa in qualche luogo distinguere. Intanto non può in venni conto 
decidersi se l' Iscrizione sulla quale tanto si disputò (osse o no collocata 
sulla tomba dell' Aretino : che ogni memoria del monumento di questo 
autore scomparve dalla Chiesa di s. Luca cangiatasi oggidì iu un magaz- 
zino di lampade. 



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che alla sorgente; e noi visitiamo la Chiesa di S. Lorenzo iti 
Firenze, a solo oggetto di ricercare i monumenti de' virtuosi 
Repubblicani di questa famiglia. La splendida Cappella, non 
ancora al suo termine, che osservasi in questa Chiesa, destinata 
a' Mausolei dei Duchi della Toscana, e circondata di sepolcri 
e di corone, non desta altro sentimento fuor che il disprezzo 
per la prodiga ambizione d' una stirpe di despoti , inlauto che 
una sola pietra del pavimento consecrata semplicemente al Pa- 
dre del suo Paese ne riconcilia col nome de' Medici (*). Era 
ben naturale che Corinna (**) supponesse la statua innalzata 
al Duca d' Urbino nella Cappella de' Depositi , come postavi 
al suo grande omonimo: ma Lorenzo il Magnifico non occupa 
che angusta tomba giacente in una nicchia nella Sacristia. La 
decadenza della Toscana incomincia dalla sovranità dei Medici. 

N. 34. — „ E l'accanimento fu tale, e cosi alla pugna gli 
„ animi intesi, che non uno dei combattenti ebbe quel terre- 
„ moto sentito, clic gran parte delle città d' Italia abbatte, e 
„ fiumi repentinamente deviò, e nell' alveo de' fiumi sospinse 
„ il mare, ed avvallò montagne con violenta scossa. „ (***) Tale 
è il racconto che ne fa Tito Livio. Non so se nel nostro se- 
colo sarà ammessa tanta astrazione. 

Non si può errare intorno al luogo della battaglia del Tra- 
simeno. Viaggiando da Cortona a Casa di Piano, la più pros- 
sima Pòsta sulla via di Roma, nel decorso delle due, o tre 
prime miglia veggonsi d* intorno, ma più particolarmente a 
diritta, le pianure che Annibale devastò onde costringere il Con- 
sole Flaminio ad uscire d'Arezzo. A sinistra ed in prospello ■ 

(*) Connuf Medicei, Decreto pubblico, Pater Patri». 
(**) Corinna , L. XVIII, eap. 3, voi. 3. pag. 248. 

(***) Tantuaque fuit ardor ammonio* , adeo intenta* ptign* animus , ut 
eom terra; motum qui multaruin urbium Italiae magna» partes prostravi^ 
avertitque cursu rapirlo amnes , mare tlumiuibu* invexit , monte* lapin 
ingenti proruit, uemo pugnantiura »cn*erit. Tit. Lir. Lib. XXII, iap. <2. 



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— 375 — 

» * » 

vedesi una giogaja dirigoutesi in pendio verso il Lago Trasi- 
meno, delta da Livio Montes Cortonenses , e detta oggi — La 
Gualandra. Il Viaggiatore passa più presso a' monti ad Ossaja, 
villa che pretcndesi cosìi detta dall' essersi colà rinvenute al- 
quante ossa, ma non pur un solo osso può essere stato quivi 
scoperto, che la battaglia ebbe luogo dalla parte opposta della 
collina. Dopo Ossaja, la strada comincia a salire lievemente, 
ma non s* innoltra a mezzo delle montagne che alla sessage- 
sima settima pietra migliare da Firenze. Questa salita non è 
già rapida, ma prosegue senza interruzione per ben venti mi- 
nuti. Scopresi allora il Lago al basso sulla dritta, e Borghetto 
di forma circolare a mezzo delle acque ; e le colline in parte 
coperte di alberi, a traverso delle quali s' avvolge il sentiero, 
discendono a poco a poco, e come per successivi giri sitio alle pa- 
ludi che confinano alla Torre. Sotto la strada, verso la dritta in 
mezzo di queste larghe boscaglie , cwi il luogo dove Annibale 
disponeva la sua Cavalleria (*) nelle gole , o piuttosto al di 
sopra dello stretto fra il Lago e la strada attuale, e con tutta 
probabilità presso di Borghetto al piede del più basso di questi 
tu/nuli (**). Alla sommità di una collina a manca, e più in 
alto della strada ewi un edifizio minalo di forma circolare 
che i villici chiamano la torre d' Annibale il Cartaginese. 
Giunto al più rilevato punto della strada il viaggiatore scuopre 
una parte del piano fatale , clic mostrasi intero a' suoi sguardi 
al discendere la Gualandra. Trovasi ben presto in una chiusa 
vallea, a dritta, in faccia ed alle spalle, fra le colline della 
Gualandra che formano un segmento più che semi-circolare , 
e riescono a ciascuna estremità presso il Lago che si dirige 
obliquamente a dritta, e forma la corda di questo grand'arco. 

* 

(*) „ Ecjuitef ad ipaas fance» saliti» , tumuli» ap»e tegentibu» locai. „ 
Tir. Li», lib. XXII, cap. IV. 
("*J „ Ubi maximé monte» Cortonen*c* Ttira«imfnu* »ubit. „ Ibid. 



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- 374 — 

Dalla pianura dì Cortona non si crederebbe esser tale quel 
luogo, e non rassembra si fattamente chiuso se non a chi già 
trovisi in mezzo delle montagne. Pare esso adunque un sito 
naturalmente preparato per un agguato „ locits insidiis natus. „ 
Boi-ghetto giace in una gola stretta e paludosa fra la collina 
ed il Lago, mentre all' opposta parte non v' è altra uscita che 
lungo la piccola ciuk di Passignano costrutta sul declivio della 
- Gualandra, e che bagnasi, per dir cosi, nelle acque (*). Evvi 
una prominenza sparsa d' alberi che si estende dalle montagne 
alla più alta estremità del piano dalla parte di Passignano, e 
sopravi un villaggio tutto bianco, detto Torre. Polibio indica 
questa altura come quella dove Annibale accampò, e mise in 
mostra gli AfTricani, e Spagnuoli di pesanti armature. Di cola 
il Generale Cartaginese spedi i suoi frombatori delle Isole Ba- 
leari, ed i suoi fanti leggieri a dilungo verso la dritta in mezzo 
della Gualandra per modo, che questo distaccamento giungesse 
non visto , sinché ponendosi in imboscata al fondo della strada 
attuale die attraversa, fosse pronto ad investire 1' ala sinistra 
del nemico, nell' atto che k cavalleria chiuderebbcgli il passo 
da tergo. Flaminio giunse al Lago presso Borghctto sul tra- 
montar del sole, e prima d* inviare verun esploratore avanti 
di se, awiossi lungo lo stretto la domane, prima che fosse al 
tutto surta l'alba, cosicché non vide la cavalleria ed i fanti 
leggeri che soprastavangli circondandolo , e non vide che i Car- 
taginesi con pesanti armature, in faccia sull'altura di Torre (**). 
U Console cominciò a spiegare la sua armata sid piano, e nel 
tempo istesso la cavalleria posta in imboscata occupò dietro a 
lui il passo di Borghetto. Cosi i Romani furono interamente 
chiusi dal Lago a dritta, dal corpo dell'armata nemica di fronte, 
dal poggio di Torre, e dalle colline della Gualaudra gremite 

(•) „ Inde colle» awnrgnnt ce. „ Tif. Li», ibid. 

<*•) A tergo, et iuper cnp.it deerperc io#idi*. Tit. Uv. ce. 



! 

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di fanti a manca, ed a tergo dalla cavalleria la quale a mano 
a mano che si avanzavano occupava ogni uscita, ed impediva 
la ritirata. Una densissima nebbia inoltre surta dal Lago av- 
volse tutta l'armata del Console: le alture al contrailo erano 

schiarate dal sole nascente, e i diversi corpi posti in agguato 
miravano alla parte drlla Torre per vedere il segno dell' at- 
tacco. Appena Annibale 1' ebbe dato, che posesi in marcia. 
Nello stesso punto tutte le truppe clic soprastavano alle spalle 
ed all' ala sinistra dì Flaminio si precipitano nel piano. 1 Ro- 
mani che disponevano le loro file al mezzo della nebbia udi- 
rono ad un trailo le grida del nemico rimbombale da ogni parte, 
e prima che avessero potuto disporsi in battaglia, e sguainare 
le spade, e vedere da clù fossero assalili conobbero di ette re 
circondati e perduti. 

Due piccoli ruscelli che lianno la loro sorgerne nella dna- 
landra traversano il piano, e si perdono nel Lago. 11 viaggia- 
tore varca il primo un miglio circa dopo di essere disceso al 
piano, ed è quello il confine del territorio Toscano, e degli 
Stali della Chiesa. Il secondo ruscello, circa un quarto di mi- 
glio più lontano, vien denominalo il ttìèèettò sanguinoso; ed 
i coloni mostrano a manca, fra il SanguiiicUo e le colline, una 
piazza scoperta, che fu, per quanto essi dicono, il principale 
teatro della strage. L' altra parte del piano è coperta d' ulivi 
piantati a pochissima distanza l'uno dall' altro in mezzo ai 
campi di biade, ed è tutto disegnale, eccetto alla riva del 
Lago. E probabile che fosse dato V attacco a questa estremità 
della valle; poiché i sei mila Romani che al principio della 
mischia ruppero le file del nemico, pervennero alla sommità 
di una prominenza che dovea trovarsi in questi contorni; al- 
trimenti avrebbero dovuto traversare tutta la pianura, ed a- 
piirsi il passo in mezzo al grosso dell' armala di Annibale. 

I Romani combatterono disperatamente per tre ore ; ma la 
morie di Flaminio fu il segno di una rotta generale. La ca- 



— 376 — 

vai Ieri a Cartaginese piombò allora addosso ai fuggitivi, ed il 
lago , e le paludi di Borghetlo , ma in ispecie il piano di San- 
guinetlo, e le gole della Gualandra furono coperti di cadaveri. 
Presso di qualche vecchio muricciuolo, sopra una elevazione di 
terreno a manca del ruscello, furono spesso trovate delle u- 
mane ossa, e questo ha confermati i diritti ed il nome del 
ruscello di sangue. 

Ogni distretto d' Italia vanta il suo Eroe. Nel settentrione 
il Genio tutelare del luogo è per lo più un pittore, e lo stra- 
niero Giulio Romano divide gli omaggi di Mantova con Virgi- 
lio , nativo di essa Città. Nel mezzodì risuonano nomi Romani. 
Presso il lago Trasimeno la tradizione è fedele ancora alla 
fama di un nemico, ed Annibale il Cartaginese è il solo antico 
uome che si ricordi sulle sponde del lago di Perugia. Flaminio 
è sconosciuto, ma i postiglioni di questa strada furono ammae- 
strati ad accennare il luogo dove fu ucciso il Console Romano. 
Di quanti combatterono e perirono alla battaglia di Trasimeno 
la Storia non accenna che un solo, dopo i Generali, Maarhale. 
Il nome d'Alessandro suona spesso lungo questa strada dalla 
parte di Roma. L' Antiquario, cioè a dire il mozzo di stalla 
di Spoleto, ti racconta che la sua Città rispinse il vittorioso 
nimico, e segna a dito la porta detta oggi ancora: Porta di 
Annibale. Merita appena che si accenni l'errore commesso da 
un viaggiatore Francese noto sotto il nome del Presidente Du- 
paty che credette vedere il lago Trasimeno in quello di Boi- 
sena, offertoglisi per ventura lungo il cammino che lo con- 
duceva da Siena a Roma. 

N. 35. — Nessun libro di Viaggi ha ommesso di estendersi 
intorno al tempio di Gli tonno, tra Foligno, e Spoleto; venin 
sito, scena veruna, e nella stessa Italia è più meritevole di 
una lunga descrizione. Quanto al racconto del saccheggio di 
questo tempio si veggano le Historical lllustrations of the 
J'ourtk Canto oj Childe Harold. 



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— 577 — 

TV. 56. — Osservai due volte ad epoche diverse la Cascata 
del marmare a Terni; una volta dalla sommità del precipizio, 
F altra dal fondo della valle. Questa seconda vista è preferi- 
bile d' assai se il viaggiatore non ha il tempo di vederla nei 
due punti; ma uell' un modo, o nell'altro, dall'alto, o dal 
basso, questo spettacolo è di gran lunga più maestoso di quello 
die offre qualsiasi altra cascata, o torrente della Svizzera; lo 
Staubach, il Reichenbach, il Pisse Vaehe, la caduta d' Ar- 
pena ecc. sono ruscelli al confronto di questa. Quanto alla ca- 
duta del Reno a Scialfusa non posso parlarne, non avendola 
ancor vista. 

N. 57. — Il lettore può aver osservata fra le note di Man- 
fredo una breve descrizione del tempo, del luogo, e delle qua- 
lità di questa specie d' Iride. La Cascala lift cosi bene l' aspetto 
di un inferno d'acque, die Àddisson credeva die il lago senza 
fondo per dove Aletto precipitavasi nelle regioni infernali , 
fosse una allusione di questo. È singolare che le due più belle 
Cascate di Europa sieno artificiali , '— quella del Velino, e quella 
di Tivoli. Raccomando istantemente al viaggiatore di seguire 
il Velino sino al piccolo lago detto Piè di Lupo. Il territorio 
di Rieti era la valle di Tempc dell'Italia, {*) e Plinio il 
Naturalista ha osservato, fra le altre particolarità F Arcoba- 
leno perpetuo del lago Velino (**). Un celebre erudito ha fatto 
un Trattato espressamente per questo distretto (***). 

N. 58. — Queste Stanze richiameranno forse alla mente 
del Lettore le osservazioni dell' insegna di Northerton: — 
Z>— n Homo — (Al diavolo il vostro homo\ V. il Romanzo 
di Tom Jones ). Ma i motivi che ci trassero ad odiare, egli 

(*) „ Reatini me ad sua Tempc tluxerunt Ciò. Ep. ad Attic. XV, L. IV. 
(**) „ In eodem lacu nullo non die apparare arco* „ Plin. Hut. Nat. 
Lib. 2, Cap. 62. 

(•••) Aid. Manut. De Reatini orbe agroque , ap. Sallengre The*aur. 
Tom. I. pag. 7 73. 



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— Sc- 
ornerò, ed io Orazio non tono già i medesimi. Io desidero far 
conoscere che siamo nauseati di quell'Autore le cui opere ci 
vengono poste in mano come un obbligo , prima che ci sia 
concesso penetrarne la bellezza ; che s' impara per uso , molto 
tempo prima che si possa far ciò per sentimento; che l'incanto 
della novità è distrutto , che il piacere e l' utilità avvenire sono 
tolte ed annientate da questa anticipazione didattica ad un'età 
quando non siamo capaci ancora nè di sentire nè d'intendere 
tali opere, a ben gustar le quali fa d' uopo di una certa espe- 
rienza della vita non meno di quella del Latino e del Greco. 
Per la stessa ragione noi non possiamo giammai sentire tutta la 
bellezza di alcuni de* più sublimi tratti di Shakspeare ( per 
esempio il lo bc or not to be) perchè fummo costretti a mar- 
tellare la memoria prima degli otto anni : che quello era c- 
sercizio non d' intelligenza , sibbene di memoria ; cosicché giunti 
all' età nella quale saremmo capaci di goderne , il nostro gusto 
è perduto, e l'appetito nostro è consumato. In qualche terra 
del continente, i giovani si istruiscono negli Autori i più co- 
muni, e non leggono i Gassici che ad età matura. Non parlo 
già dì questo per qualche senso di dispetto o d' odio eh* io mi 
abbia contro il luogo della mia prima educazione. Benché fossi 
un fanciullo pigro, imbecille non era; e credo die niuno abbia 
potuto essere o possa più affezionato alla scuola di Harrow , 
di quello che lo foss' io; nè senza ragione: una parte del 
tempo che vi passai è stata la più felice della mia esistenza ; 
ed il mio maestro ( il Rev. Dottore Giuseppe Drury ) fu il 
migliore, ed il più degno amico che m' avessi: Troppo ben 
mi rammentai de' suoi consigli, — benché un po' tardi, — 
dopo eh' ebbi mancato ; ed ogni qual volta fui buono e saggio, 
la saggezza e la bontà erano il frutto de' suoi precetti. Se 
questo imperfetto testimonio de' miei sentimenti arrivi sino ai 
suoi occhi , possa egli risovvenir»i di quegli che non itfiisa 
giammai a lui che noi faccia con rieonoscenza e venerazione , 



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. di quegli che sarebbe anche più felice d" essere slato suo 

allievo se col seguire più esattamente i saggi ammaestramenti 
del maestro, avesse potuto rimandare sopra di lui qualche 
gloria. 

^V. 39. — Per commentario di questa Stanza e delle due 
successive il lettore può consultare le Historical IUustrations 
oj the fourth Canto of Childe HaroltL 

N. 40. — Orosio fa ascendere il numero de' trionfi a tre- 
cento venti Pavinio ha seguita 1" opinione d' Orosio; e Gibbon, 
e tutti gli Scrittori moderni hanno seguitata quella di Pa- 
vinio. 

JV. 41. — Senza i due tratti della vita di Siila a' quali 
alludo in questa Stanza, certamente noi dovremmo conside- 
rarlo siccome un mostro privo di veruna ammirabile qualità che 
velasse o sminuisse i suoi delitti. V Espiazione cui si som- 
mise rinunziando volontariamente al potere dee forse non di- 
spiacerci, come non dispiacque ai Romani, i quali, dove non 
avessero avuto alcun rispetto per Siila , T avrebbero senza 
dubbio fatto perire. Nè potè esservi la menoma divisione d* opi- 
nioni; tutti dovettero pensare come Eucrate, altro non essere 
stato che amor di gloria quanto era partito ambizione ; e reale 
grandezza d' animo quella giudicata a torto per orgoglio (*). 

N. 42. — 11 3 Settembre, Cromwell riportò la vittoria di 
Dumbar; un anno dopo ottenne il suo crmvning merej da 
Worcester; e passati pochi altri anni lo stesso giomo, gli ac- 
cadde ciò eh' ebbe sempre riputato per sè come la più grande 
ventura — mori. 

N. 43. — Il progetto di dividere la statua di Pompeo è 
già stato accennalo dallo Storico della Decadenza e caduta del 

(*> Setgneur, vocis changez tonte* mes idèes de la fac,on dont je vou s 
voi» agir. Je croyai» que vou* «rie* de l'ambitioo , mai» «ucun amour 
„ pour la gioire : je vorais bien que rotre arae était haute ; mai* je ne 
„ *oup«,onnaU pas qu elle fdt grande. Dialogue de Sfila et d' Eucrate. 



— 380 — 

Romano Impero. Gibbon lo tolse dalle Memorie di Flaminio 
Vacca (*) e può aggiungersi a quanto narrasi dei 500 scudi 
da Giulio III Papa dati a que' che se la disputavano ceden- 
dola poscia al Cardinal Capo di Ferro, che aveva sapulo sviare 
da quella cotal nuovo giudizio di Salomone. In una età più 
civilizzata , questa statua fu esposta ad una reale mutila- 
zione: che i Francesi tratti a rappresentare il Bruto di Vol- 
taire nel Colosseo, stabilirono che il loro Cesare cadrebbe ap- 
piè di questo Pompeo, che suppouevasi essere stato spruzzato 
del sangue del vero Dittatore. L' Eroe di nove piedi venne 
dunque trasferito nell'arena dell' Anfiteatro ; e onde fosse con 
maggior facilità trasportato, soffri l' amputazione provvisoria 
del braccio dritto. I Tragedi Repubblicani dissero, per loro di- 
fesa , che il braccio era un pezzo appiccatovi ; ma gli accusa- 
tori non credono clic 1' integrità della statua gli avrebbe di- 
stolti dal fare quella mutilazione. Il desiderio di trovare della 
coincidenza aveva fatto credere che una macchia apparente 
presso al ginocchio dritto fosse una stilla del sangue di Cesare : 
una critica più fredda ha però smentito il sangue non solo, 
ma la stessa immagine, ed ha fatto conoscere che il globo 
posto nella mano di essa apparteneva al primo Imperatore aiui 
che all' ultimo Capo Repubblicano di Roma. Vinkelmann (**) 
accorda a mala pena che fosse quella la statua eroica di un 
cittadino Romano: ma l' Agrippa Grimani, quasi che contem- 
poraneo è eroico; e le figure Romane tutte nude sono rare è 
ben vero, non però affatto proscritte. Il volto s'accorda assai 
più coli' hominem integrimi et castum et gravem ( J che con 
alcuno de' busti d' Augusto ; ed è troppo severo perchè possa 
rappresentare quello, che fu avvenente, dice Svctonio, in ogni 

■ 

(*) Memorie, num. LVH, pag. 9, ap. Monlfaucon — Diarium Italicura. 
(•*) Storia delle Arti ec. Lib. 9, cap. I, pag. 321-22, Tom. 2. 
(•••) Cicero, Kpist. ad Attic. XI, 6. 



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— 381 — 



epoca di sua vita. La rassomiglianza pretesa con Alessandro il 
Grande non può essere dipinta , ma i traili si riferiscono a 
quelli della medaglia di Pompeo (*). 11 globo oggetto di tante 
contese può essere slato un' adulazione ben rivolta in Colui che 
avea protratti i contini dell' Impero per modo che l'Asia Mi- 
nore ne divenisse il punto centrale, mentre dapprima ne era 
il termine. Pare che Winkelmann commettesse un errore di- 
cndo, non potersi avere alcuna prova fondata della identità 
di questa statua con quella che vide il cruento sacrifizio, sulla 
considerazione del luogo ove fu scoperta (**). Flaminio Vacca 
dice sotto una cantina , e questa cantina si sa essere stata nel 
/ icolo cW Lentari appresso alla Cancellerìa, sito che esaua- 
mente corrisponde a quello di Giano innanzi alla Basilica del 
Tedio di Pompeo, dove Augusto to' trasportare la statua dap- 
poiché la Curia era stala bruciata od abbattuta (***). Dna 
parte del Portico, ombra di Pompeo (****) esisteva al principio 
del decimo quinto secolo, e V At riunì appellavasi ancora Satruni. 
Cosi riferisce il Biondi (*****). Comunque sia , tanto imponente 
si è la maestà severa della statua , e si memorabile la storia , 
che V immaginazione non lascia allo spirilo la facoltà di eser- 
citare i suoi giudizj , e la finzione, s'ella è tale, opera sullo 
spettatore con un effetto non meno possente di quello che 
farebbe la stessa verità. 

N. 44. — L' antica Roma , tome la moderna Siena abbon- 
dava probabilmente di immagini della nutrice del suo fonda- 
tore : ma hannovi due Lupe delle quali l' istoria fa particolare 

(*) Pubblicata da Causeo nel suo Museo Romano. 

(**) Storia deUe Arti ec. Lib. 9, cap. <, pag. 321-22, Tom. 2. 

(••*) Sreton. in Vita Augusti, cap. 31, et iu Vit. C. J. C»sar. cap. 88. 
Appiano dica , eh' ella fu bruciata. V. Uua nota di Pitisco a Svetooio 
P«g. 224. 

(****) ii Tu modo Pompeja lenta spatiare sub umbra. „ Ovid, De Arte Am. 
(••♦♦») Roma Ristaurata L. 2, f. 31. 



menzione. Una ne vide in bronzo e di lavoro antico (*) Dio- 
nigio d* Àlicarnasso nel tempio di Romolo, alle falde del Pa- 
latino, e credesi generalmente esser quella mentovala dall' [- 
storico Latino come fosse stata fatta col danaro proveniente 
da un' ammenda cai vennero condannati gli usuraj , e posta 
sotto il Fico Riiroiwde (**). La seconda è quella che Cicerone 
(***) celebrò in prosa ed in versi, ricordata eziandio dallo Sto- 
rico Dione che le attribuisce non meno V accidente cui fa al- 
lusione l'Oratore (****). 

La quistione trattata dagli Arclteologi tende a conoscere se 
la Lupa che oggi trovasi nel palazzo de* Conservatori sia quella 
di Tito Livio, e di Diouigio d' Àlicarnasso , o quella di Cice- 
rone , o ne 1' una nè 1' altra. Gli antichi Scrittori discordano 
del pari che i moderni: Ludo Fauno (**•") dice essere quella 



(•) Aotiq. Boni. Lib. I. 

(*•) „ Ad finirai Ruminalem «irnnlacra infantino» conditorum urbis «ab 
„ oberino» lap» po»neraot. „ hit. HUtor. Lib. X, cap. 69. Ciò avvenne 
l'anno di Roma 455, o 457. 

(*»*) „ Turo statua Nattae, turo simulacra Deorum, Bomulusque et Remus, 
cum altrice belluà vi fulmini» icti coocideruut „ De Divinai. 2, 20 „ Ta- 

ctu» e»t ille etiaro qui hanc urbem condidit Romulns, quen 
in Capitoti© parvorn atque lacUntem, uberibu. lupini. iuhiaotaro 
„ meminUti». „ In CatU. IH, 8. 

„ Hic «vWeatri» erat Romarti nomini» altri* 

Mania , que parvo» Mavorti» «emine nato» 

Uberibu* gravidi» vitali rore rigabat, 

Qua- turo cum pueri. tiammato fulmini, ictn 

Coocidit, atque avulsa pedura vc.tigia liquit. „ 

t De Consulatu L. 2. — L. i . De Divinai, cap. 2. ) 
■ 

(»***) Dioo. HUtor. Lib. XXXVII, pag. 37, ed. di Roberto Stefano, »54S. 

(*»•••) In eidem porticu aenea lupa , cupi» liberino* Romulu* ac Remu* 
Urtante* inhiant, con.picitnr: de hac Cicero et Virgilio» semptr iulelle- 
aére. Livin» hoc «ignum ab a-ditibu» « pecnnii» quibu» mulctati cent 
f or ii « rat or cs po«itum innuit. Autea iu comitiU ad Beoni Rumiualem, quo 
loco pneri fueranl eaporili locatum, prò cerio e«t. Lucii Fnuni De Aotiq. 



- 3*5 - 

ricordata da Livio e da Cicerone, ciò che è imponibile, e da 
Virgilio eziandio, ciò che può essere. Fulvio Orsino (*) la 
chiama la Lupa di Dionigio d' Alicamasso , e Marziano ne parla 

come fosse quella nominala da Cicerone. Ricchio benché titu- 
bante , pur dà la preferenza a quest' ultimo (**). Cardini pro- 
pende a credere essere dessa una delle tante Lupe che conser- 
vavansi nell' antica Roma ; ma dice , che dovendosi scegliere 
fra le due già mentovale s' appiglierebbe a quella di Cice- 
rone (***). Montfaucon non ne dubita in niun modo (****). Fra 
gli Scrittori più moderni Winkelmann (****♦) dichiara essere 
stata trovata nella Chiesa di S. Teodoro, dove, allo stesso 
silo, o poco discosto era il tempio di Romolo, e per conse- 
guenza essere quella la Lupa di Dionigio d' Alicamasso. Fon- 
dasi sul!' autorità di Lucio Fauno il quale però dice solamente 
che la Lupa fu posta non trovata presso al Ficus Ruminalis 
verso il ComUium, colle qunli parole indica tutt» altro che la 
Chiesa di S. Teodoro. Ricchio pel primo ha fatto l'errore, e 
Winkelmann (*****•) v i è corso dietro. Flaminio Vacca narra 



urbis Rom. L. TI, cap. 17, ap. Salleugre Tom. I. pag. 217. In questo 
diciassettesimo capitolo ridice che le statue fossero la , nou che vi fos- 
sero state trovate. 

(*) Ap. Nardini, Roma vetus Lib. 5, cap. 4. 

(**) Martiani, urb. Rom. Topogr. L. II, cap. 9. Dice d* un'altra Lupa 
e dei due gemelli nel Vaticano L. V. cap. 21. 

(***) Non desunt qui hanc ipsam esse putent, quam adpinximus, qnas 
è comitio in Basilicata Lateranam , cum nonnullis aliis antiquitatnm re- 
liquiis , atque hinc in Capitolium postea relata sit qnamvis Martianna 
antiquam Capitolioam esse maJnit a Tullio descriptam, cui ut io re nimia 
dubiu trepide adsentimur. Just. Rvcquii de Capii. Rom. Comm. cap. 34, 
pag. 250, Lugd. Batav. 4696. 

(••••) Nardini, Roma Vetus Lib. V. cap. 4. 

(*'***) »i Lupa hodièque in capitolinis prostat ssdibus , cara vestigio 
,, fulmini* quo ietnm narrai Cicero. ,, Diar. Ital. Tom. I. pag. 174. 
('•»♦»♦) Storia delle Arti ec. Lib. HI, cap. 3, $ 2, oota i0. Winkelmann 



— 384 — 



un' istoria affatto diversa , e dice d' aver sentito raccontare clic 
la Lupa coi due gemelli fosse trovata vicino all'Arco trionfale 
di Settimio Severo (*). 11 Commentatore di Winkelmann è 
della stessa opinione e scagliasi contro Nardino il quale, dice 
egli , non ha posto mente come Cicerone parlando della Lupa 
colta dal fulmine in Campidoglio, adoperasse il tempo prete- 
rito. Ma, con buona pace dell'Abate, Mardini non afferma po- 
sitivamente che la Lupa sia quella di Cicerone , e quando pure 
lo asserisse ciò non sarebbe stato senza alcun fondamento. Lo 
stesso Abate è costretto a riconoscere sulle zampe deretane dell* 
attuale Lupa delle traccie mollo somiglianti a quelle che il 
fulmine avrebbe potuto lasciare , e per disbrigarsi brevemente 
dall' obbiezione , aggiunge che la Lupa vista da Dionigio d'A- 
licarnasso può essere stata colta non meno dalla folgore, o può 
aver sofferto qualche altro danno analogo. 

Esaminiamo la cosa per rapporto a ciò cho dice Cicerone. 
Quest'Oratore, in due luoghi, pare che iudichi particolarmente 
Romolo e Remo, ed in ispecie il primo, che i suoi uditori 
ben sapevano essere stalo in Campidoglio, e colpito dal ful- 
mine. Ne' suoi versi , dice che i gemelli e la lupa caddero al 
tempo istesso , e che questa altro non n ebbe che le traccie 
sulle zampe. Cicerone non dice che la Lupa fosse consumata ; 
e Dione rilerisce soltanto ch'ella cadde, senza dire pur una 
parola, come l'Abate pretende, ne della gagliardi del colpo, 
nè della solidità eh' ella s' avesse alla base. In conseguenza 
tutta la forza dell' argomento dell'Abate, riponsi nel solo tempo 

ha fatto un errore massiccio nella nota, dicendo che la lupa di Cicerone 
non era punto sul Campidoglio, e ch'ebbe torto Dione ad asserirlo. 
(*) ,, lutesi dire , che l' Krcole «li bronzo che oggi si trova nella sala 
del Campidoglio, fu trovato nel Foro Romaiio oppresso l'arco di Setti- 
„ mio , e vi tu trovata anche la Lupa di bronzo che allatta Romolo e 
„ Remo, e sta nella Loggia de' Couservatori. „ l'Um. Vacca Memorie, 
riunì. IH. pag. I, ap. Muuttaucon. Diar. lui. Turno I, 



385 — 



preterito; ed esso pure è in parte distrutto se si consideri , 
che la frase prova semplicemente , la statua più non trovarsi 
in allora al suo primo posto. Winkclraann osservò gli attuali 
gemelli essere lavoro moderno, ed è non meno evidente rio* 
venirsi alcune traccio- di doratura nella Lupa, sicché può cre- 
dersi eh* ella facesse parte veramente dell' antico gruppo. Si 
sa d' altronde che gì' idoli del Campidoglio non veuìvano di- 
strutti allora quando erano guasti pel tempo , o per quale! ic 
accidente, ma bensì deposti nei sotterranei detti Favissae (*). 
Può darsi die la Lupa venisse posta colà, trasferita indi all'a- 
perto, dappoiché Vespasiano ebbe rifabbricato il Campidoglio. 
Ricchio, senza citare le sue autorità, dice che fu trasportata 
dal ComUium alla Basilica di Laterano, c di là in Campido- 
glio. Se ella fu trovata presso all' Arco di Severo, può anche 
essere stata compresa fra quelle statue che Orosio dice essere 
State atterrate dal fulmine nel Foro, quando Alarico s'impa- 
dronì di Roma (**), L'Opera slessa prova clic questa Lupa è di 
somma antichità; ed ecco perchè Winkelmann supponesse csserr 
quella di Dionisio d' Alicarnasso. Ad ogni modo la Lupa del 
Campidoglio può essere stata di una data antica tanto quanto 
il tempio di Romolo. Lattanzio (***) afferma che a' tempi suoi, 
i Romani adoravano una Lupa ; ne si ignora che i Lupercali 

(') Lnc. Faun. de Antiq. Urb. Rom. L. 2, cap. 7. ap. Salleogre, toni, r, 
pag. 24 7. 

(*') Vedi la Nota per la Stanza 80 nelle Hi storica I Illustrai ions. 

("*) „ Romuli nutrì x Lupa honoribus est atfecta divinis , et Terreni, ti 
,, animai ipsum fuisset , cujus figurami gerit. ,, Lactant. de falsa relig. 
L. i y cap. 20, pag. 401 , edit. varior. 4660, cioè a dire che adorerebbe 
anzi una Inpa che una meretrice. Osserva il suo Commentatore che V 
opinion.- di Livio riguardo Laurenzin rappresentata sotto la forma d'una 
Lupa non e generalmente accettata : cosi pure la pensava Strabone. Ricchio 
ha torto diceudo che Lattanzio riferisce , la Lupa essere stata nel Cam- 
pidoglio. 

25 



580 - 



esisterono gran tempo dopo (*) die tutti gli altri riti dell' an- 
tica superstizione erano affatto andati in disuso: ciò che può 
valerci a «piegare in die modo abbia potuto giungere fino a noi, 
venendo onorata più a lungo d'ogni altro Idolo del paganesimo. 

Tuttavia mi si permetta tit osservare che la Lupa era il sim- 
bolo di Roma, e che l'adorazione di questo simbolo è un' in- 
duzione tratta per troppo zelo da Lattanzio. 

Ed allori eziandio che il culto del fondatore di Roma venne 
a mancare , si giudicò a proposito di secondare le abitudini 
delle buone matrone de questo Città inviandole co' loro bam- 
bini infermi alla Chiesa di S. Teodoro, come in altra età al 
tempio di Romolo (**), 

L uso dora tuttavia : e il luogo della Chiesa suddetta pare sia 
ciato identificato con quello del tempio, in guisa che se la Lupa 
vi fosse stala rinvenuta , come dice Winkelmann , non rimarrebbe 
alcun dubbio die fosse quella di Dionigi d' Alicarnasso (**»). 

Ma Fauno, dicendo ch'ella stava presso del Fictts Ruminate 
verso il Comùuim non accenna che 1' antica posizione quale 

(*) Fino ali" anno 496 di G. C. „ Quia credere possi t „ dice Duroni o 
( Arni. Ecciti. Timi». y*II, pog. 602, in «un. vigniate adhuc Rara* ad 
Gelasti tempora, qur fuere ante eaordia urbi» aliata in Italiano Luperealia?,, 
Gelasio aeriate una lettera di quattro pagine in foglio al Senatore Andro- 
maco, e ad altri per mostrar loro doversi rinunciare a queste cerimonie. 

(**) „ In essa gli antichi Pontefici per toglier la memoria de' giuochi 
,, Lupercali istituiti in onore di Remolo, introdussero 1' oso di portar* i 
,, ì bambini oppresai da inferni tà occulte, acciù si liberino per 1' inter- 
», cessione di questo Santo , come di continuo ai eeperimeuta. „ Rione , 
DI, Ripa, ac curata e «uccinta detenzione ce. di Roma moderna dell' Ab. 
Ridolf. Venuti. 4766. 

(•♦») Nardi ni, L. i, eap. IT. convince Pomponio Leto emisi errori*, 
avendo questi mesto il lieo (luminal e u«Ua Chte«a di S. Teodoro; ma rame 
Livio dice che la Lupa ero preeao «1 Oca Ruminale , e che Dionigi* d' 
Alicarnasso la co H oca nel «empio di Krm->t<>, perciò è costretto (eap. 4 ) 
a confessare che i dna moti a menti erano I' uno accosto all' altro , e che 
V autro Lupercale era all' ombra , per dir così , dello stesso lieo. 



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4 



- 3»7 - 

ce l'I» trasmessa Plinio; ed ami, «love avesse osservalo in qual 
patte era stata trovala, non avrebbe parlalo della Qiiesa di & 
Teodoro, ma sibbene di una piazza diversa diversissima, dove 
in allora v'era opinione che fodero siati ed il ficus Runùnalis 
ed il Gomitami , vale a dire quella 4dU ire Colonne 
nanza della Chieda di Sonia Maria Liberatrice , all'estremila 
del Palatino, dalla parte del forum. 

in verità non possoa {arsi che mere coagUiexture nella qui- 
stionc che tende a conoscere dove si trovasse questa Lupa (*), 
e forse, dopo tutto quanto fu detto, le tracci* della doratura, 
e quelle del fulmine sono per coloro che si attengono alla Lupa 
di Cicerone un argomento migliore assai di quanti furono ac- 
cennati per P opinione contraria. Sia come si voglia, questa 
Lupa viene a ragione citata nel testo del Poema come uno 
degli amichi monumenti i più imitanti della Otta di Ro- 
ma (**), e non v'ha dubbio che se non dell' istessa Lupa, di 
una di lei effigie almeno parji Virgilio ne' suoi bej versi: 

„ Geminos huic ubera circum 
Ludere pendentes pueros et lambcre matrem 
Impavidos: illam tereti cervice reflexam 
Mulcere altcrnos, et corpora fingere lingua. „ (***) 

(*) „ Ad Comitium ficns olim Ruminali» germinabac , sub qud hip* 

romani, hoc est, mani ma n , docente Varroue , su x tra ut olim Roiuubu 
,, et Remas; nou procul a tempio hodié D. Maria? Libera tricis appellato 
ri ubi fortan inventa nobili» i i la aenca «tatua hip* geminos puerulo» 
„ tactantis , quam hodié in Capitolili videmus. „ Olai Borrichi , Antiqua 
Urbi» Romana* facies, cap. IO; Vedi pure cap. 12. Barrichio scrisse dopo 
PL.rdiui nel 1687. Ap. Graev. Antiq. Rom. Tom. IV. pag. 1522. 

(*•) Donato L. XI , cap. 18 parla di una medaglia rappresentante , da 
una parte la Lupa ncUa «tessa posizione di quella del Campidoglio , e 
dall'altra la stessa Lupa che perù nou lui la teste vòlta all' indietro. Que- 
sta medaglia si riferisce al tempo di Antonino rio. 

(**•) /Eueid. Vili, V. 634. il Dottor Middletou nella sua lettera di Roma 
è partigiano della Lupa di Cioeroue seuza però aver esaminata Ja quistione. 



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4 



-1 388 -i 

N. 45. - V'è luogo ad ottener fama di grandi uomini rimanendo 
ben anco inferiori d' assai a Giulio Cesare , che giusta il parer 
di Bacone fu il carattere il più perfetto dell' antichità. La na- 
tura pare inetta a riunire in un solo tutti i talenti straordinarj 
che costituiscono la sua immensa attitudine ad ogni cosa a tal 
segno, cl»e fe' stupire gli stessi Romani. 11 primo fra i Capi- 
tani il solo uomo di Stato la cui politica abbia trionfato — 
nella eloquenza a nessuno minore — pari a qualsivoglia nel- 
V esercizio della saggezza, in quel secolo che vide i più grandi 
Capitani, Uomini di Stato, Oratori, e Filosofi che esistessero 
giammai; — Autore che scrisse nel suo carro da viaggio un per- 
fetto modello degli Annali militari — ora disputando con Ca- 
tone, ora scrivendo un Trattato sui Bisticci, ed ordinando 

una Collezione di arguzie — combattendo ed amoreggiando al 
tempo istesso (*) e sul punto di abbandonare V Impero, e l'Amica 
per recarsi ad esplorare le Sorgenti del Nilo; — e tale parve 
Giidio Cesare a' contemporanei , ed agli uomini delle successive 



(•) Nel tuo decimo Libro Lucano lo descrive, tinto ancora del «angue di 

di 



,, Sanguine Thessalicas dadi» perfiunt adulter 
„ AdtnUit Venerem curi» , et miscuit arroit. „ 

Dopo aver cenato colla 8ua Amica , passa tutta la notte conversando coi 
Saggi d' Egitto , e dice ad Atoreo : 

„ Spes sit mini certa videndi 

Niliacos fontcs, bellum civile relinqnam. ,, 
„ Sic velut in tuta «emiri pace trahebant 
Noeti» iter medium. „ 

Tosto dopo combatte di nuovo, e difende tutti i posti: 

„ Sed adest defensor ubiqne 
Cattar, et hos aditus gladiis, hos ignibu» arcet. „ 

,, Cacci nocte carini» 

Insiluit Caesar iemper feliciter u«us 
Prarcipiti 1 wrsn bcllorum et tempore rapto, 



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— 380 — 

età, 'che furono più propensi a depiotare, clic a maledire □ 
suo genio fatale. 

N. 46. — „ Omiio s pene veteres, qui nihil cognosci , 

„ nihil perei pi , nihil sciti posse dixerunt: angusto* sensus 
% irabecilles animos , brevia curi ic ala vita? ; in profuudo veri- 
„ tatrin demersam, opinionibus et inslitutis omnia teneri: nihil 
„ ventati relinqui : deinceps omnia tenebri* circumfusa esse di- 

xerunt (*). „ Mille ottocento anni si volsero dacché Cicerone 
scrisse ciò, nè ancora un solo di tali difetti scemò; e le que- 
rele degli antichi Filosofi possono (senza che ad altri appaja 
ingiusta cosa ed affettata) trascriversi in un odierno poema. 

rV. 47. — Àlludesi alla Tomba di Cecilia Metella, detta . 
Capo di Bove lungo la via Appia (V. Hislorical JUustrations). 

N. 48. — U Monte Palatino è un ammasso di rovine , in 
ispecie dalla parte del gran Circo. Lo smesso suolo è formalo 
di mattoni ridutti in polvere (V. I listar. Illustrai, pag. 206) 

N. 49. — L' Autore della Vita di Cicerone , parlando della 
opinione di quest'Oratore, e dei Romani contemporanei verso 
i Britanni, dice: „ Questi motteggi sulla barbarie e sulla mi- 
,, seria della nostra Isola, ci fanno riflettere sul meraviglioso 
„ destino, [e sulle rivoluzioni degli Stati; dacché Roma, si- 
„ gnora un tempo del mondo, sede delle arti, del potere, e 
„ della gloria, giace oggi immersa nell'ozio, nella ignoranza, 

„ e nella povertà inunto che questa lontana 

„ regione, soggetto un tempo di risa e di spregio alla classe 
„ illuminata de' Romani, s'è fatta 1' asilo felice della libertà, 
„ dell' opulenza , delle lettere ; fiorente in tutte le arti ed in 
„ qualsivoglia coltura della civilizzazione; e forse intanto ella 
„ percorre quella carriera che già Roma ha percorsa , e da una 
„ industria virtuosa fa grado alla ricchezza, dalla ricchezza al 
„ lusso, dal lusso all' intolleranza della disciplina, ed alla cor. 



<•) Acad. I, H. 



— - 500 — 

■ 

v razione de' costumi, fintanto die per una degenerazione in- 
„ tera, e per la perdita di ogni virtù, tratta all' istante della 
„ ma distrazione, preda divenga di qualche audace oppressore, 
„ e in un colla perdita della liberta , perdendo quanto ella ha 
„ di pregevole, ripiombi a poco a poco nella primitiva bar- 
„ barie (*), „ 

N. 50. — La Colonna di Trajano ha nella sommità San 
Pietro; quella d' Aurelio San Paolo (V. Hìslor. Jlustrat.), 

jy. 51. — Il nome di Trajano passò in proverbio a signifi- 
cale il migliore degl' Imperatori Romani (**) : non so se fosse 
più facile il trovare un Sovrano che avesse riuniti m se tutti 
. i vizj opposti alle buone q**lhà attribuite a questo Principe, 
che il trovarne uno adomo di tutte le sue virtù. „ Allorquando 
„ sali il trono, dice lo Storico Dione (***), era robusto del 
„ corpo, vigoroso dello spirito; la vecchiezza non aveva aifie- 
„ volito verona delle sue facoltà; scevro in tutto da invidia, 
„ e da maldicenza: onorava le persone dabbene, o le promuo- 
j, veva ; la virtù no» gP inspirava timore nè sdegno ; non por- 
„ geva orecchio alle dicerie dei delatori, non era iroso; aste- 
„ ncndosi del pari e dalle ingiuste esazioni, e dalle punizioni 
„ arbitrarie , ambiva più assai d* essere amato come uomo, die 
„ onoralo come Principe; affabile verso il popolo, rispettoso 

H The Alstory óf tne Ltfe of M. Tulliu* Cicero, Seaa. VI, Voi. II, 
pag. <02. On fatto recente fece conoscere quanto aia vero lo sconvolgi- 
mento qui accennato. Va individuo venendo carcerato a Parigi , si cerco 
ogni mexzo oude ottenerne la liberazione. Ma il Ministro Francese prose- 
guì a detenerlo, sotto pretesto che quello non era già un Inglese, ma so- 
lamenti? un Romano. Vedi Iutcresting faets rei at in g to Joachim Mufat , 
pag. i3 9 . 

(••) Hujus tantum memori» delatum est, ut, usque ad nostrani «latcm 

non ali ter in Senati! priucipibus acclamatur nisi Felicior Augutto, mclior 
Trajano. Eutrop. Brtrv. Hbt. Rom. Lib. Vili, C. 5. 

(••*) Histor. Romau. Lib. LZVIU, rap. 6 e 7, Tom. 2, pag. 1123,24, 
edit. Hainb. 1750. 



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„ verso il Senato, venerato da quello e da questo ad un tempo: 
„ terrìbile solo al nemico della patria. „ 

N. 51. — 11 nome e le imprese di Ritnzi debbono esser fa- 
migliari al lettore di Gibbon. Alcune notizie ed alcuni mano- 
scritti inediti relativi a questo infelice Eroe si troveranno «elle 
lUustrations of the Fourth Canto. 

N. 55. — La stimabile autorità di Flaminio Vacca ci indur- 
rebbe a credere alle tradiuoni sulla grotta di Egeria (*). Assi- 
cura egli d' aver visto sul pavimento nn* Iscrizione comprovante 
essere queUa la grotta d' Egeria dedicala alle Ninfe. L' Iscri- 
zione più non esiste ; ma Monifaucon cita due versi d' Ovidio (**) 
incisi sopra una pietra nella villa Giustiniani che pare si rife- 
riscano a questa grotta medesima. 

La grotta e la valle erano un tempo frequentate in estate , 
ed in ispecie la prima domenica di Maggio , dai Romani de' no- 
stri tempi, che attribuivano una salutare proprietà a quelle acque 
che zampillando da un orifizio posto in fondo della vòlta , c 
diffondendosi fuor da piccoli stagni, vanno serpeggianti fra l'er- 
be, ad aggiungersi al ruscello situato nella valle. Questo è il 
ruscello che Ovidio soleva chiamar.- Almo y ma le sue qualità 
non die il nome vanno perdute nella moderna denomiuazione 

• 

f ) Poco lontano dal detto luogo il ice ode ad un casaletto, del quale 
ne tono padroni li Catare Ili , che con questo nome è chiamato il luogo, 
vi è una fontana «otto una gran volta antica, che al presente si gode , e 
li Romani vi vanno l estate a ricrearti ; net pavimento di essa fonte si 
legge in un epitaffio essere quella la fonte di Egeria, dedicata alle ninfe 
« questa, dice l'epitaffio, essere la medesima fonte in cui fu convertita. „ 
Memorie ec. ap. Nardini, pag. 13. L' epitaffio non ce lo fa conoscere. 

(**) ,, In villa Justiniana extat ingens lapis quadratus solidus in quo 
•culpta hatc dno Ovidii carmina suoi: 

/Egeria est qua; prabet aquas, dea grata Camoenis ; 
Illa Num* conjux consiliumque folti 
Qui lapis videtur ex eodem -Egerie fonte , aut ejus vicinia isthuc com- 
portatus. „ Diar. Ital. pag. 153. 



«. 392 — 

di Aquataccio. La slcssa valle appellasi Falle di Caffardli dal 
nome dei Duchi CaiTarelli che cessero la tonte ai Pallavicini 
con sessanta rubbia di terre adjaccnti. 

Non v' è luogo a dubitare clic questa lunga vallea non sia 
quella cui Giovenale dà nome d'Egeria, ed il luogo dove Om- 
brizio veniva a meditare, quantunque la maggior parte dei 
Commentatori abbia supposto che il Poeta Satirico c il di lui 
Amico scendessero nel boschetto di Aricia, dove la Ninfa s'in- 
contrò in Ippolito, e doV ella era specialmente venerata. 

11 cammino dalla Porta Capena , alla collina d' Alba ( 15 
miglia circa ) sarebbe troppo considerevole , a meno che non 
si volesse prestar fede alla singolare co ngl actinia di Vossio 
che trasferisce questa Porta dal suo sito attuale, dove assicura 
eh* ella era al tempo del governo dei Re , sino al boschetto 
d' Aricia, e poi la ripone ali* antico posto, secondo che i li- 
miti della Città si ristringevano (*). 11 tufo, o pietra pomice 
che il Poeta preferisce al marmo è la sostanza di che componsi 
il suolo nel quale è scavata la grotta. 

Le Topografie moderne (**) ripongono nella grotta la statua 
della Ninfa, e nove nicchie per le Muse, ed un Viaggiatore 
de' nostri tempi (***) ha scoperto che la grotta era stata con- 
dotta a quel grado di semplicità che il Poeta avrebbe deside- 
rato di sostituire ad ornamenti di cattivo gusto. Ma la statua, 
priva del capo è piuttosto un individuo maschio che una Ninfa, 
e non lascia scorgere alcuno di quegli attributi che le si as- 
segnano. Le nove Muse non so come potessero collocarsi in 
sei nicch) , e Giovenale certamente non allude ad alcuna grotta 

(*) De Magnit. Veter. Rom. ap. Graev. Antiq. Roman. T. IV, pag. 4507. 

(•*) Echinard. Deacrisìone di Roma, e dell'agro Romano corretto dall' 
Abate Venuti, in Roma <7à0. Essi credono alla grotta ed alla Ninfa: 
,, simulacro di questo fonte, essendovi scnlpite le acque a piè di esso „ 

(•••) CJassical Tour, cap. 6. pag. 217, voi. 2. 



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I 



— < 393 — 

particolare (*). Non può ricavarsi alcuna indù/ione dalle parole 
del Poeta Satirico fuorché .piota : che siavi stalo in vicinanza 
della Porla Camena un luogo ove si suppone che Nuraa abbia 
avute le sue conferenze notturne colla Ninfa, ed in esso luogo 
un bosco ed una fontana sacra , e delle Cappelle destinate un 
tempo ai simulacri delle Muse: e che di Ih si scendesse alla 
valle d' Egeria che conteneva alcune grotte artificiali. È chiaro 
clic le statue non dovessero far parte degli ornamenti , che il 
Poeta Satirico trova fuor di luogo in quelle grotte : dacché egli 
assegna in termini precisi altre Cappelle (deltiòra) a queste 
divinità al di sopra della valle, e ci dice inoltre ch'elleno sono 
state atterrate per far posto ai Giudei. In realta , il piccolo 
tempio oggidì chiamalo di Bacco , aveva , giusta 1' opinione co- 
mune , appartenuto alle Muse, e Nardini (**) le pone in un 
boschetto di pioppi situato a' suoi tempi nella parie superiore 
della valle. 

È probabile, in seguilo dell'Iscrizione, e della situazione, 
che la grotta che mostrasi oggi possa essere una delle speluricua 
dissirniles veris delle quali trovasi tuttora qualche traccia, più 
in alto, adir vero, sotto una macchia di ontani; ma una 
grotta unica d'Egeria, è una mera invenzione moderna, fon- 
data sull' applicazione dell' epiteto Egeria a queste Ninfe in 

(') Substittt ad veteres uni, madidamque Capenam , 
Ilic ubi nocturnae Piuma consti tuebat amica;; 
Nunc sacri tonti» nemiu , et delubra locantur 
Judaris quorum cophinum icrnumque ttupellex. 
Omnia cri ini populo m e ree de m pendere ju&sa est 
Arbor, et ejeetis mendicat sylva Catnoenis. 
In valli-m /Egeria? desoendimus , et speluncas 
Dissirniles veris: quanto prasstantius esset 
Numeri .ì.jir.v, viridi si margine clauderet undas 
il erba, aec ìngenuum violare ni mar mora tophum. 

( Sat. I1L ) 

(") Lib. IH, cap. 3. 



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— 394 — 

generale, epiteto che potrebbe mandarci in cerca de' boschetti 
di Numa in sulle rive del Tamigi. 

11 nostro Giovenale Inglese non Lisci ossi trarre in inganno 
da Pope: tu esso conservasi scrupolosamente il numero del più: 

„ Thence slowly winding down the walc we view 
The Egerian grotsl oh how unlike the true! „ 

(Di là, a lento passo, scendendo nella valle, vedremo le 
grotte di Egeria: oh! quanto poco elle somigliano alla vera!) 

La valle è piena di sorgenti (*) ; ed Egeria presiedeva a 
queste sorgenti, che le Muse poteano scorgere da' lor boschi 
propinqui: le provvedeva di acque, ed era la ninfa delle 
grotte traverso le quali scorreano le sue fontane. 

Tutti i monumenti nelle vicinanze della valle d' Egeria si 
ebbero de* nomi arbitrar), che arbitrariamente tramutarono in 
altri. Venuti, confessa (**) non aver potuto rinvenire traccia 
veruna de' templi di Giove, di Saturno, di Giunone, di Ve- 
nere, e di Diana, die Nardini trovò, o credette trovare. Il 
M ut at orami del Circo di Caracalla , il Tempio dell' Onore , e 
della Virtù, quello di Bacco, e più che tutti il tempio del 
Dio Rediculus sono la disperazione degli Archeologi. 

U Circo di Caracalla si rileva da una medaglia di questo 
Imperatore citato da Fulvio Orsino, il cui rovescio porta effi- 
giato un Circo che da alcuni però dicesi essere il circus ma- 
jcùfuts. Questa medaglia da un' idea assai favorevole di questo 
luogo di esereizj. Il suolo non n'era che poco alto, se puossi 
giudicarne dalla breve cellelta posta all' estremità della Spina, 
celletta che è -probabilmente la cappella del Dio Consus. Essa 
è coperta per metà dal suolo, come deve essere stala nel 
Circo medesimo : perocché Dionigi d'Alicarnasso (***) non poteva 

f») „ Undiqtie e solo a<ja* acatitriirot. „ Kardini L. Ili, eap. 3. 
(•») Echìoanf, ec. Ci*, ci», P ag. 297-98. 
(•••> Aatiq. Roman. L. II, cap. 31. 



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persuadersi che questa divinila fosse ri Nettuno Romano, sulla 
considerazione che il suo altare era posto sotterra. 

N. 54. — „ Ad ogni evento, dice V Autore delle Quistioni 
„ accademiche, io credo che la filosofia, qualunque sia per 
,, essere il destino delle mie proprie speculazioni, riavrà la 
„ stima dovutale. Lo spirito libero e filosofico della nostra 
„ nazione fu soggetto di ammirazione per tutto il mondo. 
„ L' onoratezza e Y orgoglio dcgl' Inglesi , furono la luminosa 
„ sorgente d' ogni lor gloria. Dimenticheremo noi forse i sen- 
„ limcnti forti e gravi de' nostri padri, per garrire nella fa- 
„ velia della madre, o della nudrice sui vieti pregiudizj ? Non 
„ cosi si protegge la causa della verità ; uè cosi 1' ebbero gli 
„ Avi sostenuta nelle più belle epoche della nostra Storia. Può 
„ ben esso il pregiudizio porsi in guardia di un' esterua rócca 
„ per breve spazio di tempo, mentre la ragione sonnecchia 
„ nella cittadella ; ma appena la ragione cade in letargo, esso 
„ farà all'istante sventolare le bandiere sue proprie. La filo- 
„ sofia, la saggezza, e la liberili si reggono scambievolmente; 
„ chi non vuol ragionare è un ipocrita; dà non può un i- 
I, ti io la. „ 

(Prefazione pag. 14, 15, Voi. 1, 1805) 

N. 55. — . Leggesi in Svetonio che Augusto, seguendo un 
avvertimento ricevuto in sogno, ìndossavasi una volta ogni anno 
gli abiti di un accattone, e sedutosi avanti la soglia del suo 
palazzo, porgeva ia mano in atto di chiedere elemosina (*). 

(*) Sreton. in Vit. Augusti, cap. 91. Casaubon, nella sua nota a questo 
passo ci dice di cercare nelle vite di Camillo, e di P. Emilio di Plutarco, 
non che ne" cuoi Apotegmi il carattere dì questa Deità. La mano sport* 
a modo di tazza riputarasi rome l'ultimo grado di umiliazione; e quando 
il cadavere del Prefetto Rufino condotto in trionfo dal popolo , mostrossi 
rolla mano in quella posizione , una tal vista crebbe al Sommo I' indi- 
gnazione. 



A 



Una statua esistente un tempo nella Villa Borghese, e che ora 
dev'essere a Parigi, rappresentava l'Imperatore in questo atto 
di mendicante. 

L'oggetto di questa umiliazione di sè medesimo era la spe- 
ranza di placar Nemesi, quella perpetua persecutrice delle u- 
mane venture, la cui potenza doveva essere ognor viva nella 
mente dei Romani conquistatori; al quale oggetto ne recavano 
alcuni simboli effigiati nel loro carro trionfale. Questi emblemi 
erano la sferza ed il crotalo che si trovarono nella Nemesi del 
Vaticano. L' atteggiamento di accattone ha fatto credere dap- 
prima essere nella statua suddetta raffigurato Belisario, e (Ino 
a che la critica di Winkelmann (*) non avesse rettificato l'er- 
rore , una nuova supposizione consegui uva sempre a quella che 
si abbandonava. E questa stessa temenza di veder cessare re- 
pentinamente la propria felicita facea dire ad Amasi re d' E- 
gitto in una lettera al suo amico Policratc di Samo, che gli 
Dei amavano coloro la cui vita era una vicenda di prosperità 
e di sventura. Supponevasi che Nemesi vegliasse precipuamente 
onde sorprendere 1* uomo prudente , vale a dire colui V accor- 
tezza del quale noi lasciava esposto che a' soli accidenti. La 
prima di lei ara elevossi sulle sponde dell' Esopo in Frigia , 
per opera di Adrasto; forse quel Principe di tal nome ch'ebbe 
ucciso per sconsideratezza il figlio di Creso. Di là la Diva 
prese il nome di Adrastea (**). 

La Nemesi Romana era sacra ed augusta: ebbe un tempio 
sul Palatino monte, ove adoravasi sotto il nome di Ramnu- 
sia (***). La facilita colla quale gli antichi inducevansi ad affi- 



(*) Storia delle Arti ec. L. XII , cap. 3 , tomo TI , pag. 42 2. Visconti 
chiamarla stallia una Cibele. Mu«eo P. dementino T. I, pag. 40. L'Abate 
Fra ( Spiegazione dei rami. Storia ec. tom. Ili, pag. 513 ) la dice Crisippo. 

(**) Dictionuaire de Kaylr: Art. Adra«tra. 

(**• Vien citato dal Regionary Victor. 



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397 — 



darsi agli avvenimenti, e ad aver credenza nella Dea della 
Fortuna fu cosi grande che sopra questo stesso monte Palatino 
cravi un altro tempio consecrato alla Fortuna del giorno (*). 
Questa è l' ultima superstizione che abbia conservata la sua 

in li lini /a sul cuore umano; e concentrando sopra un solo og- 
getto la credulità tanto naturale all'uomo, apparve ognor più 
polente sugli spiriti non ancora inceppati in altri articoli di 
fede. Gli Antiquarj hanno supposto clic questa Dea fosse la 
stessa che la Fortuna, e il Destino (**); ma ella veniva ado- 
rata sotto il nome di Nemesi come Dea della vendetta. 

iV. 56. — Sia che V ammirabile statua che ha suggerito la 
idea di questa, rappresentasse un gladiatore laquearius, come 
venne affermalo tenacemente da Winkelmann (***) sia che fosse 
un araldo Greco, come affcrmollo positivamente questo grande 
Antiquario (****) o debbasi prendere per uno Scudiero Spartano 

(') „ Fortuna hujusce diri. „ Cicerone ne parla, de Legib. L. 2. 

(*") DEAE NEMESI, 

SIVE MIHUSU , 
PISTOAIUS 
HUGIANUS 
V. C. LEGAT. 
LEO. ZIII. O. 
COBD. 



Vedi „ Questione* Romana? „ ec. ap. Graev. Antiq. Rom , tom. V. pag. 
94 2. Vedi pure Muratori, No». Thesaur. Inscript. Vet. tom. I, pag. 88,89, 
ove trovami tre Iscrizioni latine ed una greca a Ne mesi , ed altre al Destino. 

(*•') Dall'Abate Bracci „ Dissertazione sopra un clipeo votivo „ ec. pre- 
fazione, pag. 7, che fondasi sulla corda che è intorno al collo della statua, 
non già sul corno , del quale non pare che si servissero i gladiatori. 
Nota ( A ) Storia delle Arti, ec. Tom. 2, pag. 205. 

(••*•) O Polifonie, araldo di Lajo , acciso da Edipo , o Geprea araldo di 
Eurìsteo ucciso dagli Ateniesi nel mentre sforzava*! d' allontanare gli 
Erarlidi dall' altare della Misericordia , in onore del quale istituirono dei 
giuochi annui, continuati sino a' tempi d* Adriano: o Antemocrito, araldo 



giiisla la opinione del suo Editore Italiano (*) sembrerà sempre 
però una copia di quel Capolavoro di Ctesilao , rappresentante un 
uomo ferito a morie, e che mostrava al vivo quanto poco an- 
cor rimandagli di vita. <**). Montfauooa ( # ") e Maffei (****) 
credettero che fosse la medesima slama; ma 1' antica era in 
bronco, il Gladiatore trovarsi un tempo nella Viltà Ludo»iù 9 
e venne comperato da Clemente Xll, IJ braccio diritto fu in- 
tieramente rifatto da Michelangelo (•""). 

N. 67. — I Gladiatori erano di due specie ; forzati , — e 
volontarj. Venivano scelti da diverse classi ; ed erano o schiavi 
pagati a quest' oggetto , o colpevoli , o prigioni barbari presi 
in guerra, e che dopo aver servito al trionfo mettevansi a 
far parte de' giuochi pubblici, o carcerati e condannati come 
ribelli, od infine cittadini liberi; e questi ultimi, o combat- 
tenti per una mercede {auctorati) o per una prava ambizione. 
De' Cavalieri eziandio furono costretti a comparire nell'Arena ; 
oltraggio del quale il primo tiranno fu indubitatamente il primo 
inventore (**»***). Si videro non meno combattere nel Circo due 
nani, e perfino delle donne, atrocità vietata da Severo. I più 
meritevoli di compassione furono per certo gli Schiavi barbari ; ed 
uno Scrittore Cristiano (*******) dk precisamente a queste classe 

Ateniese , ucciso da' Megaresi che mai espiarono la loro empietà. Vedi 
Storia delle Arti ec. T. 2, pag. 203 e segg. L. 9, cap. 2. 
C) Storia delle arti ec. Tom. 2, pag, 207, aota 

(••; „ Vulneratomi uefieieotem foci* io ,quo posai* iotojliaj quantum re- 
Btftt «iDiiri^ . yj r i ih * r^&t . HjJit» i> . x a \ j v» £ -A^* * $*» 
(•••) Autiq. Tom. UI, parte 2, tav. <55. 
<••••) Baco. Sta». Ta*. 64. 
(**•**) Mas. Capitol. Tona. Ili, pag. <54, edit. 

(*•****) Giulio Cesa» che si alzò auHe rum* 4eh' Aristocrazia fò com- 
parire Furio Leptino t-'d A. Calcito noli' Ar nm. 

(••«»••») Tertulliano : „ Certe uvidem cf. inikocrtilo gladiatore* in In- 
dura veoiuut,, ut rokiptali* poldicae hosUx uaut. M J.iut. Lips. Saturo. 
Seri non. L. 2, Qao.» 3» 



- 399 — 

l'epiteto innocente per distinguerli dai Gladiatori di professione. 
Aureliano e Claudio dannarono a quei crudeli eseccizj un gran 
numero di queste sventurate vittime: l'uno dopo il suo trionfo, 
V altro sotto pretesto di ribellione (*). Veruna guerra , dice 
Giusto Lipsio (**), fu giammai cos'i fatale al genere umano quanto 
questi sanguinosi spettacoli. Ad onta delle Leggi di Costantino e 
dì Costanzo, eglino sopravvissero più di settant'anui alla vecchia 
Religione abolita; il coraggio di un Cristiano li soppresse per sem- 
pre. Nell'anno 404, ricorrendo le Calende di Gennajo, i Gladia- 
tori dovevano rappresentare i loro giuochi nell'Anfiteatro Flavio, 
alla presenza d'immenso popolo che secondo il solito vi accorreva. 
Almachio, o Telemaco, Monaco d'Oriente, venuto a Roma con 
questo santo proponimento, scagliossi al mezzo dell'Arena, e con 
quanta avea fona cercò di «eparare i combattenti. Il Pretore Ali- 
pio , personaggio appassionato assaissimo per questi giuochi f") 
diede all' istante ordine a* Gladiatori di uccidere quel Mouaco : 
Telemaco ottenne la palma del martirio , e il titolo di Santo , 
che prima di quell* azione e dappoi non fu meritato mai con 
più nobile impresa. Da quel giorno Onorio abou i combatti- 
menti de* Gladiatori , che non ebbero più luogo. La storia è 
raccontata da Teodoreto (****) e Cassiodoro (*****), e par degna 
di fede. Oltre a' torrenti di sangue che scorrevano a' funerali, 
negli Anfiteatri, al Circo, al Poro, e sulle altre piazze pubbliche, 
i Gladiatori anch' essi comparivano nelle feste e si trucidavano 
a vicenda innanzi alle tavole imbandite pe' festini a somma 

(•) Vopisctu, in Vit. Aurei, et io Vit. Claud. ibid. 

(") ,. Credo, imo «ciò, nnllnm bellum tanta m cladem, ▼utitiemqne 
generi huroano intnliaae, qnam hos ad roluptatena Indot. „ Jnst. Lips. 
ibid. L. I, cap. 12. 

('"*) Angustimi* (L. VI, Confeu. cap. 8.) „ Alrpium tao gladìatorii 
•pcctaculi inhiatu incredibiliter abreptum. „ Scribit. ibid. L. I, eap. 42. 

(•"•) Hit*, Eccle». cap. 26, Lib. V. 

( ) Ca*»iod. Tripartita. L. «0, cap. 14, Saturo, ibid. 



— 400 — 

soddisfazione de' plaudenti convitati. Ciò nondimeno Giusto Li pio 
si pciTOetle di supporre che U valore scemato, e V evidente 
degenerazione dcll'uman genere sieno stati la conseguenza imme- 
diata dell' abolizione di questi spettacoli cruenti (*). 

N. 58. — Allorché un Gladiatore feriva l'altro gridava: Ei 
r ha; hoc habet, ovvero luibet. 11 Combattente ferito lasciando 
cadere il suo pugnale, s'avanzava all' estremità dell'Arena, e 
supplicava agli Spettatori. S'egli aveva combattuto con maestrìa, 
il popolo lo salvava; altrimenti, o secondo che gli Spettatori 
erano disposti verso di lui , abbassavano i loro pollici, ed esso 
era trucidato. La barbarie giunse qualche volta a tale, che la 
calca susurrava se la lotta durava più lungamente del solito 
senza ferite, od uccisioni. La presenza dell' Imperatore salvava 
per lo più il vinto ; e si riferisce come esempio della ferocità 
di Caligola T aver egli rimandati ad esplorare il volere del 
popolo que' che venivano a chiedergli in grazia la vita in uno 
spettacolo a Nicomedia: o in altri termini, — 1' averli man- 
dali a morte. Una simile cerimonia osservasi ne' combattimenti 
de' Tori in Ispagua. 11 Magistrato presiede, e dopo eh' ebbero 
i Cavalieri e i Picadores combattuto contro al Toro, il Ma- 
tador si avanza, e domanda la permissione di ucciderlo. Se il 
Toro si è dimostrato valente collo sventrare due o tre cavalli, 
od un uomo (quest' ultimo caso è assai raro) il popolo manda 
alte grida , le dame agitano i loro moccichini , e 1' animale è 
salvo; le ferite e la morte de' cavalli sono accompagnate dalle 
più vive acclamazioni, e da infiniti segni di soddisfazione, pim- 

(•) „ Quod? Non tu, Lipsi, momento!» aliquod babuisse eeoses ad vir- 
tutem? Magnnm. Tempora nostra, nosque ipsoa videamus. Oppidntn ecce 
unum alterimi v.- captum, dire p tu m est; tumultus circa nos, non in nobis: 
et tamen concidimus et turbamur. Ubi robur, ubi tot per anno» meditata 
sapienti*» studia? Ubi ille animus qui possit dicere: Si fractus iUabalur 
orbùl „ ce. lbid. Uh. 2 , cap. 25. Questo è il prototipo del panegirico 
del combattimento del Toro fatto dal Signor VYiudham. 



cipalmente pei parte delle donne presenti, non eccettuate le 
più eleganti e nobili dame. 

Tutto dipende dalle abitudini ! L' Autore di Childe Harold, 
il Redattore di questa Nota, ed uno o due altri Inglesi clic 
aveano visti sicuramente più d' una volta dei preparativi di 
guerre , trovaronsi nell' eslate del 1809 nella Loggia del Go- 
vernatore , al grande Anfiteatro di Santa Maria di contro a 
Cadice. La morte di uno o due cavalli soddisfece pienamente 
alla loro curiosità. Un Gentiluomo presente, vedendoli fremere 
ed impallidire, osservò con i stupore le impressioni straordinarie 
che traevano da uno spettact.'o cosi delizioso per tante giovani 
dame clie osservavano sorridei do ed insistevano a plaudite ap- 
pena un cavallo cadente insane uinava l'Arena. Un Toro sventrò 
colle corna tre cavalli , e fu salvato con vivi trasporti di gioja. 

Un Inglese che può trovar piacere in veggendo due uomini 
fare alle pugna cosi violentemente da accopparsi, non può tol- 
lerare la vista di un cavallo a galoppo nell'Arena, lo mi bu- 
della si strascinano lungo il terreno, e torce lo sguardo dallu 
spettacolo e dagli Spettatot i inorridito , e nauseato. 

N. 59. — Svctonio c'insegna clic Giulio Cesare fu in modo 
particolare soddisfatto di quel Decreto del Senato in virtù del 
quale avrebbe potuto cingersi il capo di una corona d' alloro in 
ogni occasione: ambiva egli, non di mostrare sé essere il Con- 
quistatore del mondo, ma di nascondere la sua calvezza. Un 
estrauo a Roma avrebbe dovuto martellarsi ben bene il cervello 
prima d' indovinare questo motivo, e noi medesimi non avremmo 
potuto conoscerlo, se non ce n'avesse avvertito lo Storico. 

N. G0. — Trovasi questo nella Decadenza e Cadala dell'In»* 
pero Romano; e puossi vedere una Notizia sul Colosseo nello 
Histot ical lllustrations lo the Fourth Canto of Childe Harold. 

N. 61. — „ Benché spogliala di tutti i suoi rami e bronzi, 
„ dall'anello in fuori che era necessario per conservare l'aper- 
„ tura superiore ; benché sia stala soggetta a numerosi inceudj 

20 



„ ed anche talora ad inondazioni : benché sempre esposta alla 
„ pioggia , pure la Rotonda è il monumento dell' amichila che 
„ trovisi in migliore stato. Dal culto pagano ella passò con po- 
„ die variazioni all' aituale sua destinazione; ed i suoi nicchj 
„ erano cosi atri ad uso di altare Cristiano che Michelangelo, 
„ Jempre appassionato per le bellette dell' antichità, ne adot- 
„ tava le forme come modello per la sua Chiesa Cattolica. „ 

(Forsytirs Remarks, etc. on Italy, p. 157.) 

iV. 02. — Il Panteone venne trasformalo in una specie di 
museo per ricevere i busti dei moderni grandi Uomini, od al- 
meno quelli d' uomini distinti. I raggi di luce che passano a 
traverso della larga apertura circolare della Cupola , e che negli 
anticlù tempi riflettevano sul cerchio delle Divinità , splendono 
ora sopra un' unione di mortali uno o due de' quali sono stati 
per dir cosi deificati dalla venerazione de' loro concittadini. 

N. 65. — Questa Stanza, e le tre seguenti alludono alla 
Storia della Donzella Romana , ricordata al Viaggiatore dal 
luogo , o preteso luogo dell' avvenimento posto ora nella Chiesa 
di San Nicola ih carcere, he difficoltà che possono rendere 
improbabile questa narrazione si trovano accennate nelle Histo- 
rical Rlustrations ecc. 

N. 64. — H Castello di Sant'Angelo. V. le Ristoricai II- 
Imtralions. 

N. 65. — Questa Stanza, e le sei successive si riferiscono 
alla Chiesa di S. Pietro. Per la dimensione comparativa di 
questa Basilica colle altre grandi Chiese d'Europa V. Il Ta\>é 
de Saint-Pierre, ed il Oassical Tour fhrougk halj Voi. 2 , 
pag. 125 e segg. Cap. 4. 

N. 66. — Maria mori sul palco, Elisabetta morì d'ambascia, 
Carlo V mori eremita; Luigi XIV fallito d'oro e di gloria; 
Cronrwell di croccio: ed il piti grande di tutti — Napoleone 
— vive prigioniero. Potrebbesi aggiungere ai nomi di questi 



„ Diqitiz ed by GoOff 



Sovrani una lunga serie ma superflua di nomi illustri del pari 
ed infelici. 

N. 67. - 11 Villaggio di Nemi era vicino al ritiro Ariciano 
d'Egeria, ed a motivo degli alberi che circondavano ed om- 
breggiavano il tempio di Diana ha conservato sino al di d'oggi 
la sua primitiva denominazione di Boschetto. Nemi è appena 
lontano quanto uua passeggiata di sera a cavallo dall' albergo 
confort nòie d' Albano. 

N. 68. — Tutto il declivio della collina d'Alba è d' un 
bello incomparabile; e dal Convento posto nel luogo il più. 
alto, dov' era prima il tempio di Giove Lanario , l'occhio scopre 
tutti gli oggetti in questa Stanza descritti ; il Mediterraneo , 
tutu la scena dell' ultima metà dell' Eneide , la costa che 
si dilunga dalla foce del Tevere, al promontorio Circaeum, e4 
il Capo di Termina. 

Il rito della villa di Cicerone può supporsi essere stato a 
Grotta Ferrata, oppure al Tuscolo del Principe Luciano Bc- 



L' opinione generale, alcuni anni addietro inclinava pel primo 
luogo ( la Grotta Ferrata ) come può vedersi nella vita di Ci- 
cerone scritta da Middleton. Oggidì non v' ba che i Dominicali i 
che lo credano. Nove monaci di rito Greco abitano in quel 
luogo; e la villa contigua è il soggiorno io estate di un Car- 
dinale. L' altra villa detta Ri tffi nella giace al sommo della 
collina che domina Frascati, dove furono rinvenute assai pre- 
ziose reliquie di Tuscolo, oltre a settantadue siamo, e sette 
busti, di merito le une dalle altre diverso. Dalla stessa altura 
scopronsi i colli Sabini fra' quali k rinchiusa la lunga vaMe 
Rustica. Alcune circostanze ci portano a stabilire l' identità di 
questa valle coli' Ustica di Orazio; e par verisimile che il 
lastricato a mosaico scoperto da' villici, mentre facevano uno 
sfondato per la vigna , appartenesse a detta Villa. Rustica 
ha pronunzia breve, e non come l' enunciamo nell'espressione 



Usticae cubanti*. E ragionevole il credere clic andiamo errali 
pensando die gli abiianti di questa valle solitaria abbiano mu- 
talo il loro accento ncll' indicato vocabolo. L'addizione di una 
consonante premossa nulla vale : pure , sarebbe possibile che 
Rustica fosse voce moderna che i paesani avessero udita da 
qualche Antiquario, alterandone la pronunciazionc. 

La Villa, o per dir meglio , il Mosaico trovasi in una vigna 
posta sur una collina coperta di castagni. Un ruscello serpeggia 
nella vallea; e sebbene sia falso clic, come leggesi nelle Guide 
de' Viaggiatori , appellisi Licenza , ciò non ostante v' è un 
paeselto sopra una ròcca che ha questo nome, e di là può es- 
sergli derivata la denominazione di Digcnza. Licenza ha set- 
tecento abitanti. Poco lunge di la , sopra un altro giogo vedi 
Civitella che ne ha trecento. Alla sponda dell' Anio prima d'in- 
noltrarsi nella valle Rustica, a manca, ad un' ora circa dalla 
villa, giace un casale detto Vico Varo altra coincidenza favo- 
revole col Varia del Poeta. A capo alla valle, dalla parte 
dell' Anio cwi una collina scoperta, cui fa corona la piccola 
Bardela. Alle falde di questa collina discorre il ruscelletto di 
Licenza che si perde presso che tutto in un largo letto di 
sabbia prima di giungere all' Anio. Nulla v' c clic più valga 
in favore de' versi del Poeta, sia che si consideri il senso 
metaforico, od il proprio: 

„ Me quotics refìcit gelidus Digentia rivus, 

Qucm Mandela bibit, rugosus frigore pagus, „ (*) 

■ » . 

11 ruscello è limpido alla parte supcriore della valle, ma 
prima che arrivi al colle di Bardela appare verde e giallastro 
come un ruscello sulfureo. 

Rocca Giovanv e villaggio rovinato, giacente sulle colline 
alla distanza di niczz' ora dalla vigna ove scorgesi il lastricato 

CV Horv. Fiat., F.pUt. L. I. Ep. 17. 



in mosaico: pare esservi slato il tempio di Vacuna; ed una 
Iscrizione, rinvenuta fola, ci fa conoscere come questo tempio 
della Vittoria de' Sabini venisse restaurato da Vespasiano (*). 
Con queste indicazioni , ed una posizione che corrisponde esat- 
tamente a quanto il Poeta ci dice del suo ritiro , possiamo 
quasi con certezza riconoscere il luogo storico. 

11 colle che esser dovrebbe il Lucreiilc vien detto Campa- 
nile, e lungo il ruscelletto sino alla supposta Bandusia giun- 
gesi alle falde del più alto giogo Gennaro. È singolarissimo 
che il solo terreno che in tutta la valle sia atto alla cultura 
trovisi al sommo del poggio dove Bandusia ha la sorgente. 

„ ... Tu frigus amabile 

Fessis vomere tauris 

Praebes et pecori vago (**). n 

I coloni indicano un' altra sorgente, poco lunge dal lastri- 
cato a mosaico, da loro detta Oradina, che scorre fra le col- 
line, e s* aggiunge ad uno stagno o pescaja di molino, donde 
si scarica nella Digenza. Ma non possiamo sperare 

„ To trace the Muse» apwards to their spring. „ 

( di seguire le traccie delle Muse fino alla loro sorgente ) , 
per esplorare ogni sinuosità della valle romantica in cerca della 
fontana di Bandusia. È strano che alcuni abbiano potuto pen« 
sare che Bandusia fosse una sorgente della Vigenza. — Orazio 
nulla ha detto di ciò: e questa fonte immortale fu in sostanza 
riconosciuto essere proprietà de' possessori delle buone cose in 

(*) IMPERITO* CAESAR VESPASIANI?! 

PONTIFEX NAXIMUS TRIB. 
POTEST. CENSOK. AKDEM 
VICTOBUE. VETVSTATE IM.APS4K 
»l/A IMPENSA RFSTITVIT. 



(*») Hural. riac. Carni. !.. 3, Od. ij, 



- 40* — 

Italia — de' Monaci. EUa serviva alla Chiesa de' SS. Gervasia 
e Prousio, vicino a Venusia dov'era più verisimile rinve- 
nirla (*). Non saremo noi fortunati quanto un moderno viag- 
giatore trovando il pino occasionale (the occasionai pine) tut- 
tavia sospeso sopra la viJla poetica. Non ewi alcun pina 
in tutu quanta la valle; sonovi bensì due cipressi, da lui 
presi per avventura per l'albero accennato nell' Ode (**). 
]1 vero si è che il pino è oggi, come a' tempi di Vii - 
gii io. un albero di giardino, ne era in alcun modo verisimile 
di poterlo trovare nelle discoscese balze della valle rustica, 
Orazio ebbe probabilmente uno di questi pini nel giardino , 
al di sopra del suo podere, ed abbastanza vicino alla sua 
casetta perchè lo coprisse d' ombra , e non sulle balze che tro- 
vansi alquanto lunge di la. 11 Torrista (viaggiatore) poteva 
agevolmente credere d* aver visto il pino nella forma dei ci- 
pressi suddetti; e quanto agli aranci ed ai limoni che rendono 
amena Unto e soave la descrizione da esso fatta de' reali giar- 
dini di Napoli, debbono ayer minato di luogo, dacché in lor 
vece non vi scorgemmo che acacie, ed altri arboscelli comu- 
ni (***). 11 sommo sconforto provato da chi sceglie» a guida 
nell' Italia il Qassicml Tour dee attribuirsi all' inesattezza, delle 
osservazioni , che , lo dico senza tema d' errare , sarà confer- 
mata da chiunque abbiale riscontrate, percorrendo la medesima 
contrada. Quesi' Autore di fatto, fra quanti Scrittori hanno ot- 
tenuta fra noi una fama ìsUntanea , è forse il più inesatto , e 
quello che appaghi meno il lettore; ed è ben raro che si possa 
credere alla sua narrazione quantunque ci parli di oggetti che 
presuma d'aver visti. I suoi errori, dalla semplice esagerazione 

(•) Vedi !« Historical Illustrai, ons pag. 43. 

(") V. il Classical Tour a*, cap. 7, toI. 2; pag. 250. 

("**) Sotto le nostre 6 mi tre , e luogo I* riva del mare ot vi il reala 
n giardino, diviso in ajuole , i di cai viali sono ombreggiati da vaghi 
„ nlari di aranci „ Claiaical Tour, ec. cap. Il, toI. ì. pag- 365. 



- 407 - 

ùisiuo a' più grandi farfalloni sono cosi frequenti, da farci 
sospettare che non avesse visitati giammai i luoghi da esso 
descritti, e che si fosse appoggiato alle asserzioni de' prece- 
denti Scrittori. Cosicché U Classical Tour verrebbe allora ad 
essere una semplice compilazione delle prime notizie, insieme 
annodate per mezzo di qualche osservazione personale, e ri- 
dondante di quel belletto che è si agevole lo spacciare, ricor- 
rendo per sistema a tutti que' luoghi comuni di meraviglia • 
di plauso, i quali, perchè appunto convengono a tutto, signi* 
fìcano un bel nulla. 

Uno stile che a taluno appaja duro, intralciato ed intolle» 
rubile può andar a genio di parecchi altri individui ; leggano 
costoro il Classical Tour ed è certo che troveranno in esso 
qualche gradevole passatempo. Devesi però dire che dal peso, 
e dalla politura estimasi il valore delle cose: e fra le pene 
dei dannati una ve n' ha che consiste nel risalire uno scosceso 
pendio rotolando un masso enorme. 

11 Tornata avea la scelta delle parole, ma il suo sentire 
riducevasi al più angusto confine. L'amor della virtù, e della 
libertà, distintivo del carattere, adornano gli è vero le pagine 
di Eustace, e la finezza di spirito necessaria cotanto nelle pro- 
duzioni di un Autore è sensibilissima nel Classical Tour. Ma 
queste generose qualità sono sembianti a quelle foglie di tal 
dimensione, e tante in numero da imbarazzar la mano che 
desideri di cogliere il frutto. L' unzione dello Scrittore come 
ministro del culto, e le esortazioni morali, hanno forse resa 
quett' opera da più che non è un libro da viaggio. E que- 
st' applicazione si acconcia più particolarmente al comune me- 
todo d' insegnamento, che consiste sempre a mettere sempre in 
iscena un gallico ilota onde scatenarsi e tuonare contro la 

tutti gli eccessi della rivoluzione. V odio contro gli atei , e 
i regicidi in generale t e quello dimostrato in ispccie contro 



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- 40g - 

coloro clie sono Francesi, può essere onorevole ed utile come 
un ricordo; ma questo antidoto dovrebbe essere amministrato 
in qualsiasi altro libro fuorché in un Tour, o per lo meno 
dovrebbe starsi in disparte , e non mescersi coir insieme d'nv 
formazioni, e di riflessioni, come per diffondere l'amaro sopra 
ogni foglio; dacché, ov' é colui che si elegga d'avere a com- 
pagno del suo viaggio le antipatie di un uomo, sieno ben 
anco giuste? Un Torrista a meno che non ambisca per sé la 
gloria di Profeta, non é mallevadore al certo delle mutazioni 
che possano aver luogo nella regione che descrìve; ma il let- 
tore può a buon dritto reputar nulli i ritratti suoi tutti quanti 
e le digressioni politiche, se non valgano ad ajutare il viag- 
giatore, o se lo dilunghino dalle sue proprie ricerche. 

Non si pretende già di presentar qui un elogio, od un' ac- 
cusa di qualsiasi Governo, o Governatore in particolare; ma è 
fatto incontrastabile che il cangiamento operato, sia per la sa- 
gaci* dell' ultimo sistema dell' Imperiai Governo, sia per le 
inmiietudini prodotte da coloro che si succedettero nei Prin- 
cipati Italiani, fn Unto considerevole e reale, che non sola- 
mente le Filippiche Anligallicane di Eustace, sono un mero 
anacronismo, ma spargono ben anco qualche dubbiezza sulla 
competenza e buona fede dello stesso loro Autore. 

Se la voce cospiratricc delle critiche, e la loro rivalità non 
avessero data una grande importanza al Cfassical TottTj non 
avrei avuto bisogno di avvertire il Lettore che , quantunque un 
tal libro possa valergli ad adornare la sua Biblioteca, non gli 
gioverebbe gran fatto nel suo viaggio; e se il giudizio di queste 
critiche fosse rimasto sospeso fino al d'i d' oggi , non si sarebbe 
già pensato a manifestare una contraria sentenza. Comunque 
sia, potrà essere permesso agli uomini, che saranno un giorno 
la posterità di Eustace, di chiamare ad esame gli elogj dei 
contemporanei ; e forse che eglino saranno tanto più giusti verso 
«ii lui quanto più si dilungheranno le cagioni d' amore, o di 



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odio. Questo appello era sialo già fallo iti parie, avanti die 
queste osservazioni fossero scritte ; clic avendo uno de' più chiari 
Stampatori di Firenze, stabilita, dietro le replicate ricerche 
de' Viaggiatori dell' Italia meridionale, di ristampare a buon 
mercato il Classica! Tour, ne venne distolto da altri Viaggia- 
tori Inglesi clic allora appunto aveano fatto quel viaggio, sic- 
ché abbandonò V impresa , sebbene avesse già in pronto e carta, 
e caratteri, ed uno o due fogli fossero di già stampati. 

NOTA CHE SERVE DI SUPPLEMENTO. 

i 

t 

è 

Aggiungo al Catalogo degli Autori Greci moderni dato da 
Byron alla fine delle Note al secondo Canto, i nomi dei se- 
guenti Autori , ricavati in parte dall' Opera di /uso Nérouios 
snll' attuale Letteratura Greca , e l' indicazione delle loro Opere 
principali. L' interesse che eccitò sempre la causa della Grecia 
fa sperare che abbia ad essere ben accolta questa Nota posta 
a modo di Supplemento. 1 

• • • .1 

Daniele Filippide, nativo di Mclea , Borgo alle falde del 

Pel icone. Pubblicò nel 1816 una Storia di lla Romania 

e de' Popoli di Valacchia , Moldavia , e Bessarabia. Tra- 

dussc in Greco moderno la Logica di Condillac la Storia 

di Giustino, la Fisica di Brisson, la Chimica di Four- 

croy e V Astronomia di Lalande. 

Atanasio Psalida, di Giannina (menzionato da Byron) di- 
scepolo di Kant, scrisse l'Opera intitolata: Fondamenti 
della Religione e della Morale giusta il tittema di Kant* 



Stefano DuNkas , Professore di Filosofia nel Collegio di Cou- 
routzcsmc sul Bosforo di Traccia , allievo delle Universilà 
di Halle e di Goètlinguen, Autore di un Corso di Male- 
maliche e di Fisica, non che d' un Trattato di Estetica 
e di Morale. 

11 Principe Nicolo' Caradza pubblicò in Greco moderno il Sag- 
gio sui Costumi e lo Spirito delle Nazioni; la Storia 
del Secolo di Luigi XIV, di Voltaire ; e la Storia della 
Congiura degli Spatrinoli contro Venezia. 

Eugenio Bulgaris di Corfù, scrisse una Logica, ed una Fisica 
che stampò in Allcmagna. Pubblicò eziandio dei Tratte- 
nimenti Teologici sul Pentateuco, Mosca 1802: Pensieri 
dei Filosofi, Vienna 1805; tradusse finalmente le Con- 
fessioni di S. Agostino. 

Niceforo TMotoky, di Corlu, stampò una Difesa del Nuovo 
Testamento contro Voltaire — Vienna 1794; dei Com- 
mentari sul Pentateuco , sul Libro De' Re, e su quello 
di Giobbe, e degli Elementi di Filosofia naturale o Fir- 
sica sperimentale. Lipsia 1706. 

11 Celebre Riga nativo di Velcstino in Tessaglia compose ol- 
tre i suoi Inni o Canzoni stampate secretamente a Jassy 
nel 1814, una Fisica popolare stampata a Vienna. 

• ■ 

NeOFITO Doukas , d' Epiro , pubblicò una traduzione in Greco 
moderno della Storia di Tucidide con note, ed ima carta 
Geografica , ristampata a Vienna col testo letterale a fronte. 
Compilò pure una Grammatica del Greco antico , e di- 
cesi che ora volga Omero in versi Greci moderni. 

Michele Chrestary di Giannina, tradusse in Greco moderno 
1* Economia Politica di Saj- , ed alcune Tragedie Fran- 
cesi ed Italiane. 



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Constai tu* volse in Greco moderno la Storia generale Jdi A. 
MUloty ma non se ne pubblicarono che due volumi in 

Venezia. , 

Dionysaki scrisse la Storia della Valacchia. 

Perrévos compose una Storia di Suli e di Porga contenente 
la Cronologia e le Guerre eroiche de' Suliotti contro di 
Al» Bascià: fu stampata a Venezia nel 1815. 

Giorgio Cancellarmi tradusse in Greco moderno la Storia An- 
tica di Rollin. 

Giorgio Emanuele — La Grandezza e Decadenza de' Romani. 
Cavras — Gli Elementi di Eulero. 
Koum a s — La Storia della Filosofia di Tennemaru 
Spiridione Valetas — Le migliori Opere diG.G. Rousseau. 
Jacovaky Argyropoulo , — Lo Spirilo delle Leggi. 

FRA LE DONNE GRECHE CHE TRADUSSERO OPERE 
IN GRECO VOLGARE SONO RIMARCHEVOLI: 

I 

Cristina Soutzo — / Trattenimenti di Focione. 

La Principessa Ralod Argyropoulo: — La Storia della Grecia 
di Gillies. 

FRA i poeti: 

Zawbelinos di San Mauro è Autore di alcune Tragedie, una 
delle quali stampata a Vienna nel 1818 è intitolata: Tì- 

moleone. 

Nicolo' Piccolo ha pubblicato una Tragedia il cui soggetto 
è Demostene; non che un Poema drammatico in Ire Atti 
sulla Caduta di Missolwghi. 



412 — 



Giorgio Servio tradusse in versi alcune Tragedie Francesi, la 
Morte di Cesare, Mcrope ecc. 

Atanasio Christopoulo ha fatto stampare in Vienna nel 1811 
delle Poesie Anacreontiche rimate, che sono piene di gra- 
zia, e semplicità. 

Calvos di Zante diede in luce due piccole Raccolte di Odi, 
la prima a Ginevra, e la seconda a Parigi nel 1826 con 
una versione a fronte: nello slesso Volume trovasi eziandio 
una Scelta delle Poesie di Christopotdo , similmente colla 
versione. 

Salomos pubblicò un Ditirambo alla Libertà , tradotto da 
Stanislao Julien , che tradusse del pari in Francese le 
prime Odi di Calvos. 



FI IVI. 




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CATALOGO 



DK 



SIGNORI ASSOCIATI 



DISPOSTO PER ORDINE ALFABETICO 



Aprati Emiliano 
Arata Emanuele Giuseppe 
Arditzoni Francesco 
Bacigalupo Stefano S. Capo Uff. 

alla Segr. de* Sindaci 
Bagnasco Luigi 
Balbi Pioverà M. James 
Balbi M. Tommaso 
Baratta Giacomo 
Barelli A. G. Segr. del Con$. 

Inglese. 
Belvedere Conte .... 
Ut-i uni, Antonelli e C. Libraj 

a Livorno, per C. 4. 
Bianchi Cav. Rocco 
Birth M> 

Bixio Aw. Cesare Leopoldo 

Boccardo Aw. Bartolommeo 

Bontà Carlo, per C. 4 

Bontà Cav. Giuseppe Prof di 
Decretali alla R. Univ. 

Bosio Costantino 

Bossi Maggior Generale ecc. 

Borgatta Aw. Paolo 

Brignole Sale (S. E. il March. ) 
Antonio, Ministro di Stato , 
Ambasciai, di S. M. Sarda 
presso il Re de' Frane, ecc. 



1 ini, cu Cav. Raimondo , Col. 

Maggiore di Piazza. 
Bruzzo Cav. Lorenzo 
BuonfiglioRev. Antonio C. R. S 

Prof, di Belle Lettere. 
Cambiaso M.' G. B. fu Lui^i 
Cambiaso M. Gio. Maria 
Campi Filippo 
Canale Avv. Carlo 
Capurro Gio. Battista 
Carbone Giunio , per C. 4 
Carcnzi Galesj C. Emidio, R. 

Deleg. agli Studj. 
Careggio Giovanni Dirett. del* 

l* Insin. e Detn. 
Carrega Mar.** Ersilia , vedova 

De Franchi 
Carrega M. Francesco 
Carrega M. Frane. Felice 
Casanova Avv. Luigi 
Castagnino Antonio 
Celesia Paolo 
Celle Domenico 
Centurioni M. Giulio 
Centurioni M. Stefano 
Cestiuo Giov. Librajo, p. C. 12 
Cevasco Giacomo 
Contri Benedetto 



Costa Avv. . . . 

Costa M. Cesare, Cad. nel Corpo 

delle Guardie Nobili di S. S. 

Cav. ecc. 
Crocco Aw. Antonio 
D'Adda M. Vitaliano 
Da Passano M. Angelo 
De Ferrari Aw. Domenico 
De Ferrari Giacomo 
De Ferrari Girolamo 
De Ferrari M. Raffaele 
Del Carretto di Balestrino M. 

Giacomo 
Del Carretto di Balestrino M. 

Luigi 
De Filippi Nicolò 
De Franceschi M. Gio. Pietro 
Degola Girolamo 
Delle Piane Gio. Battista 
De Mari ( S. E. Rev. Monsig. ) 

Agostino M. Vescovo della 

Diocesi di Savona, 
jy. M. C. M.» M. 
De Mari M. Domenico 
De Mari M. Nicolò 
De Mari M. Nicolò Francesco 
De Miclieli Bandolino 
D. N. M. M.* A 
Di Negro Felice 
Di Negro M. G. 
Di Negro M. Gio. Carlo, p. C. 6 
D* Oria Enrico 
D'Oria M. Emeno 
D' Oria M. Massimiliano 
# D'Oria M.» Teresa nata Durazzo 
Durazzo M. Agostino 
Durazzo M. Bcndinclli 



Durazzo M. Carlo 
Durazzo M. Cesare 
Durazzo M. Giacomo Filippo 
Durazzo M. Marcello Frane. 
Durazzo M. Marcello Luigi 
Pres. agli Studi, Comm. ecc. 
Falcone Aw. Luigi Giud. leg. 
Fasce Luigi 
Frassinelti Angelo 
Galliano L. di Domenico 
Gargani Luigi Giuseppe 
Gavotli Ab. Gio. Lor. Fed. 

Prof, di Belle Lettere. 
Gazzani Giacomo 
Cazzino Nicolò 
Gliisolfi Angelo. 
Gilelte Domenico 
Giovanelli Ambrogio 
Giustiniani M. Stefano 
Goggi Luigi Dott. in Med, 
Grillo Rev. Luigi 
GropalloM. Luigi 
Invrea M. Aw. Fabio 
Lago mais ino Nicolò Capo Uff. 

all' Amm. Edili. 
Lavagnino Ferdinando 
Lazotti Aw. Ottavio 
Leale Domenico 
Lertora Gio. Ball. Doti, in Ch. 
Magioncalda Aw. Francesco 
Magnini Ab. Giulio 
MarchelK Giulio Dottore in 

Medicina 
Massone Francesco 
Morello Aw. Angelo 
Merton! Schaaffhausen Baron.* 

Sibilla 



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Miroli . . . Proc. 

Mojoii Giuseppe Pubblico Dim. 

di Chimica, Cons. della Coni. 

di Sanità ecc. ecc. 
Molinai-i Tommaso Giaciuto 
Mongiardino Bartolommco 
Morelli Cav. Cap. d'Artigl. 
Morelli Avv. Gaeta do 
Morando Rev. M. Girolamo 
Moro Roberto 
Morrò Àw. Giuseppe 
Musso Giuseppe 
Odini Aw. Domenico 
Olcese Filippo 
Oliva Luigi Francesco 
Onnis Cav. Effisio Mastro Ud. 
Paganini Ab. Agostino 
P. M. A. 

Pallavicini M. Domenico 
Pallavicini M. a Eugenia , nata 

Raggi 

Pallavicini M. Francesco 
Pallavicini M. a Teresa, nata 
Corsi 

Palmarini Gio. Dott. in Med. 

Palmarini M. A. 

Pareto M.* Beatrice 

Pareto M. Damaso Lor. Aut. 

Pareto M. Gaetano 

Parodi Saredo Giacomo S. Segr. 

all'Uni*. 
Passano Gio. Battista 
Pellegrini Bernardo 
Penco Ab. Antonio 
Pcrioni Carlo 

Persiani Agostino 1.° S. Stgr. 
aWUniv. 



Persiani Alciame Notaro 

Persico Giuseppe 

Pescio Adolfo 

Pittaluga Giuseppe 

Pizzorni P. Serafino 

Pizzorno Can. Luigi 

Ponta Gioacchino 

Quartino Rev. Antonio C. R. S. 

Raflb Francesco, Se$r. della 

R. Uni*. 
Raggi M. Camillo fu Ottav. 
Raggi M. Giacomo Filippo fu 

A. G. 

Raggi M. Giau Filippo fu Ott. 
Raggi M. Giulio 
Raggi M. Gian Luca 
Raggi M. Avv. Ottavio 
Randone Gio. Battista 
Rapallo M. Gio. Ball. Afagg. 

Gen. Com. il Porto, Cav. tee. 
Ratto Luigi, Maestro di Lai. 
Ravano Francesco 
Rebizzo Gio. Battista 
Resasco Gio. Batt. Archit. di 

Città. 
Revello Nicolò Cap. 
Riccioli Enrico 
Rissctto Alberto 
Rivarola Andrea , Pittore Paes. 
Roccatagliata Giacomo 
Rossi Gio. Battista 
Roverano Avv. Gio. Battista 
Scassi C. Agostino 
Sca tizzi Cav. Nicolo 
.Schiattino Antonio, Tesor. di 

Città 
Schiaffino Michele 



Serra M.« Clelia 

Serra M. Gerolamo 

Serra M. Gerolamo, fa Dom. 

Serra M. Gio. Carlo 

Serra M. Giovanni Carlo per 

C. 8 
Serra M. Orso 

Serra Vincenzo Segr. dell' Ecc. 

R. Sen. 
Spinola M. Francesco 
Spinola M. Giacomo 
Spinola M. Gio. Battista 
Spinola M.' Laura 
Spinola M. Cav. Paolo Fr. 
Spinola M." Violantina , nata 

Balbi 



Sobolenski C. Giorno 
Spotorno P. Gio. Batt. Cav. 

Prof, di Eloa. Lat. nella 

R. Univ. 
Stallo Lorenzo 
Taliacarne M.« Barbara 
Trucco Rev. Francesco 
Vadoni Can. Aw. Cesare 
Villa Santo 
Villanova Luigi 
Weber Giovanni , Prof, di 

Lingua Tedesca 
Zampi Cap. Filippo, V. Pres. 

dell' Accademia Tiberina 
Zunini Giovanni. 



Ove s' incontrino sentimenti che possano offendere sotto 
qualsiasi aspetto, riflettasi, essere questi un abbandono di 
fervida, immaginosa fantasia, e proprj d' un Paese dove l'o- 
pinione e la libertà non conoscono ostacolo; ne per altra 
cagione averli il traduttore esattamente vòlti in Italiano , 
clic per T obbligo che gli corre indispensabile di mostrarsi 
fedele all' Originale. 



V. Bàrt.° C.o PARODI Rev. Arci*. 



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N. B. Non avendo potuto il Traduttore accudire di presenza 
alla correzione tipografica , ed essendo perciò occorsi 
pia errori , se ne rettificano qui appresso i principali : 



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8. 


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nelle due stanze 


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nelle due seguenti 












42, e 43. 
(note) Vedi la Nota 
della Stan;' a 4 3. 




stanze. 


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367. 


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Vedi la Nota 8. 
pag. 342. 


n 


407. 


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2. 




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